LA CRIME FICTION

Recensioni - Paolo Cattorini

12 luglio 2018

STEFANO CALABRESE – ROBERTO ROSSI
La crime fiction
Roma, Carocci, 2018, 144, € 12,00.

La narrazione dei delitti risponde a un desiderio perenne: scoprire quando, come e soprattutto perché la violenza abbia fatto irruzione nel tessuto sociale; sapere chi abbia ceduto alla tentazione omicida e individuare quali abilità e virtù debbano qualificare l’investigatore, che promette di decifrare tracce orrende e consegnare alla giustizia il vero colpevole. Gli echi mitologici e fiabeschi sono evidenti, ma la secolarizzazione dell’approccio e la diffusione trasversale a diverse classi sociali consentono alla finzione criminologica moderna (romanzi, novelle, saghe, film, fumetti, serial TV, pezzi teatrali, videogame, spot pubblicitari, incursioni nel web) di intrecciarsi con il romanzo storico, psicologico, spionistico, horror, paranormale.

Nel contempo le tecniche di indagine si arricchiscono delle scoperte biomediche, neuropsichiatriche e patologico-forensi, risuonano dell’efferatezza di famosi episodi di cronaca, si spingono verso scenari fantascientifici. Questa ibridazione è così intensa e imprevedibile che oggi difficilmente una qualsiasi narrazione riesce a rinunciare a componenti investigative.

Stefano Calabrese (docente di Comunicazione narrativa all’Università di Modena e Reggio Emilia) e Roberto Rossi (dottore di ricerca in Narratologia nello stesso ateneo) chiariscono con paziente analisi e ricca documentazione i molti filoni letterari in cui si sono recentemente declinate le primitive intui­zioni di Edgar Allan Poe, con cui la crime fiction vera e propria nasce a metà Ottocento, inventando il primo detective della letteratura occidentale.

L’esposizione è guidata da una triplice distinzione di genere, assai utile per un primo orientamento. Nell’indagine classica gli enigmi sono svelati alla fine e i personaggi hanno ruoli chiari e separati (si pensi agli scritti di Doyle, della Christie, di Simenon). Nell’inchiesta hard-boiled (il termine viene dall’uovo bollito fino a farlo diventare duro e sodo) sfuma la distinzione tra innocenza e colpa, mentre lo stoico detective è coinvolto pericolosamente nel sordido intreccio che attraversa strade corrotte (Hammett e Chandler). La crime story assume infine per protagonista il criminale stesso, stranamente impunito (si pensi alla figura di Ripley nei romanzi psycho-thriller della Highsmith) e dotato – quale eroe negativo – di un fascinoso richiamo per il lettore, che sperimenta indirettamente la complicità nel delitto e il timore della cattura.

Gli studiosi di etica e neuroscienze hanno inoltre evidenziato i contributi offerti all’evoluzione psicologica del fruitore. La crime fiction è una palestra per la lettura della mente altrui (mind reading), è un addestramento alla congettura intuitiva, all’identificazione empatica, all’immaginazione narrativa, alla decifrazione di indizi, alla distinzione tra realtà e apparenza: ad esempio, tra fatti o enunciati veri e la loro rappresentazione mendace. Ciò spiega almeno in parte la poderosa espansione nel settore televisivo e il recente successo mediatico delle opere di Faletti, Brown, Larsson, De Cataldo e Camilleri.

L’utile Cronologia proposta dagli autori (pp. 129-133) si apre citando i Newgate Calendars, scritti già nel Settecento dai cappellani del carcere londinese di Newgate, i quali raccolsero biografie, verbali di udienze, confessioni, resoconti di esecuzioni; il tutto in forma oggettiva, impersonale (non compare alcun detective), con l’intento morale di dimostrare che il crimine non paga e con l’ambizione di rappresentare a cittadini colti e facoltosi l’abisso di abiezione in cui era possibile precipitare.

Nell’Ottocento la minaccia si estende agli ideali politici di ordine, sicurezza, difesa della proprietà privata: ideali barcollanti in un mondo da poco industrializzato, urbanizzato, anonimo e affollato di individui estranei fra loro. Il tentativo di rassicurazione psicologica e di valutazione etica accompagna tuttora, se pure in forme complesse e ambivalenti, i racconti di delitti. Storicamente emblematica è la figura del cattolico padre Brown (disegnato da Chesterton nel primo Novecento), per il quale la ricerca della verità diventa quasi «un esercizio religioso di comprensione, empatia e misericordia nei confronti della mente corrotta, contorta e sofferente del criminale» (p. 45).