IL NUOVO CODICE DEL TERZO SETTORE

Profili civilistici e tributari (d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117)

Recensioni - Francesco Occhetta

4 giugno 2018

ALESSANDRO MAZZULLO
Il nuovo codice del terzo settore. Profili civilistici e tributari (d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117)
Torino, Giappichelli, 2017, XX-324, € 35,00.

Il volume è uno dei primi commenti organici al testo normativo della riforma del Terzo Settore, il cui scopo è trovare punti di equilibrio tra le esigenze dello Stato, quelle del mercato e quelle della società civile. Riconoscere al Terzo Settore sia la capacità di scambiare liberamente beni o servizi sul mercato in funzione di uno scopo diverso dal profitto, sia la possibilità, per un’impresa, di avere un fine di utilità sociale, rientra in quella visione umana che la Chiesa, nell’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, definisce come «civilizzazione dell’economia».

Alessandro Mazzullo – che ha fatto parte del tavolo tecnico istituito dal Governo per la redazione del codice del Terzo Settore – struttura il volume su un doppio baricentro. Il primo è quello tecnico, perché la riforma, che è entrata in vigore il 3 agosto 2017, deve essere compresa e applicata da quasi 300.000 enti e da milioni di italiani. Questa parte è corredata di dati, tabelle, studi, rimandi bibliografici e spiegazioni puntuali.

Il secondo baricentro, di taglio storico-politico, permette di comprendere l’ostilità culturale verso i corpi intermedi che formano il Terzo Settore, indicandone le ragioni storiche: agli inizi del Novecento la cultura liberale era contraria alla ricchezza accumulata dal Terzo Settore, mentre la concezione totalitaria del fascismo aveva addirittura rifiutato l’idea di una società civile in grado di assolvere funzioni al posto dello Stato. Quando, invece, durante il primo periodo repubblicano, fu lo Stato a tutelare i diritti e i bisogni sociali dei singoli cittadini, attraverso il cosiddetto Welfare State, i diritti associativi furono garantiti solo come espressione della libertà inviolabile, ma non furono considerati come un «bene valore» per la società. Il terreno culturale in cui è germogliata la riforma risale al 2001, con la revisione del Titolo V della Costituzione, che includeva il principio di sussidiarietà orizzontale.

L’A. mette a fuoco anche i riflessi della riforma sul piano giuridico ed economico a partire dall’errata concezione che perseguire un fine non lucrativo (lucro soggettivo) coincida con l’assenza di attività d’impresa (lucro oggettivo). Le statistiche dimostrano il contrario: nel Terzo Settore vive l’imprenditoria sociale.

Su questo punto però la riforma costituisce soltanto una mezza vittoria. Il legislatore poteva essere più coraggioso, perché i limiti civilistici e tributari che la riforma impone risentono ancora di molti retaggi culturali e della difesa di cordate di interessi lontani dallo spirito dell’economia civile. Fondamentale, al riguardo, è la parte che spiega le criticità connesse alla scelta legislativa di incasellare gli enti del Terzo Settore nel rigido binomio fiscale degli enti commerciali e non commerciali.

Il testo è come una bussola per orientare gli operatori del Terzo Settore, i policy makers, fino ai responsabili di enti, come le piccole associazioni parrocchiali o le grandi associazioni laicali o ecclesiastiche. Per Mazzullo, dare fiducia alle imprese not for profit significa dare uno stimolo alla competizione anche al settore for profit, negli ambiti in cui vengono offerti gli stessi beni e servizi. Rendere operativa la riforma significa rendere produttivo il Terzo Settore, creare nuovi posti di lavoro e premiare l’iniziativa di quei cittadini che favoriscono il bene sociale. L’A. invita a scommettere culturalmente sulla riforma, come indica la dedica, carica di futuro, che egli ha scelto per il volume: «Ai nostri figli».