Il 20 novembre 1975 moriva a Madrid, in un letto d’ospedale, il dittatore Francisco Franco, dopo quasi 36 anni di regime. Si apriva così una fase di profonda incertezza, la cosiddetta «Transizione spagnola», che si sarebbe concretizzata il 6 dicembre 1978 con l’approvazione, tramite referendum, della Costituzione, per poi consolidarsi, non senza una certa ironia storica, con il fallimento del colpo di Stato del tenente colonnello Antonio Tejero, avvenuto il 23 febbraio 1981.
Quella stagione, insieme delicata e decisiva, che costituisce l’oggetto del presente articolo, ha inaugurato il periodo democratico più stabile della storia della Spagna, giunto fino ai nostri giorni. Va respinta la tentazione di considerarla una questione esclusivamente nazionale: ricordiamo che la Spagna è stato l’ultimo Paese dell’Europa occidentale a lasciarsi alle spalle il cancro delle dittature che avevano segnato il Novecento, dopo che il Portogallo aveva percorso la stessa via l’anno precedente. Si trattò di un cambio di regime maturato in un contesto culturale diverso da quello dei Paesi usciti dalla Seconda guerra mondiale e che per questo inizialmente fu visto con una certa diffidenza dalla comunità internazionale. Tuttavia, col passare del tempo, la Spagna sarebbe diventata una delle principali economie dell’Unione europea, alla quale aderì nel 1986, sancendo la tanto agognata normalità democratica. Né va dimenticato il suo ruolo di ponte con l’America Latina, per la quale è diventata, con i legami storici, un punto di riferimento notevole.
È importante ricordare che nel prossimo decennio la Spagna celebrerà il centenario della sua Seconda Repubblica e della sua cruenta Guerra civile, che causò oltre un milione di vittime – tra morti di entrambi gli schieramenti e coloro che subirono la repressione e l’esilio –, lasciando ferite che ancora oggi sono tutt’altro che rimarginate. Proprio per questo diventa ancora più necessario valorizzare e approfondire quel periodo storico, per non ricadere oggi nei medesimi errori. Allo stesso tempo, dobbiamo considerare che, dopo quasi mezzo secolo dalla Transizione, una parte significativa della popolazione spagnola rischia di non conoscerla più, o persino di dimenticarla, oppure, peggio ancora, potrebbe cadere vittima di un revisionismo storico ingiusto, alimentato da gruppi populisti che rimuovono, distorcono o sottovalutano ciò che quella epoca ha rappresentato, mettendo in discussione i risultati che la società spagnola allora seppe raggiungere in modo maturo ed esemplare.
“Dopo quasi mezzo secolo dalla Transizione, una parte significativa della popolazione spagnola rischia di non conoscerla più.
In un tempo in cui la democrazia, in Europa e nel
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