Enzo Bianchi

LA VITA E I GIORNI

Sulla vecchiaia

Recensioni - Paolo Cattorini

2 settembre 2018

ENZO BIANCHI
La vita e i giorni. Sulla vecchiaia
Bologna, il Mulino, 2018, 144, € 13,00.

Bisognerebbe leggere il libro di Enzo Bianchi a partire dall’ultimo capitolo, il decimo, intitolato «Diario della vecchiaia», e in particolare dalle pagine toccanti che riguardano la sua decisione di dimettersi, nel 2017, da priore della Comunità monastica di Bose, da lui fondata cinquant’anni prima. «Giunta per me la vecchiaia e una maggior stanchezza, ho sentito il desiderio di lasciare la presa, soprattutto di lasciare che le generazioni successive alla mia continuassero con un nuovo soffio un’opera che sarà sempre incompiuta» (p. 133).

Lasciare la presa, abbandonare il governo non equivale a una capitolazione, ma è un altro modo di rimanere nella comunità e aiutarne la crescita, vigilando sulla fedeltà alla regola e allo spirito di Bose, nella convinzione che già qui e ora può risuonare il messaggio di Gesù, che amò i suoi fino alla fine. Un messaggio di speranza: l’amore vince la morte.

Con lealtà l’A. ammette le aspre limitazioni, i penosi impacci, le molteplici patologie imposte dalla senescenza al corpo e alla mente, e tuttavia la sua aspirazione a una vita buona non intende scivolare né in una resa passiva e codarda al degrado, né in uno sterile piagnisteo, né in un ostinato culto della sopravvivenza. L’arte cristiana del vivere esige un noviziato per ciascuna fase di transizione, e l’apprendistato più efficace alla vecchiaia è la vicinanza ai vecchi. Anche il tramonto è infatti un tempo per volere, per confermare la fiducia in Colui che ci ha amato da sempre.

Oggi, in un’era in cui l’ospedale è sempre più considerato come un’industria povera di umanità (cfr p. 26), Bianchi confessa la paura di finire nelle mani di persone che decideranno della sua dipartita senza poterlo ascoltare, e perciò ha voluto redigere una disposizione anticipata, per precisare le condizioni auspicate per una cura compassionevole e proporzionata nei suoi confronti (cfr p. 130).

Proprio per aggiungere vita agli ultimi anni, per stringere l’abbraccio che lo lega ai fratelli e per confermare la spiritualità religiosa che ha segnato la sua intera esistenza, egli continua ad accogliere come un dono ogni nuovo giorno, grato per la vita e la bellezza, che tutte le creature celebrano: i massi e le ripe, le fronde e i rettili.

Troviamo nel testo la commovente memoria di amici veri (definiti come «eucaristie, ringraziamenti viventi», a p. 120), l’affetto per la terra «bella e benedetta» della sua infanzia (il Monferrato contadino), la passione per la cura dell’orto e per la lettura, la solitudine virtuosa, simboleggiata dalla sua cella monacale, che sembra il prolungamento vivente del bosco circostante, come una roccia di preghiera in silenzioso dialogo con il cosmo, come il nido inviolato che custodisce immagini di lacrime o giubilo, sogni di danza e pensieri di perdono.

C’è la gratitudine e il dolore, il piacere della convivialità, il gusto della solitudine orante. Ma non si tratta di descrizioni: la cifra interpretativa dei fatti e degli eventi è costantemente biblica. La tristezza per un’incipiente sordità rimanda all’ascolto interiore, che il Signore richiede al credente (cfr Rm 10,17-18). L’incrinarsi dell’edificio corporeo è vissuto attraverso il prisma del Qohelet, che disegna l’allegoria della grande età. Contro i fantasmi che assediano il vecchio, Dio viene invocato con parole ispirate al Sal 71.

La teologia di fine vita potrebbe trarre spunti importanti da questa autobiografia spirituale, che ricorda il grido di Paolo ai Corinti: «L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte» (1 Cor 15,26). Ci ammaliamo infatti e patiamo l’indebolimento della vecchiaia, in quanto siamo mortali. Terenzio scriveva che «la vecchiaia è per se stessa una malattia» (una malattia «inguaribile», secondo Seneca), dato che si usurano progressivamente le risorse di recupero. Ebbene, potremmo domandarci, la legge biologica della caducità è il destino «normale» della persona? È un segno necessario della nostra costitutiva finitezza? Se «la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo» (Sap 2,24), allora la malattia inesorabile è conseguentemente vissuta, in certi momenti, come un crudele tradimento, cui opporsi in nome di un tenace desiderio di vita, di un’indomita speranza di liberazione: la liberazione promessa da un Dio che vuole condividere per sempre con noi la sua felicità di vivere, il suo lieto passeggiare nel giardino, alla brezza di un nuovo giorno.