IN ALTRA LUCE

Per una pedagogia al femminile

Recensioni - Veronica Petito

23 maggio 2018

GIUSEPPINA D’ADDELFIO
In altra luce. Per una pedagogia al femminile
Milano, Mondadori, 2016, VIII-296, € 23,00

Ogni pedagogia assume in sé, secondo Edith Stein, una particolare visione dell’uomo. Dietro ogni discorso pedagogico si cela, dunque, un tentativo di risposta alla domanda: che cosa è l’uomo?

Il volume di Giuseppina D’Addelfio intende collocarsi nella prospettiva di una «pedagogia fondamentale» e provare ad articolare una teoria del metodo educativo. Questa prospettiva è perseguita in una «nuova luce», perché, con uno sguardo al pensiero pedagogico del Novecento, in questo testo vengono tratteggiati dodici profili di studiose che hanno dato un contributo fondamentale non soltanto alla pedagogia, ma anche alla psicologia e alla riflessione filosofica.

L’A., riferendosi alla preponderante presenza delle donne nell’ambito educativo, osserva che tale attenzione va spostata e diretta non alle donne in quanto educatrici, ma alle donne in quanto studiose di educazione. Per questo è necessario riconoscere una specificità del punto di vista femminile, che dischiude un’altra luce e, quindi, anche un’altra possibilità di indagine.

Ogni capitolo propone l’itinerario di vita e di pensiero di una studiosa – la prima è Ellen Key –, cui segue una raccolta di testi, ampliata da una bibliografia di riferimento. Non sono considerate semplicemente donne che hanno indagato in maniera diretta ed esplicita il problema pedagogico: le questioni sono poste in un orizzonte più ampio, che ricomprende la riflessione filosofica e non solo. L’approccio è quindi di carattere teoretico e ha l’obiettivo di far emergere i «fondamenti di senso dei fenomeni indagati a partire dalla loro consistenza storico-esistenziale» (p. 3).

Ritroviamo dunque, accanto a figure come Rosa Agazzi e Maria Montessori, pensatrici come Edith Stein, Maria Zambrano, Hannah Arendt, Simone Weil. In particolare, la figura della Stein emerge anche per la consonanza con il metodo di ricerca scelto dall’A.: quello fenomenologico. Non a caso, nel tratteggiare la figura di questa filosofa, è possibile cogliere, da un lato, l’importanza di un’antropologia filosofica come fondamento dell’educare e, dall’altro, anche l’originalità con cui lei declina la fenomenologia in una visione della persona umana aperta agli altri e a Dio, con una particolare attenzione alla questione della corporeità e alla dimensione psichica. Questi aspetti così si rivelano essere tratti che accomunano in maniera peculiare l’indagine pedagogica femminile.

La scelta del metodo fenomenologico-ermeneutico in una prospettiva «esistenziale», inoltre, è legata a un riferimento di matrice husserliana. Per Husserl, infatti, ogni conoscenza, in particolare l’atto percettivo, si dà «per adombramenti» (Abschattungen). Così la verità, sottolinea l’A., si offre sempre attraverso profili e adombramenti, luci e ombre. Lo sguardo femminile rappresenta, nello specifico, una di queste luci su questioni trattate prevalentemente in una prospettiva maschile. Tuttavia l’approccio fenomenologico è utilizzato anche per sgomberare il campo da pregiudizi e precomprensioni, per cogliere il «dato» nella sua autenticità ed «essenzialità».

Altri temi comuni emergono dalla luce di questa prospettiva: tra tutti, la possibilità di una ricerca che sappia guardare oltre le rigide e sterili contrapposizioni, come quelle tra maschile/femminile, astratto/concreto, ragione/emozione ecc.

In ultima analisi, aprire una finestra che consenta di elaborare e approfondire «lo sguardo femminile» sull’educativo passa attraverso la consapevolezza – rintracciata in queste studiose – che non è possibile parlare di emancipazione della donna «senza richiamare la necessità di un’emancipazione anche dell’uomo» (p. 283).

Per questo, se non si tratta, anzitutto, di assumere l’idea di un «decostruzionismo» che vede il soggetto come un «neutro» al di là del maschile e femminile, in ogni caso va ripensata la pedagogia del femminile e del maschile. Questo è possibile solo valorizzando una specificità che non si determina in contrapposizione a ciò che è «altro da sé», ma che intende ripensarsi e comprendersi anche in un’altra luce: quella che riconosce nello sguardo femminile sull’educativo «l’indicazione delle donne secondo cui parlare non è mai neutro» (p. 285).