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TRE LIBRI DI DAVID NEUHAUS

Vi scrivo dalla Terrasanta / Dialogo a Gerusalemme / Riflessioni bibliche

Recensioni - Maurizio Mazzurco

7 marzo 2019

DAVID NEUHAUS
Vi scrivo dalla Terrasanta / Dialogo a Gerusalemme / Riflessioni bibliche
Marzabotto (Bo), Zikkaron, 2018, 164-152-144, € 15,00 (ciascuno).

Perché in Terrasanta sembrano così ardui il dialogo e la pace? Perché ebrei e palestinesi appaiono interessati a perpetuare una situazione di conflitto? E, in tale contesto, quale può essere il ruolo dei cristiani?

Un approfondimento di questi temi emerge dalla trilogia di David Neuhaus pubblicata da Zikkaron (termine che in ebraico significa «memoriale»), casa editrice legata alla comunità di Giuseppe Dossetti.

L’A. è un ebreo originario del Sudafrica, che nei tre volumi ripercorre il suo itinerario di ricerca spirituale. Nell’introduzione al primo, Vi scrivo dalla Terrasanta, presenta la sua biografia: nel 1977, a quindici anni, si trasferisce a Gerusalemme, dove incontra «madre Barbara, badessa del monastero russo ortodosso di Santa Maria Maddalena: una santa donna di ottantanove anni, paralizzata, che con esitazione mi fece conoscere Gesù di Nazareth. E non fui più capace di staccarmene» (p. 12). Sente la chiamata a diventare «cristiano, forse monaco».

I genitori sono angosciati per tale scelta, ma egli promette loro di aspettare 10 anni per capire, prima di fare qualsiasi passo. Intraprende così un cammino in cui incontra «per la prima volta i musulmani, i palestinesi, la civiltà araba»; inizia a «scoprire un mondo nuovo» (p. 13), che trasforma definitivamente la sua visione della Città santa e della Terrasanta. Battezzato nel 1988, dopo 4 anni chiede di entrare nella Compagnia di Gesù.

Da ebreo e da cristiano, da docente di Scrittura a Gerusalemme e Be­tlemme, p. David vuole scavare nell’identità dei cristiani oggi in Terrasanta, segue gli orizzonti aperti da papa Francesco e immagina il futuro di una comunità marginalizzata e frammentata a causa del conflitto in corso.

Nel libro emergono storie affascinanti, come quella di Shimon Balas, scrittore ebreo di origini irachene; esperienze di dialogo e relazioni con ebrei e musulmani, indicate quali alternative a chi vede davanti a sé soltanto muri, in una terra «lacerata dall’odio e dalla violenza» (p. 43).

L’A., per scelta, abita nella città che è santa per tre religioni e dove il cristianesimo ha le sue origini. Nel volume Dialogo a Gerusalemme dà un quadro aggiornato dei complessi rapporti fra ebrei e cristiani. Il dialogo suscitato dal Vaticano II ha sottolineato «l’eredità religiosa e spirituale condivisa» (p. 26), invitando al rispetto e all’ascolto. «Il giudaismo è legato al cristianesimo intrinsecamente», benché rimangano «la profonda e fondamentale differenza» (p. 29) e innegabili divergenze, più difficili da affrontare nell’attuale contesto di conflitto.

Ma gli ebrei come intendono oggi se stessi? Può stupire l’osservazione che decisivi e unificanti sono i concetti di popolo e di terra, che «hanno di gran lunga oscurato la Torah» (p. 16). Molto diverso, quasi radicalmente opposto, è il valore che oggi cristiani ed ebrei attribuiscono alla terra: per gli uni, essa è «spazio universale che unisce tutti i popoli come figli di Dio» (p. 83); per gli altri, è terra di Israele da rivendicare in quanto promessa e donata come centro fisico dell’alleanza con Dio. Nel considerare il ruolo di Israele oggi, sembra evidente il pericolo di «un potere giustificato religiosamente, che ignora il grido di coloro che essi hanno emarginato» (p. 100). Che cosa succede, infine, quando gli ebrei incontrano Gesù? L’A. spiega chi sono gli «ebrei messianici» e quali sono i loro rapporti con i cattolici.

Di agevole lettura è anche il terzo volume, che raccoglie alcune Riflessioni bibliche. Vi si trovano saggi esegetici, che affrontano pagine problematiche della Bibbia, con una lettura originale e un invito a «lasciarci sfidare dalla differenza nella comprensione delle parole, così da approfondire i rapporti, invece di reciderli» (p. 14), consapevoli che «la luce può brillare dai luoghi più inaspettati e, se la lasciamo espandersi, penetrerà anche nella nostra oscurità» (p. 20).

L’A. esamina il passo di Is 9,6: «Ci è stato dato un figlio»; spiega la genealogia di Gesù in Matteo; la distruzione di Gerico narrata nel libro di Giosuè e la teologia sacerdotale nella Torah. Conclude, forse non a caso, analizzando il significato del mestiere di «Paolo fabbricante di tende» negli Atti degli Apostoli, e propone di tradurre i termini «mestiere» e «fabbricante di tende» spostando l’attenzione sull’aspetto centrale della chiamata dell’apostolo: «Per vocazione, infatti, erano costruttori di comunità (At 18,3)» (p. 141).

Queste pagine di Neuhaus ci provocano, da un luogo privilegiato ma difficile, a ripensare la necessità di lavorare insieme – cristiani, ebrei e musulmani – per la giustizia e per la pace, rileggendo concetti complessi quali «terra promessa» e «popolo eletto», consapevoli che «i confini sono una infelice illusione che ci impedisce di conoscere la creazione così come il Creatore l’ha voluta» (Vi scrivo dalla Terrasanta, p. 18).