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Attualità culturale

Banksy e la «Street Art»

Palazzo Sarcinelli, Conegliano (TV), dal 15 ottobre 2025 al 22 marzo 2026

Lucia Giomo

5 Febbraio 2026

Quaderno 4202

Il suo nome, noto in tutto il mondo, scuote le coscienze, ma la sua identità rimane nell’anonimato. Si tratta del celebre Banksy a cui la città di Conegliano dedica questa mostra a cura di Daniel Buso. Le quattro sezioni della mostra esplorano temi molto cari alla Street Art: ribellione, guerre, controllo e propaganda consumista. La Street Art nasce infatti come movimento «contro», anti-sistema che denuncia le ingiustizie sociali e provoca. Già solo il fatto di utilizzare i muri della città come supporto dell’opera ne è l’emblema.

Il pregio particolare di questa mostra è quello di mettere a confronto Banksy con il contesto più ampio della Street Art e gli artisti che l’hanno abbracciata, come Keith Haring e Shepard Fairey (Obey). Iniziando con i topolini di Bleck Le Rat, animali considerati liberi per eccellenza in quanto circolano ovunque nelle città e che Banksy riprenderà per i suoi celebri murales. Non da ultimo l’opera realizzata durante il periodo del Covid-19 sul muro del bagno di casa e che ha spopolato nei social. Qui troviamo anche Invader, l’artista che «invade» i muri delle città con i suoi virus che sembrano emoticon dei videogiochi (cfr Koenot J., Invasione riuscita: l’arte urbana giocosa, divertente, raffinata di Invader, La Civiltà Cattolica 2024 IV, 598-611).

L’impegno politico emerge in maniera preponderante nelle opere in cui si deridono alcune figure, come ad esempio l’opera che ritrae la regina Vittoria con le fattezze di una scimmia. Il messaggio è chiaro: siamo governati da primati, non da persone che lavorano per il bene comune.

La contestazione della guerra e di tutte le violenze che provoca è un altro tema caro a Banksy. La celebre opera con la bambina vietnamita nuda al centro tra i personaggi Disney fa capire come spesso anche le industrie mainstream in realtà coprono interessi e favoriscono il conflitto. Anche se in un angolo della sala, non passa inosservato un quadretto con della polvere di cemento, una sorta di souvenir: è la polvere dei muri delle case della martoriata Gaza che ancora oggi soffre per il conflitto in corso.

Oltre al contestare i conflitti, non manca la critica al consumismo imperante, visto come moderna schiavitù. Vedere rappresentati uomini preistorici con un carrello fa pensare a come l’uomo occidentale oramai senza supermercati non sarebbe in grado di procurarsi nulla. Anche «l’idolo» dei saldi trova la sua rappresentazione come nuova religione dell’epoca moderna con persone «in processione» davanti a una bancarella anziché a una croce.

Conclude la mostra la celebre opera Girl with Baloon che lascia sempre un dubbio: la bambina ha lasciato andare il palloncino o è il vento che glielo ha strappato dalle mani? Allo spettatore è lasciata libera interpretazione. Il fatto che nel 2018 sia stata battuta all’asta per un milione di dollari e che, proprio in quel momento, un meccanismo automatico l’abbia distrutta a metà rende ancora più intrigante l’opera. Dopo questo fatto è stata rivenduta a diciotto volte tanto il suo valore perché è diventata un pezzo di storia dell’arte. Da qui l’interrogativo: Banksy era consapevole della quotazione più elevata oppure no? Non lo sapremo mai.

Di fatto la Street Art in parte è oramai musealizzata, la troviamo infatti esposta nelle collezioni permanenti dei musei e nelle mostre temporanee, ed è stata quindi fagocitata dal «sistema – arte». È nata come anti-sistema per denunciare le ingiustizie e dare voci agli ultimi, ma rischia con il tempo di diventare parte dello stesso sistema che dice di combattere e criticare. Anche lo stesso Banksy. Questo artista ha però il pregio di far continuare a interrogare lo spettatore sulle tante realtà contrastanti dell’epoca contemporanea.

Banksy e la «Street Art»

Lucia Giomo

Collaboratrice per i contenuti culturali


5 Febbraio 2026

Quaderno 4202

  • Anno 2026
  • Volume I

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