L’EVENTO

Recensioni - Leonardo Messinese

17 marzo 2019

MARTIN HEIDEGGER
L’evento
a cura di FRIEDRICH-WILHELM VON HERRMANN – GIUSI STRUMMIELLO
Milano, Mimesis, 2017, 352, € 25,00.

In Essere e tempo l’attenzione di Heidegger era rivolta alla verità dell’«essere» e non era affatto limitata all’aspetto del Dasein, sebbene allora, nell’indicare la dimensione di ciò che trascende gli enti, fosse in primo piano l’essere trascendente del Dasein. Sotto questo riguardo, il Dasein si costituiva come «fondamento» della metafisica stessa: non nel senso di un fondamento che subentrava al fondamento assoluto, ma piuttosto come «luogo» della domanda da rivolgere al pensiero che fonda l’ente nell’«essere» (= la metafisica), ma non pone la domanda circa l’essere come tale.

Questa considerazione introduttiva era necessaria per avvicinarci più agevolmente all’opera di Heidegger che qui prendiamo in considerazione e di cui Giusi Strummiello, curatrice dell’edizione italiana, rileva «l’estremo sperimentalismo linguistico e concettuale» (p. 15), che potrebbe far ritrarre qualche lettore che sia abituato a codici linguistici di minore ricchezza.

Insieme ad altri scritti, L’ evento (Das Ereignis) ci conduce all’interno di una scacchiera filosofica che è diversa da quella di Essere e tempo e che, tuttavia, continua a riferirsi al medesimo tema, trattando la questione che riguarda la «verità» dell’essere.

Questo libro, la cui stesura risale agli anni 1941-42, si compone di 11 capitoli e 386 paragrafi. Lo scritto costituisce il sesto di una serie di 7 trattati composti da Heidegger in un arco di tempo relativamente breve. La serie viene inaugurata, attorno al 1936, dall’inizio della stesura del più celebre di essi, Beiträge zur Philosophie («Contributi alla filosofia»), che recava come sottotitolo Vom Ereignis («Dall’evento»). In questi scritti cominciava a diventare chiaro, per Heidegger, che non ci si può più limitare a riportare la metafisica al suo fondamento – come cercava di fare il suo primo progetto speculativo –, ma che il pensiero deve abbandonare la volontà di «fondare», che costituisce la metafisica nella sua essenza, a favore dell’esperienza del fondamento (Grund) come abisso (Ab-grund).

Per avvicinarsi alla comprensione dell’Ereignis, si deve in primo luogo evitare di credere che, adottando tale espressione, Heidegger intendesse porre una diversa determinazione dell’«essere» in sostituzione di quella del pensiero metafisico. Invece, il nuovo o «altro» inizio (p. 230) di cui egli parla opera un’autentica cesura rispetto alla storia della metafisica – l’A. considera quest’ultima una sorta di «incidente» (p. 115) – e si riporta idealmente al primo inizio dei greci, pur senza identificarvisi.

La parola «essere», quindi, resta pertinente per la metafisica, la quale attraverso di essa pensa unicamente l’essere dell’ente, e pertanto considera l’essere unicamente come «ciò che è costante» negli enti, per giungere all’«ente supremo» quale fondamento ultimo e ragione assoluta. Di qui la nota tesi heideggeriana della «struttura onto-teo-logica» della metafisica.

La parola Ereignis intende dunque esprimere l’assoluta distanza da una «essenza costante» e il richiamo all’esperienza della «verità», la quale è in se stessa storica, non essendo originariamente «evidenza dell’idea» – come aveva ritenuto Platone –, ma «s-velatezza», vale a dire ciò che viene alla luce dalla «velatezza».

Per Heidegger, la volontà di potenza affermata da Nietzsche e il dominio planetario dell’impianto costituito dalla tecnica sono il compimento del modo in cui la metafisica ha pensato l’essenza della verità. Per una siffatta esperienza si rende necessario il «salto» pensante (cfr pp. 280; 284) nella verità dell’Essere (l’Evento): salto che può essere preparato dalla meditazione circa il «non pensato» della metafisica.

Come l’A. scrisse nella Lettera sull’«umanismo», Ereignis è la «parola-guida» del suo pensiero. A tale proposito, è importante considerare che in essa sono significati il salto che conduce dall’essere della metafisica all’essere come «s-velatezza» dell’ente, e il salto dal pensiero che si pone come dominio degli enti al pensiero che si fa custode della «velatezza» dell’essere.

In particolare, è necessario entrare nel «lessico» dell’essenza dell’Evento, al quale è dedicato il capitolo V del trattato. Un tale pensiero, che ha oltrepassato la metafisica ed è conforme alla storia dell’essere, non è un pensiero che «spiega» o che «calcola», ma è intimo al poetare, pur restandone distinto. Ciò, però, non vuol dire che per Heidegger il pensiero, in quanto non è circoscritto nella «logica», sia irrazionale, ma piuttosto che esso si fa «meditazione» (p. 248).