SRI LANKA: CURARE «GLI ORRORI DELLO SCONTRO»

Ricordando il viaggio di papa Francesco del 2015

23 aprile 2019

Il 21 aprile, giorno di Pasqua, lo Sri Lanka è stato insanguinato da una serie di attentati terroristici che hanno colpito 3 chiese (il santuario di Sant’Antonio, la chiesa di San Sebastiano e la Chiesa Sionista) 4 alberghi di lusso (Shangri-La, Cinnamon Grand Hotel, The Kingsbury e Tropical Inn) e un altro complesso residenziale a Dematagoda. Le vittime accertate sono già più 300, con oltre 500 feriti. Erano inoltre state programmate altre due esplosioni: una presso l’aeroporto Bandaranaike, e un’altra presso il Dr Neville Fernando Hospital di Malabe. Il giorno seguente sono state rinvenute altre bombe presso la stazione autobus di Bastian Mawatha, nel sobborgo di Pettah.

Riproponiamo ai nostri lettori la riflessione scritta dal nostro direttore, p. Antonio Spadaro, che nel 2015 aveva seguito il viaggio apostolico di papa Francesco in quel Paese. Un viaggio che intendeva contribuire a superare gli «orrori dello scontro civile», cercando «di consolidare la pace e di curare le ferite» lasciate aperte dal conflitto.

Le parole di allora ci aiutano a riflettere e a comprendere meglio il significato dei recenti tragici eventi.

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Il mosaico srilankese

Ex-colonia britannica, indipendente dal 4 febbraio del 1948 nell’ambito del Commonwealth, Ceylon è diventata una Repubblica il 22 maggio del 1972, adottando il nome attuale: Sri Lanka. Dal 1975 si è accentuata la conflittualità tra la maggioranza cingalese (buddista) e la minoranza tamil (induista), in seno alla quale si è affermata la guerriglia delle cosiddette «Tigri tamil» per la liberazione dell’Eelam, che è il nome tamil dell’isola, impegnate nella lotta per l’indipendenza delle province settentrionali. Nel 2008 il Governo ha dato avvio a un’offensiva contro le aree controllate dai ribelli, determinandone la sconfitta nel maggio 2009. Nel settembre 2011 il Governo dello Sri Lanka ha rimosso la normativa speciale sullo stato di emergenza, in vigore ininterrottamente dall’agosto 2005. La sanguinosa guerra civile ha infiammato il Paese, provocando un numero di vittime molto elevato.

Nello Sri Lanka convivono da secoli quattro grandi religioni: induismo, buddismo, islam e cristianesimo. Il buddismo theravada (70,2%) e l’induismo (12,6%) sono le religioni predominanti, seguite dall’islam sunnita (9,7%) e dal cristianesimo (7,5%, di cui 6,5% cattolici e 1% protestanti). Nel Paese le due comunità etniche principali — quella cingalese, per la maggioranza buddista, e quella tamil, per la maggioranza induista — si contrastano da anni.

La Chiesa «ponte»

Il Papa ha deciso di recarsi nello Sri Lanka dal 12 al 15 gennaio 2015 in un viaggio che lo ha portato anche nelle Filippine. I motivi di questa direzione orientale sono numerosi: certamente l’Asia rappresenta una terra in cui i valori spirituali sono tenuti in grande stima e dove il senso religioso è profondo e innato. Essa è anche una terra di forti tensioni e conflitti di ordine religioso, politico e sociale, un continente di periferie e di frontiere, nel quale vive una popolazione per i 2/3 giovane e ricca di energie. È dunque un continente in crescita, caratterizzato da una molteplicità, quasi da un mosaico di società, di culture e di religioni.

Al suo arrivo a Colombo, Francesco ha espresso la piena consapevolezza della situazione del Paese: «Per molti anni lo Sri Lanka ha conosciuto gli orrori dello scontro civile, e ora sta cercando di consolidare la pace e di curare le ferite di quegli anni. Non è un compito facile quello di superare l’amara eredità di ingiustizie, ostilità e diffidenze lasciata dal conflitto».

In questo contesto la Chiesa cattolica conta circa 1.500.000 fedeli ed è ben inserita, con le sue 12 diocesi, sia tra la componente tamil sia tra quella cingalese. I cattolici delle due etnie hanno rapporti pacifici tra loro. È stato questo uno dei punti qualificanti del viaggio del Papa: incoraggiare i fedeli srilankesi nella missione di essere ponte fra le due etnie. Ricevendo i vescovi dello Sri Lanka per la visita ad limina il 3 maggio 2014, il Papa aveva detto: «Mentre il Paese cerca di riunirsi e guarire, la Chiesa si trova in una posizione unica per offrire un’immagine vivente di unità nella fede, poiché ha la benedizione di poter contare tra le sue file sia cingalesi sia tamil». Il Papa già allora aveva messo in guardia i vescovi da un senso di unità che nasce non dal dialogo, ma da un «falso senso di unità nazionale basata su una singola identità religiosa».

