Émilie du Châtelet

LA FELICITÀ DI UNA DONNA

Émilie du Châtelet tra Voltaire e Newton

Recensioni - Valentina Cuccia

15 aprile 2018

SILVANA BARTOLI
La felicità di una donna. Émilie du Châtelet tra Voltaire e Newton
Firenze, Olschki, 2017, 240, € 25,00.

In questo libro l’A. ci restituisce la personalità complessa di una delle più illustri intellettuali francesi del Settecento: Émilie du Châtelet, brillante donna di scienza, colta, sensibile, alla moda.

Raccontare la vita di questa marchesa significa anche narrare che vi fu un colpo di fulmine intellettuale tra lei e Voltaire. Lui rappresentava il simbolo stesso dei tempi nuovi. Quel singolare legame, cominciato come passione e poi trasformato in amicizia, non si interruppe mai. Quando madame du Châtelet dichiarava di «aver trascorso la propria vita nell’indipendenza», diceva la verità, perché nel cammino a due erano entrati la personalità rocciosa di lei e il femminismo rispettoso e scaltro di lui.

Émilie du Châtelet era una donna moderna, capace di scrivere a Federico di Prussia: «Non guardate a me come una mera appendice. Io sono una persona intera e rispondo a me sola per ciò che sono, per tutto ciò che dico, per tutto ciò che faccio». Questo è forse l’autoritratto più autentico di Émilie, ma, come viene sottolineato dall’A. «nella sua normalità rispetto alla sensibilità odierna sta tutta la trasgressività rispetto al Settecento». Voltaire disse di lei: «Mai vi fu donna altrettanto dotta. […] Una donna che traduceva e spiegava Newton. […] Donna che ha meritato la fama di sapiente». La sua traduzione dei Principia mathematica di Newton, pubblicata nel 1756, è stata l’unica accessibile ai lettori francesi fino alla seconda metà del XX secolo.

Nel libro l’A. mette in evidenza come, in anticipo sui tempi di molte altre donne, madame du Châtelet avesse ben chiaro il valore dell’istruzione. Per lei lo studio era un percorso di autonomia che poteva dimostrare l’uguaglianza tra uomini e donne. La marchesa era persuasa che molte donne ignorassero i propri talenti, a causa di un’istruzione che le riempiva di pregiudizi e le privava del coraggio intellettuale. Da ciò si evince come fosse una donna in anticipo sul pensiero della differenza, che rifiutava la funzionalità dei ruoli (figlia di, moglie di, madre di, amante di…).

Ma, soprattutto, la marchesa desiderava essere ricordata. E la vera difesa contro l’oblio la trovò, più che nelle opere scientifiche, in un piccolo saggio sulla felicità terrena, Discours sur le bonheur. Qui l’A. affronta un tema e vive una dimensione in cui ciascuno si può riconoscere a distanza di due secoli: c’è il contrasto tra la forza dell’intelligenza e la debolezza dei sentimenti. Quest’opera ci presenta un autoritratto ideale, l’immagine con cui madame du Châtelet vorrebbe essere ricordata: una donna colta, posata, che conosce le passioni e ne valuta in giusta misura l’importanza, ma sa pure come non farsene dominare, e ha anche imparato a essere padrona di sé.

Le pagine del Discours contengono il «messaggio in bottiglia» di una donna perennemente in cerca di equilibrio e che in quella ricerca è stata travolta da se stessa. Émilie scrisse questo discorso sulla felicità nel momento più disperato della sua vita, quando doveva misurarsi con la solitudine. Lo scritto arriva al nostro cuore e parla il linguaggio di tutti tempi: è una sorta di autoritratto ideale e, per quel che successe di lì a poco, è diventato anche il suo testamento.

Madame du Châtelet voleva esaltare la forza dell’amore. Solo la passione ha provocato la sua perpetua inquietudine e l’ha fatta vivere così intensamente. La natura autentica della marchesa è stata la capacità di provare emozioni profonde. La vita le ha presentato grandi gioie e grandi dolori. I libri, da lei tanto amati, compagni di viaggio, non sono riusciti a insegnarle il dominio delle passioni. Ma forse è anche per questo che lei ci parla ancora.