LETTERA AI CAPPELLANI MILITARI. LETTERA AI GIUDICI

Recensioni - Patrizio Ciotti

11 aprile 2019

LORENZO MILANI
Lettera ai cappellani militari. Lettera ai giudici
a cura di SERGIO TANZARELLA
Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2017, 168, € 14,90.

Dopo la pubblicazione di Tutte le opere di don Lorenzo Milani (Milano, Mondadori, 2017), viene presentata un’edizione critica delle lettere ai cappellani militari e ai giudici, scritte nel 1965. Il libro è curato da Sergio Tanzarella, ordinario di Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, che firma anche la postfazione. Il volume è impreziosito da lettere inedite.

«Le due lettere – spiega Tanzarella nell’introduzione – non vanno […] comprese come testi indipendenti dall’esperienza di Milani maestro, ma come un ulteriore momento di un fare scuola che a Barbiana non conosceva interruzioni […] e che tutto riconduceva al primato della responsabilità, della ricerca della verità e della giustizia» (p. 12).

Nella Lettera ai cappellani militari, il priore di Barbiana chiede ai cappellani militari toscani di approvare soltanto le «armi» dello sciopero e del voto, invitandoli a rispettare le idee altrui, soprattutto se si tratta di uomini che per le loro idee pagano di persona. Per don Milani, è la coscienza, e non l’obbedienza cieca e assoluta, che deve guidare i cappellani, se vogliono essere guide morali dei soldati italiani. Ma l’accusa più dura di cui il priore di Barbiana dovette rispondere in Tribunale era che negli ultimi 100 anni la storia dell’esercito italiano era tutta intessuta di offese alle patrie altrui. L’unica guerra di difesa dell’Italia era stata quella partigiana.

La lettera suscitò polemiche e divisioni. Il card. Ermenegildo Florit, arcivescovo di Firenze, osteggiò l’iniziativa di don Milani, imponendo il silenzio anche ai cappellani militari.

Nella Lettera ai giudici il priore di Barbiana non arretra di un millimetro, anzi ribadisce le sue convinzioni: la vera leva del potere, sottolinea, «è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora, non c’è scuola più grande che pagar di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede. È scuola per esempio la nostra lettera sul banco dell’imputato, ed è scuola la testimonianza di quei 31 giovani che sono a Gaeta» (pp. 55 s), reclusi nel carcere militare perché obiettori.

I veri destinatari della lettera non sono i giudici, ma tutti i cittadini. «In realtà – osserva Tanzarella – la questione dell’obiezione di coscienza passa in secondo ordine di fronte al tema centrale dell’obbedienza» (p. 133). La lettera infatti mette in discussione la «deresponsabilizzazione dell’esecuzione di ordini, anche omicidi, impartiti da una autorità» (p. 135).

Don Milani ricevette molte lettere offensive e minacciose. Ma c’era anche chi lo appoggiava, come, ad esempio, Aldo Capitini, sostenitore del metodo gandhiano della nonviolenza. Inoltre, egli ebbe la consulenza dell’insigne giurista Giorgio Peyrot. Nonostante l’isolamento e le gravi condizioni di salute, il priore di Barbiana organizzò una vera campagna di stampa per evitare che la lettera fosse pubblicata solo dagli editori di sinistra.

Il 15 febbraio 1966, il processo in prima istanza si concluse con l’assoluzione di don Milani. Il pubblico ministero ricorse in Corte d’Appello, che non poté condannare il priore di Barbiana, perché nel frattempo era deceduto (26 giugno 1967). Luca Pavolini, vicedirettore responsabile di Rinascita, rivista che aveva pubblicato la Lettera ai cappellani, fu condannato; ricorse in Cassazione, cavandosela grazie a una precedente amnistia. Don Milani subì l’onta del processo soltanto perché aveva cercato di inculcare il primato dell’obbedienza alla coscienza e alla legge di Dio rispetto ai comandi degli uomini.