La situazione del Paese alla vigilia della visita del Papa appariva però molto complessa, a causa del fatto che il presidente Mahinda Rajapaksa, già eletto due volte, era alla ricerca di un terzo mandato di sei anni, e per questo ha anticipato di due anni le elezioni, dopo aver eliminato dalla Costituzione del Paese l’emendamento che imponeva il limite di due soli mandati. Le elezioni sono avvenute appena 5 giorni prima dell’arrivo del Papa. L’affluenza alle urne ha superato il 70% dei 15 milioni di aventi diritto, e la vittoria, contrariamente a quanto si attendeva Rajapaksa, è andata al suo sfidante Maithripala Sirisena, grazie al supporto delle zone rurali, di una parte dei cingalesi buddisti, ma anche di alcuni dei principali partiti dell’opposizione, tra i quali lo Sri Lanka Muslim Congress e la Tamil National Alliance. Il passaggio di poteri è avvenuto senza particolari violenze, e la visita del Papa è stata segnata da auspici e speranze di una nuova stagione all’insegna della pacificazione nazionale. È stato questo il contenuto dell’incontro privato che il Papa e il Presidente hanno avuto nel pomeriggio del 13 gennaio presso la residenza presidenziale.

Il senso del viaggio: la riconciliazione e l’armonia

Il senso globale del viaggio di Francesco nello Sri Lanka si lega a quello dei suoi predecessori Paolo VI (1970) e Giovanni Paolo II (1995). Il loro medesimo afflato che tende a una visione armonica di pace e di dialogo interreligioso si ritrova nelle parole di Francesco, che, all’arrivo all’aeroporto di Colombo, ha voluto subito «confermare il desiderio della comunità cattolica di essere attivamente partecipe della vita di questa società».

L’appello alla riconciliazione tra le religioni, nei toni di Bergoglio, assume una portata civile: i seguaci delle varie tradizioni religiose hanno un ruolo essenziale da giocare nel delicato processo di riconciliazione e di ricostruzione del Paese. Tutti devono essere pronti a rispettare le legittime diversità e imparare a vivere come un’unica famiglia. La diversità, vissuta in maniera aperta, «non sarà più vista come una minaccia, ma come fonte di arricchimento. La strada verso la giustizia, la riconciliazione e l’armonia sociale appare ancora più chiaramente».

È da notare che l’appello alla libertà religiosa, per Francesco, si sposa con la considerazione che discerne nella diversità una ricchezza: lo Sri Lanka è «nazione benedetta dagli insegnamenti delle grandi religioni del mondo, buddismo, induismo, islam e cristianesimo», ha detto infatti in una occasione il cardinal Malcom Ranjith, arcivescovo di Colombo.

I gesti e gli incontri

Si riconosce, in questo spirito, il senso profondo dei tre eventi centrali del viaggio di Francesco. Il primo è stato proprio la partecipazione a un incontro interreligioso ed ecumenico presso il «Bandaranaike Memorial International Conference Hall» di Colombo il 13 gennaio. Qui il Papa ha accolto le parole di benvenuto e le benedizioni degli esponenti delle altre comunità ecclesiali e delle grandi religioni, e ha fatto appello al «balsamo della solidarietà fraterna» e alla «volontà di ricostruire le fondamenta morali dell’intera società». L’incontro ha avuto un tono di festa composta, in cui era percepibile la soddisfazione delle varie delegazioni. Da notare la presenza di 600 monaci buddisti.

Il messaggio di Francesco è stato chiaro: «Per il bene della pace, non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra. Dobbiamo essere chiari e non equivoci nell’invitare le nostre comunità a vivere pienamente i precetti di pace e di convivenza presenti in ciascuna religione e denunciare gli atti di violenza quando vengono commessi». Il Pontefice in questo era stato preceduto dal leader islamico, che ha espresso parole durissime contro la strumentalizzazione violenta della religione, facendo anche riferimento all’attacco terroristico alla sede di Charlie Hebdo a Parigi, che era avvenuto il 7 gennaio precedente.

