IL MESSIA ALLE PORTE DI ROMA

Recensioni - Marco Tibaldi

15 marzo 2019

JEAN-PIERRE SONNET
Il Messia alle porte di Roma
Cantalupa (To), Effatà, 2018, 48, € 7,00.

L’A. è un padre gesuita, esegeta dell’Antico Testamento presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, appassionato della Scrittura. Accanto all’attività accademica, scrive poesie: un modo di offrire ai propri lettori il dono del proprio angolo visuale sul mondo per coglierne i nodi significativi. È quanto ha fatto in questo libretto, in cui si trovano singolarmente uniti alcuni luoghi ed esperienze fondamentali della sua esperienza. Con uno stile asciutto, egli propone in 34 liriche altrettanti piccoli assaggi di mondi, fatti di persone, monumenti, riferimenti biblici e letterari. Il tono di fondo però è spirituale, di una spiritualità lieve e concreta, che mette in evidenza, dietro le pieghe della realtà, l’attesa dell’incontro con il Maestro, il Messia che costantemente bussa alle porte delle città e dei cuori perché chi vuole apra e lo faccia entrare.

In apertura, c’è una citazione tratta dal Talmud: «Quando verrai, Mae­stro? / Il Messia: Oggi / Non mi ha detto il vero, mi ha detto che sarebbe venuto oggi, ma non l’ha fatto! / Elia: È proprio ciò che ti ha detto: Oggi, se ascolterete la sua voce» (Talmud babilonese, Sanhedrin 98 a). Qui troviamo una pista di lettura. L’A. per primo si è messo nell’atteggiamento evocato dalla citazione: l’ascolto, paziente e attento della realtà, seduto «nell’antico caffè, dove scrivo guardando la gente» (Isola Tiberina, p. 40). Alcune figure lo hanno guidato e accompagnato in questa difficile arte: «Avevo occhi solo per lei, ed ella era tutta orecchi. È possibile che una figura di donna, intravista tra i banchi di una chiesa, dica tutto dell’ascolto?» (Sant’Agnese in Agone, p. 13).

L’incipit di ogni lirica in scrittura quadrata rimanda implicitamente allo sfondo biblico sotteso a ognuna delle figure o luoghi rappresentati e, al tempo stesso, focalizza l’attenzione del lettore su quel dettaglio attraverso il quale poter entrare nell’intero. Qui il rapimento per questa donna, incarnazione dell’atteggiamento del perfetto discepolo: Maria che in ascolto si è scelta la parte migliore.

Nelle persone l’A. sa cogliere quelle rivelazioni che incarnano la Scrittura nella storia. Protagonista prima è ancora una donna, che gli svela il senso del Nome: «“Grazie per il suo modo di dire Dio”, mi aveva mormorato, un sorriso negli occhi. Nella chiesa che si svuotava, era rimasta sola, per questo oracolo di otto parole. Doveva essere profetessa al Tempio, cugina di Anna e Simeone. Dopo quel giorno e tanti anni, quando all’altare apro le braccia e dico il nome di Dio, la vedo in prima fila sciogliersi di gioia nel nome amato» (Il nome di Dio, p. 14).

Lo stesso effetto si ritrova in altri personaggi del panorama romano, divenuti, a loro insaputa, testimoni di parole benedicenti, come l’anonimo fiorista di una celebre piazza: «E fu una sera, e così tutte le sere. Fa la riverenza, caricando sulle tre ruote del suo rottame arrugginito tutto un giardino fiorito. Sul selciato di Roma l’Eden ondeggia. Riapparirà domani, in fondo alla stessa strada, e tutto sarà accresciuto. Dio vide che era cosa buona» (Il fiorista di Campo de’ fiori, p. 25).

L’A. conduce così dentro le trame del quotidiano, per riconoscere i luoghi e soprattutto i volti in cui il Messia desidera l’incontro: «Il Messia attende alle porte di Roma, lebbroso tra i pezzenti, insegna il Talmud. Devo ritornare, salutare il Messia in ognuno di loro, senza sbagliarmi di persona» (Il Messia mendicante, p. 30).

Lo sguardo si affina progressivamente, al punto che anche il profumo del caffè appena fatto, sapore che evoca il quotidiano andare frettoloso per le vie delle città, si «mescola all’ostia bianca e pura» di una celebrazione mattutina. La memoria conduce sulle sponde del lago di Galilea, dove è cominciata l’avventura di Gesù con i lavoratori dell’epoca, trasformati in amici e discepoli. Anche lui ha cominciato dalla convivialità feriale, dalla condivisione del «caffè», per inserire nel mondo la novità che lo può cambiare: «Un rumore di sedie metalliche riconduce all’evidenza: il bar è accanto. Una cosa, però, è sicura: il Cristo, dai morti, si è svegliato» (Domenica mattina a Sant’Eustachio, p. 37).

Attraverso le persone è un’intera città, con i suoi monumenti e i suoi animali, dai gabbiani agli storni, che vien letta in trasparenza. Così è per i sampietrini, parte strutturale dell’arredo urbano, ora colti come «eredi ostinati delle lastre imperiali [che] conducevano ai confini della terra». Il viaggiatore, cittadino o turista occasionale, però è invitato ad «alzare allora gli occhi, come fece Abramo» (San pietrini, p. 38) e a non soffermarsi a contemplare gli allori del potere.

In questo modo, anche Roma non è più la meta, ma il punto di partenza per il vero viaggio a cui invita il Messia: l’altrove che attende il Vangelo. Non a caso, l’A. conclude la sua opera aprendo nuove prospettive, citando san Paolo che desidera andare oltre, raggiungere la Spagna, il confine estremo occidentale dell’epoca (cfr Rm 15,23-33); per questo «Roma sarà solo una tappa. È alle isole, a Tarsis che ci conduce» (Tarsis e le isole, p. 44).