FERMEZZA E RESISTENZA

La testimonianza di vita dei martiri

Recensioni - Valentina Pelliccia

2 giugno 2018

EBERHARD SCHOCKENHOFF
Fermezza e resistenza. La testimonianza di vita dei martiri
Brescia, Queriniana, 2017, 264, € 24,00.

L’opera di Schockenhoff sul sacrificio dei martiri è una ricerca volta a rilevare i caratteri essenziali del martirio; per questo presta attenzione alla ricostruzione storica di quegli eventi nei quali i cristiani hanno risposto alle persecuzioni della loro fede con il dono della vita.

L’A. afferma di voler capire se la scelta volontaria di morire, da parte del martire, «abbia un senso per gli altri, per la fede e la vita di tutti i cristiani e della chiesa intera» (p. 7). Così parte dalle origini dell’idea di martire cristiano per giungere fino ai nostri tempi ed esaminarne gli elementi nuovi.

La ricerca inizia con una domanda fondamentale, che l’A. considera fortemente provocatoria per l’odierna visione della fede e per il pensiero teologico: «Perché in tutti i tempi ci furono cristiani che accettarono volontariamente la morte per la loro fede?» (p. 9). La risposta richiede un excursus storico dai primi secoli del cristianesimo ad oggi e, sotto questo aspetto, l’opera si presenta generosa sia nel saper indicare le situazioni e il pensiero dominante delle diverse epoche, sia nel voler raccontare vicende particolari di ognuna di esse.

Da questo sguardo storico si passa a riflessioni teoretiche riguardanti le caratteristiche umane del martire e la sua personale convinzione che esiste qualcosa di più alto della propria vita. Questi elementi costituiscono l’oggetto principale della teologia del martirio, che deve essere in grado di dare una risposta anche alle eventuali obiezioni che le possano essere rivolte. Una fra queste consiste nel voler attribuire al martire, e alla stessa teologia del martirio, un’errata valutazione della vita e della morte, in quanto risulterebbe più saggio conservare la propria vita per continuare a impegnarsi per il Regno dei cieli e la sua giustizia, al servizio delle persone bisognose. Ma è proprio la disponibilità del martire a subire la morte per la propria fede ad assegnare alla sua testimonianza una credibilità distintiva.

Risulta altrettanto chiaro che «l’essere uccisi come tale non basta per poter parlare di martirio, poiché la morte come avvenimento esterno può essere cercata o accettata per ragioni molto diverse. Di per sé la morte non è qualcosa di meritorio, ma un male che solamente nel contesto di una situazione di persecuzione acquista la dimensione di dimostrazione della propria convinzione di fede» (pp. 121 s). Così il martire si distingue per l’amore che vuole testimoniare nell’accettare volontariamente la morte.

Non si possono conoscere i motivi ultimi che spingono i martiri a morire: essi restano un mistero, in quanto sono racchiusi nei loro cuori, ma non si può prescindere dalle parole di Gesù per avvicinarsi al senso di questa scelta. Infatti, quando egli dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13), indica come debba manifestarsi pienamente l’amore. E il martire è condannato a morte per l’amore verso il Padre e la confessione del suo Figlio. Egli sente una forza speciale dentro di sé, e la sa ricondurre alla presenza in lui di Cristo stesso, in quanto, come Cristo, egli viene accusato e attende la propria morte.

In riferimento ai martiri del XX e XXI secolo, Schockenhoff rileva come elemento storico caratteristico il fatto che, per la maggior parte di loro, la condanna sia stata decretata a motivo delle conseguenze che la loro identità cristiana aveva prodotto nella sfera pubblica. In nome dell’amore che nutrivano per Cristo, queste persone sono entrate in conflitto con i potenti, perché hanno perseguito sul piano sociale la pace, la giustizia e la solidarietà verso i poveri e gli oppressi. «Siccome non limitavano la loro fede al ristretto ambito della vita religiosa, ma la confessavano pubblicamente e ne facevano il principio della loro azione politica, entrarono in un conflitto mortale con le ideologie totalitarie e i sistemi di governo del loro tempo» (p. 157).

Questa caratteristica delle recenti cause del martirio cristiano era stata giustificata teologicamente già nel XIII secolo da Tommaso d’Aquino, il quale ha scritto nella Summa Theologiae: «Il bene dell’uomo può diventare bene di Dio, se viene riferito a Dio. Perciò ogni bene umano, se riferito a Dio, può essere ragione del martirio» (II-II, q. 124, a. 5, ad 3). Pertanto, i testimoni della fede di ogni epoca dimostrano di accettare liberamente la volontà di Dio, nonostante i pericoli per la propria vita, in virtù dell’amore di Cristo e per Cristo.