TRIESTE. DIOCESI DI FRONTIERA

Storia e storiografia

Recensioni - Andrea Dessardo

13 luglio 2018

GIUSEPPE CUSCITO
Trieste. Diocesi di frontiera. Storia e storiografia
Trieste, Editreg, 2017, X-326, € 25,00.

Non è un’impresa facile raccontare in maniera equilibrata quasi duemila anni di storia mantenendo alta la tensione narrativa e la competenza storiografica su epoche tra loro così lontane. C’è invece riuscito Giuseppe Cuscito – già ordinario di Archeologia cristiana nell’Università degli Studi di Trieste e attualmente presidente del Centro di Antichità altoadriatiche e della Società istriana di Archeologia e Storia patria – con questo volume. Un’opera concepita come divulgativa, ma che riesce brillantemente a esserlo senza sacrificio del rigore storiografico e senza che l’amore alla propria Chiesa – che pure emerge costantemente dal testo – si riduca a celebrazione acritica o a negazione delle pagine meno onorevoli della sua storia. A tal fine, l’A. ha fatto largo riferimento anche a ricostruzioni storiografiche di segno diverso. Inoltre, ha saputo evitare il pericolo del localismo, raccontando sì la storia di una particolare diocesi, ma inserendola nella grande storia della Chiesa universale.

Se quella di Trieste come «identità di frontiera» è una categoria abusata, per quanto incontestabile, l’A. l’adopera però con equilibrio sulla falsariga della coraggiosa e giustamente famosa dichiarazione di mons. Luigi Fogar, vescovo di Trieste (1923-36), allontanato su pressione fascista: «Siamo ai confini della Patria, ma non siamo ai confini della Chiesa».

È una frontiera che non schiaccia la storia della diocesi tergestina sui conflitti nazionali otto-novecenteschi, ma si fa strada almeno dall’età moderna, quando il confine era quello tra i domini veneziani e quelli asburgici, rendendo spesso difficile ai vescovi l’esercizio della giurisdizione su territori sottoposti ad autorità politiche diverse.

Per scongiurare il rischio di fare della storia di una Chiesa la mera cronaca di «vicende istituzionali riferite per lo più a modifiche di confini statuali, a rivendicazioni o a conferme di diritti e di privilegi acquisiti, a contrasti giurisdizionali tra potere ecclesiastico e poteri territoriali» (p. 3), l’A. è ricorso – ciò è stato possibile solo in riferimento dall’età moderna in avanti – alle relationes ad limina conservate nell’Archivio Segreto Vaticano, riuscendo così a trasmettere al lettore la tensione spirituale di quei tempi, il carisma dei suoi personaggi più illustri, lo slancio nell’evangelizzazione. Per le età più antiche, delle quali Cuscito è specialista, il riferimento è stato ovviamente Aquileia e la sua tradizione martiriale.

Pagine interessanti per un pubblico più ampio di quello locale sono quelle dedicate a Enea Silvio Piccolomini, vescovo tra il 1447 e il 1450, e quelle sulla Riforma protestante, che trovò in Istria un terreno fertile «come forse in nessun’altra provincia italiana» (p. 86), ed ebbe seguaci autorevoli come Mattia Flacio Illirico, Pier Paolo Vergerio, Giovanni Battista Goineo, e un interlocutore tollerante nello stesso vescovo Pietro Bonomo (1502-46), «sicuramente la personalità triestina più rilevante del periodo che precede la proclamazione del porto franco» (p. 97), dopo la quale la città fu in breve tempo trascinata all’attenzione della grande storia.

Il libro, dopo aver illustrato estesamente le vicende dell’Otto e del Novecento, su cui si staglia la figura di mons. Antonio Santin (1938-75), si apre agli anni più recenti degli episcopati di mons. Lorenzo Bellomi (1977-96) e mons. Eugenio Ravignani (1997-2009). Al primo si deve un’autentica «svolta», sulle cui tracce il suo successore ha cercato quella «purificazione della memoria» che, senza negare l’eccezionalità della pesante eredità storica di Trieste, deve consentire ai cristiani della diocesi di riconoscersi fratelli. Un compito gravoso che si è assunto anche l’attuale vescovo, mons. Giampaolo Crepaldi.