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PERCHÉ LA LETTERATURA?

Considerazioni sulla restaurazione della «Parte amena» de «La Civiltà Cattolica»

31 Dicembre 2019
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La letteratura è un grande telescopio puntato sulla vita, uno strumento prodigioso di lettura dell’esperienza individuale e collettiva, storica e interiore, nella sua dimensione particolare come in quella universale.

Non comprende veramente una determinata tradizione culturale chi ignora la sua letteratura. Non comprende l’essere umano, nella sua universalità, chi ignora le testimonianze poetiche che esso è andato inanellando nel corso dei millenni.

Al di là dell’abisso temporale che li separa, l’uomo contemporaneo non cessa infatti di riconoscersi nel dolore di Ettore e di Gilgamesh, nell’amore appassionato di Giacobbe per Rachele, nella giustizia della punizione comica del miles gloriosus.

Nella concretezza incomparabile con cui ci restituisce la particolarità culturale, sociale, storica, dei mondi che esplora, l’arte dà espressione, con forza altrettanto incomparabile, alla loro appartenenza a un’unica grande famiglia, evidenziando quell’unità profonda dell’anima che fa della storia umana un insieme, tessuto da un unico comune denominatore, e non un ammasso centrifugo e caotico di storie incomunicabili tra loro. Per questo abbiamo ancora bisogno della letteratura, non come di un ornamento gradevole ma tutto sommato superfluo del nostro habitat spirituale, bensì come di una sua struttura portante, un codice di sopravvivenza del nostro stare al mondo.

Uno dei drammi del cristianesimo e delle religioni del nostro tempo, è la crescente dislocazione della sua autocomprensione al di fuori dall’orizzonte della letteratura: sempre meno la pratica religiosa contemporanea ricorre alla letteratura per articolare le proprie rappresentazioni di fede, e sempre meno la letteratura ricorre al loro discorso come risorsa di senso.

È perciò una responsabilità urgente e gravissima della Chiesa, di tutti i credenti, riattivare processi culturali che sbocchino nella creazione di codici e chiavi di lettura del presente ermeneuticamente e simbolicamente consistenti e vitali, rispondenti alle sofisticate richieste avanzate dalla storia contemporanea. È un problema di contenuti, ma prima ancora di razionalità, di linguaggi.

Ed è un problema di discernimento, ma prima ancora di maternità. Solo se la Chiesa saprà recuperare la capacità di essere fonte, in tutti i campi della razionalità umana, a cominciare da quella artistica, si rimetterà in moto l’indispensabile dinamica creativa fra fede e cultura.

Troppo spesso, nel passato, la Chiesa ha concepito difensivamente il rapporto tra fede e cultura come quello di un’egemonia, di un diritto di controllo e sanzione in nome di una verità di fede semplificata a verità culturale. Recuperare la dinamica generativa e non meccanicamente giudiziale di questo rapporto, restaurare la maternità della Chiesa, significa accogliere incondizionatamente non solo la reciprocità dialogica ma l’asimmetria del servizio, dell’iniziativa gratuita ed eventualmente non corrisposta propria dell’amore.

Discernimento, ascolto, proposta, sono tutti momenti essenziali del dialogo tra fede e cultura, tra fede e letteratura, che per essere fecondi devono però essere coniugati in una più fondamentale disposizione di amore, in una incondizionata volontà di incontro.

Chi ama cerca la vicinanza dell’altro, cerca la sua presenza. Amare la cultura, la creazione artistica, la letteratura, significa andare a cercarle là dove si trovano, correre il rischio del contatto. I testi sono il corpo della letteratura, e senza la loro frequentazione diretta, non mediata, il dialogo resta sterile e irreale.

È perciò importantissimo che nelle pagine di una rivista come La Civiltà Cattolica, la più antica rivista italiana – più antica della stessa Italia politicamente unita – si facciano strada, accanto alle tradizionali letture di testi, anche testi da tradurre in lettura, poesie e prosa breve: racconti da amare e perciò da decifrare, parole poetiche da convertire in parole ermeneutiche, nella catena inesauribile del senso.

È un passo nella direzione giusta, un’assunzione di responsabilità nel grande impegno di far nascere qualcosa di cui non solo la Chiesa ma tutta la società ha disperatamente bisogno: non una letteratura cristiana, che appartiene a un modello di civiltà del passato, ma una letteratura che faccia della fede cristiana, nella sua articolazione ecclesiale – di fonti, di tradizione e di comunità -, una risorsa di senso per l’umanità del nostro tempo.

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