L’EUROPA NEL MEDIOEVO

Recensioni - Pasquale Maffeo

9 aprile 2018

CHRIS WICKHAM
L’Europa nel Medioevo
Roma, Carocci, 2018, 472, € 34,00.

Questo libro è una rilettura di un millennio di storia europea, dal 500 al 1500, condotta secondo un’ermeneutica storiografica del tutto nuova, che riscontra imprese e protagonisti, reinterpretandoli rispetto al passato su scenari di avventure e disavventure, ascese e cadute, trionfi e sconfitte.

Chris Wickham, cattedratico a Oxford, negli ambienti accademici occidentali è accreditato medievista di autonoma caratura. Il suo palinsesto è compaginato in 13 capitoli, ai quali vanno aggiunti un’appendice bibliografica, un indice analitico, un elenco delle carte e delle tavole. Il principio che in lui fa nuovo e inedito il codice di decifrazione è questo: «La storia non è teleologica, ovvero, lo sviluppo storico non si dirige verso, ma viene da una determinata situazione».

La sequenza dei capitoli è scandita sulla caduta dell’Impero romano d’Occidente nel V secolo; sulla crisi dell’Impero d’Oriente di fronte all’ascesa dell’islam nel VII secolo; sull’esperimento carolingio di un governo a valenza morale alla fine dell’VIII e nel IX secolo; sull’espansione del cristianesimo nell’Europa orientale e settentrionale nel X secolo; sulla radicale decentralizzazione del potere in Occidente nell’XI secolo; sull’espansione demografica ed economica tra il X e il XIII secolo; sulla ricostruzione del potere politico e religioso in Occidente nel XII e XIII secolo. Ne consegue che la storia non si ripete, bensì si rimodella per ottenere i risultati che le forze in campo promettono e per lo più mantengono, salvo errori di calcolo. Il cliché dei resoconti compilativi e ripetitivi viene così annullato per sempre.

La visione in prospettiva del presente studio realizza, insieme a un cambiamento di rotta interpretativa, una mappatura degli acquisti e delle perdite che annovera perfino le conseguenze della «peste nera», che nel 1348 falcidiò le popolazioni di mezza Europa.

Interessante è il capitolo 10, in cui si esaminano «genere e comunità nell’Europa tardomedievale». Da sempre la famiglia risultava essere un’organizzazione gerarchica che escludeva il protagonismo femminile. Lo certifica anche Dante nel De monarchia con questa maledizione proverbiale: «Che tu abbia in casa uno pari a te». Ma la testimonianza dell’Ordine delle clarisse in Assisi aveva già smentito questo detto. Poi nel Trecento ci fu Caterina da Siena, nel Quattrocento Giovanna d’Arco, nel Cinquecento Giulia Gonzaga, donne che con interventi propulsivi mutarono il corso della storia europea.

Dichiarativi sono i parametri di comparazione magistralmente adottati da Wickham. Egli infatti formula interrogativi su argomenti variamente soppesati nel tempo. Esaminiamone uno, che sembra maliziosamente screditante e non lo è: «Quando i re nominavano i propri cappellani o altri amministratori a una sede episcopale, lo facevano perché sapevano già quanto costoro si sarebbero dimostrati capaci in quanto vescovi di provata moralità, o cercavano di rafforzare l’autorità della Corona in alcune parti del loro rea­me introducendo uomini affidabili e leali all’interno delle ricche cerchie di potere locali?». Ne andrebbe di mezzo non il volto, ma la carità stessa della Chiesa cristiana. Si deve supporre un’incidentale distrazione della gerarchia vaticana o un suo malcelato interesse di potere e di pecunia?

L’A. felicemente chiarisce con un affondo che accerta l’integralità e la carità della Chiesa: «Le iniziative dei papi per combattere l’eresia andarono di pari passo con il rafforzamento del governo pontificio attraverso il meccanismo del processo d’appello: nel complesso, i papi e le gerarchie ecclesiastiche intendevano centralizzare la Chiesa e controllare ogni aspetto non solo della pratica religiosa, ma della dottrina». Era loro pieno diritto procedere nell’evangelizzazione con lo sguardo a tutti gli aspetti della fede.

Notevole è anche il capitolo su «Denaro, Guerra, e Morte tra il 1350 e il 1500», in cui si legge: «Dalla metà del XIV secolo il servaggio scomparve finalmente dall’Europa dell’Ovest e nei regni occidentali i grandi proprietari fondiari vissero in generale una fase peggiore rispetto agli agricoltori».