Le Sacre Scritture ci chiedono di amare il nostro «prossimo» (Lv 19,18). Ma chi è? È colui che ci è vicino per i legami di sangue, di comunità etnica, di nazione, di religione, oppure colui che ci è vicino per caso, il nuovo arrivato, colui che viene da altrove o da lontano? È il vicino per difetto, o colui che lo è per eccesso? Si va dall’uno all’altro per cerchi concentrici o per una scorciatoia etica? Si tratterebbe in fondo di passare dall’uno all’altro, grazie all’uno e grazie all’altro? Queste pagine[1] cercheranno di esplorare le prospettive aperte dalla Bibbia in materia, fra Antico e Nuovo Testamento. La Bibbia ha un suo modo di mettere in relazione il vicino e il lontano, ordinandoli in base a una stessa urgenza etica. Diventano entrambi la nostra «stessa carne» e indicano insieme la dinamica dell’ordo amoris.
La questione dell’ordo amoris ha conosciuto sviluppi nella grande tradizione filosofica e teologica (da parte di Agostino d’Ippona, Bonaventura da Bagnoregio, Tommaso d’Aquino e Max Scheler). Per quanto preziose siano, queste riprese critiche e sistematiche non saranno oggetto del presente saggio, che si concentrerà sul «sovrappiù» della Scrittura, nella sua propria razionalità. Come si vedrà, la comprensione biblica dell’ordo amoris è legata a un’ermeneutica aperta dei testi chiave dell’Antico Testamento, interpretati da Cristo o letti alla luce della sua persona.
«Chi gli si è fatto prossimo?» (Lc 10,25-37 e Lv 19,18)
La parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37) fornirà la prima tappa di questo percorso. La parabola propriamente detta (cfr vv. 30-35) è preceduta da un’introduzione narrativa, che rinvia al testo chiave dell’Antico Testamento: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18).
«Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”» (Lc 10,25-28).
La risposta del dottore della Legge illustra una prassi farisaica e rabbinica: la ricerca del «più grande comandamento», quello che riassume tutti gli altri nella sua capacità di illuminare la condotta dell’uomo. Così, nel Talmud babilonese, Bar Kappara chiede: «Qual è la più piccola porzione della
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