Bronwen McShea è una storica americana che vive a New York. È autrice di tre libri sulla storia del cattolicesimo, il più recente dei quali è Women of the Church: What Every Catholic Should Know[1]. Suoi scritti sono apparsi anche su The Wall Street Journal, America Magazine, First Things, The Pillar e in vari forum, sia popolari sia accademici. Formatasi a Harvard e a Yale, è stata nel 2025 Teilhard de Chardin Fellow alla Loyola University di Chicago e ha insegnato anche alla Columbia University, all’Università del Nebraska e in altre istituzioni. Ha svolto anche attività di ricerca alla Princeton University e al Leibniz Institute of European History di Mainz, in Germania, ed è editor consulente per l’Institutum Historicum Societatis Iesu di Roma.
La Civiltà Cattolica l’ha intervistata via e-mail sul significato attuale delle sue ricerche per la vita della Chiesa.
Lei ha sostenuto che il cattolicesimo oggi non ha tanto un «problema con le donne» quanto un «problema con la storia». Che cosa intende con questo?
Sì, ne ho parlato la scorsa primavera a Chicago, in una conferenza che ho avuto la fortuna di tenere presso The Hank Center della Loyola University[2]. Quello che alcuni oggi percepiscono come il «problema delle donne» nel cattolicesimo – in particolare il fatto che le donne sono generalmente escluse da tutti i ruoli ecclesiali direttivi, riservati al clero – a mio avviso va compreso alla luce di un più ampio «problema con la storia» nel cattolicesimo. Intendo dire che anche cattolici molto istruiti rischiano di sapere pochissimo – perché ricevono scarso insegnamento in merito da parte di educatori e formatori cattolici – della nostra storia complessa e sorprendente in molti ambiti, non ultimo quello della varietà di ruoli che alcune donne hanno avuto in contesti di governo e di leadership ecclesiale prima dell’epoca moderna.
Per esempio, negli ultimi anni alcuni cattolici hanno manifestato sorpresa – favorevole o contraria – quando il compianto papa Francesco ha nominato donne in posizioni di rilievo in Vaticano e in relazione al Sinodo sulla sinodalità, come se si trattasse di qualcosa di radicale e senza precedenti. In realtà, quanto egli ha fatto è stato modesto e certamente in linea con un’alta concezione del ministero petrino, se lo si paragona, per esempio, al fatto che, con la benedizione di un papa, sia pur assente, un’imperatrice, Irene di Atene, convocò il VII Concilio ecumenico di Nicea; o al fatto che
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