TRATTATO SUI TERREMOTI

Recensioni - Giancarlo Pani

7 luglio 2018

NICOLA LONGOBARDO
Trattato sui terremoti
a cura di SILVIA TORO
Bologna, EDB, 2017, 152, € 14,50.

Il Trattato sui terremoti è opera del p. Nicola Longobardo, succeduto nel 1610 al p. Matteo Ricci, a Pechino. Il saggio è tradotto e commentato dalla sinologa Silvia Toro, su due codici antichi, tra cui quello della Biblioteca Nazionale di Roma. Si tratta, come dice il titolo in cinese, di una «spiegazione dei terremoti» e risale al 1626, quando a Pechino si verificò per la seconda volta in pochi anni un sisma violentissimo. Un dignitario di corte, meravigliato dalla precisione con cui il gesuita aveva previsto un’eclissi, lo interroga sulle cause dei terremoti.

Sotteso al Trattato c’è un problema politico-teologico: come mai l’imperatore, simbolo del divino, non può nulla contro i fenomeni sismici? L’A. mostra di conoscere bene la cultura cinese, in particolare le credenze per giustificare l’importanza dell’imperatore: un drago o un’enorme tartaruga marina si agitavano sottoterra, provocando i terremoti. Pur rispettando le tradizioni, l’A. liquida tali ragioni come «fantasiose» (p. 93).

Segue l’esposizione delle cause dei terremoti: il formarsi di gas sotterranei, il contrasto tra il fuoco sotterraneo e il freddo della superficie, e i segni premonitori, tra i quali le sorgenti e i pozzi che mandano odore di zolfo. L’A. ha ben presente ciò che hanno scritto Aristotele, Ferecide – il maestro di Pitagora –, Seneca e sant’Alberto Magno, ma affronta anche i quesiti provocati dal dramma di un fatto disastroso e le domande di fronte a un evento incontrollabile che genera devastazione e morte, e perfino dubbi e crisi di fede. Nel contesto egli cita l’evangelista Matteo (27,51-52), per ricordare il «grande terremoto in cui tutto il mondo ha tremato», alla morte di Gesù in croce (cfr p. 113).

Andando contro la religiosità del tempo, l’A. non accenna mai al sisma come a un cattivo auspicio o a una punizione divina, ma non teme di presentare Dio come «il Creatore», «colui che domina con il suo grande potere» (p. 131) e che è sempre presente nelle vicende umane. In cinese, non esiste un termine per indicare Dio: il p. Ricci lo aveva definito «il Signore del cielo», usando termini noti; l’A. invece lo qualifica come «il Creatore», per formulare un discorso positivo nuovo. In cinese, tuttavia, il termine indica propriamente un «fabbricatore», e non è esente da equivoci.

È rilevante il collegamento che l’A. stabilisce tra le tragiche conseguenze di un evento sismico e le responsabilità degli uomini, che «dimenticano tutto, gestiscono solo attività terrene fallaci e di breve durata […] e, quando tra le cose della natura si verifica una condizione particolare, il Creatore fa sì che le persone, messe in allerta, esaminino la loro coscienza e prontamente giungano alla contemplazione del bene» (p. 123). Il vero dramma di un terremoto è spesso l’irresponsabilità dell’uomo nei confronti del prossimo: dramma che coinvolge tutti come persone che non si curano della «casa comune» (cfr Francesco, enciclica Laudato si’, n. 3).

Il Trattato è molto utile per conoscere il rapporto tra il mondo cinese e i gesuiti, tra il Rinascimento e l’Illuminismo – siamo al tempo di Galileo –, ma anche per apprezzare il personaggio: l’A., pur dedicandosi alla scienza, si distingue per la pastorale nelle campagne e per l’annuncio evangelico diretto alle donne (cfr p. 44). Proprio queste ultime saranno protagoniste nel tramandare il cristianesimo in Cina, quando i gesuiti saranno perseguitati e cacciati via.