STORIA DELLA MASSONERIA IN ITALIA. DAL 1717 AL 2018

Tre secoli di un Ordine iniziatico

Recensioni - Patrizio Ciotti

22 marzo 2019

ALDO A. MOLA
Storia della massoneria in Italia. Dal 1717 al 2018. Tre secoli di un Ordine iniziatico
Milano, Bompiani, 2018, 832, € 23,00.

«Il dramma della massoneria in Italia (che non è sinonimo di massoneria italiana) va inquadrato in quello generale della sua storia. Si potrebbe parlare di “massoneria italiana” se l’istituzione fosse stata autoctona o Comunità unitaria della famiglia universale. Invece essa fu impollinata dall’estero e crebbe più dispersa che policentrica» (p. 15). L’A. spiega così la peculiarità della Libera Muratoria in Italia, la quale non è una società segreta, ma, come recita il titolo del libro, «un Ordine iniziatico».

Sono passati oltre 300 anni dalla nascita della Gran Loggia di Londra, fondata il 24 giugno 1717, germe della futura Gran Loggia Unita d’Inghilterra (Glu). In questo Paese i massoni non hanno avuto problemi con il potere, mentre in Italia, dai primi anni Settanta in poi, si sono susseguite inchieste, perché alcuni indagati risultavano iniziati a una loggia. Da noi, osserva l’A., la massoneria è conosciuta, ma non è «riconosciuta», nonostante propugni ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza.

Le prime officine massoniche documentate furono quelle di Firenze (1731) e di Roma (1734). Nel 1738 papa Clemente XII scomunicò i massoni. Il 20 giugno 1805 fu costituito a Milano il primo Grande Oriente d’Italia dal Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato. Tornato in patria, Garibaldi promosse logge e venne acclamato Primo massone d’Italia. Il 1° gennaio 1862 fu costituito a Torino un nuovo Grande Oriente Italiano (poi «d’Italia») (Goi).

Dopo l’unificazione della penisola italiana, ci fu la gran maestranza del mazziniano Adriano Lemmi (1885-95), che è considerata l’epoca d’oro della massoneria italiana. «Il governo presieduto da Crispi tra il 1887 e il 1891 fu quello a più alto tasso massonico della storia d’Italia» (p. 168): vantò, tra le altre cose, il primato dell’abolizione della pena di morte, della trasformazione delle opere pie in enti pubblici e dell’elettività dei sindaci e dei presidenti delle deputazioni provinciali, prima direttamente controllate dai prefetti. Giosuè Carducci, chiamato da Lemmi nella loggia «Propaganda massonica», fu il tramite fra i mazziniani-garibaldini e i reali d’Italia.

Nell’arco di circa sessant’anni, tra il 1859-62 e il 1922-23, la massoneria contò quattro presidenti del Consiglio – Depretis, Crispi, Zanardelli e Fortis, negli anni tra il 1876 e il 1905 –, centinaia di ministri, parlamentari, ufficiali militari e civili, artisti, scrittori, imprenditori. Ma il suo progetto di ergersi a «partito dello Stato» rimase irrealizzato.

Ernesto Nathan, mazziniano e sindaco radicale di Roma dal 1907 al 1913, raccolse il testimone di Lemmi, diventando gran maestro nel 1896; guidò il Goi fino al 1903; fu gran maestro anche dal 1917 al 1919.

Nel 1900, il Goi si insediò a Palazzo Giustiniani. Tra il primo e il secondo mandato di Nathan, ci fu quello dello scultore Ettore Ferrari, seguace di Mazzini – è sua la statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, a Roma –. Egli fu a capo del Grande Oriente nel periodo della famosa secessione del 1908, che originò una nuova organizzazione massonica: la Gran Loggia d’Italia (Gli), guidata dal pastore protestante Saverio Fera e contrapposta al Goi; dalla sede prenderà il nome di «Piazza del Gesù».

Il Grande Oriente si schierò a favore dell’intervento nella Grande guerra. A differenza del Goi, la Gran Loggia si dichiarò a lungo per la neutralità.

Nel 1925 il Grande Oriente d’Italia e la Gran Loggia d’Italia, invise a Mussolini, deliberarono lo scioglimento delle «officine», per sottrarre gli affiliati alle ripercussioni delle leggi liberticide. Tra l’altro, molti fascisti entrarono nella Gran Loggia, e vi furono iniziati anche gerarchi di primo piano. Tra i «liberi muratori» eccellenti, basti ricordare Alberto Beneduce (del Grande Oriente) e Vittorio Valletta (della Gran Loggia), artefici, tra il 1910 e il 1940, della modernizzazione dell’Italia.

Sull’incompatibilità tra l’appartenenza alla Chiesa e quella alla massoneria, l’A. cita l’articolo del card. Gianfranco Ravasi, «Cari fratelli massoni», pubblicato il 14 febbraio 2016 su Il Sole 24 Ore: un’apertura al dialogo, malgrado le differenze, «che pure continuano a permanere in modo netto» (p. 648).