Il secondo gesto significativo del Papa in ordine di tempo è stato la canonizzazione equipollente del beato p. Joseph Vaz, chiamato «l’Apostolo dello Sri Lanka», avvenuta il 14 gennaio alle 8,30 presso il Galle Face Green, di fronte all’Oceano. Già dalla notte precedente la gente — cattolici, ma anche molte persone di altre religioni — ha affollato il luogo della celebrazione eucaristica, che ha visto la partecipazione di oltre mezzo milione di persone, che si sono collocate lungo 5 km di litorale.

Il p. Vaz era stato beatificato da san Giovanni Paolo II nel gennaio 1995, durante la sua visita apostolica. Nato a Benaulin, nello Stato indiano di Goa, nel 1651, fu ordinato sacerdote nella Congregazione di san Filippo Neri. Si recò ben presto in missione nello Sri Lanka, dove i calvinisti olandesi avevano lanciato un violenta persecuzione contro i cattolici. Nella sua opera di conforto sotterraneo alla comunità perseguitata non ha fatto distinzioni di etnie e ha tradotto il Vangelo nelle due lingue del Paese: tamil e cingalese.

Oggi egli appare chiaramente come un segno di riconciliazione. Modello di vita sacerdotale e missionaria, il p. Vaz — ha detto il Papa nell’omelia — «ha mostrato l’importanza di superare le divisioni religiose nel servizio della pace». Dunque, proprio da lui la Chiesa nello Sri Lanka deve imparare a servire tutti i membri della società senza «distinzione di razza, credo, appartenenza tribale, condizione sociale o religione». In questo contesto, la Chiesa non chiede altro che la libertà di portare avanti la sua missione, perché — ha ribadito ancora una volta il Papa — «la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale».

Il terzo forte gesto del Pontefice è stato la visita al santuario mariano di Nostra Signora del Rosario di Madhu, avvenuta nel pomeriggio del 14 gennaio dopo un volo in elicottero di circa 250 km. Esso è il simbolo di una «Chiesa ponte», perché è un centro di preghiera ed è anche un centro di incontro. Infatti è conosciuto, apprezzato e frequentato anche da membri di altre religioni.

Rispondendo alla domanda di un giornalista tedesco durante il volo da Colombo a Manila, il Papa ha detto: «A Madhu, ho visto una cosa che mai avrei pensato: non erano tutti cattolici, neppure la maggioranza! C’erano buddisti, islamici, induisti, e tutti vanno lì a pregare; vanno e dicono che ricevono grazie! C’è nel popolo — e il popolo mai sbaglia —, c’è lì il senso del popolo, c’è qualcosa che li unisce». Da qui la convinzione che c’è una unità fondamentale di popolo che è stata minata da «gruppetti fondamentalisti» ed «élites ideologiche», che invece non sono con il popolo. E infatti, durante gli scontri sanguinosi, il santuario, che si trovava allora sulla linea del fronte tra i due gruppi che si combattevano, era diventato un centro di molti sfollati da entrambe le parti. «Qui srilankesi, tamil e singalesi, tutti giungono come membri di un’unica famiglia», ha detto Francesco nel suo discorso a Madhu.

La parola che — per sua stessa ammissione — è risuonata di più nel cuore del Papa è quella che ha ascoltato dal presidente Sirisena durante il colloquio privato: armonia. «L’armonia è più della pace e della riconciliazione» con il suo portato di risonanza musicale. Notiamo che l’intensa partecipazione di tanti srilankesi non cattolici agli eventi legati alla presenza del Papa, la festa per le strade di cittadini di ogni fede ed etnia, ha evidentemente posto l’accento sulla figura del Pontefice come leader che supera le appartenenze ed è capace di suscitare ascolto e di generare aggregazione. In questo senso egli ha dato il suo contributo all’armonia.

Di ritorno da Madhu, Francesco ha deciso di accettare l’invito a visitare il tempio buddista di Mahabodhi a Colombo. Il Papa è entrato, togliendosi le scarpe, fino al centro del tempio, dove, per l’occasione, è stata aperta la grande chiattiya, il reliquiario di metallo prezioso, che viene solitamente aperto soltanto una volta all’anno. Un monaco ha recitato una breve preghiera, e Francesco è rimasto in raccoglimento silenzioso.

Il giorno successivo, il 15 gennaio, al mattino il Papa ha visitato un altro importante luogo mariano del Paese, la Cappella Our Lady of Lanka a Bolawalana-Negombo. Da qui ha lasciato lo Sri Lanka.

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⇒ La tweet story del viaggio di papa Francesco nel 2015

 

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