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ETICA PER LE TECNOLOGIE DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

Recensioni - Paolo Cattorini

26 aprile 2019

ADRIANO FABRIS
Etica per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione
Roma, Carocci, 2018, 128, € 13,00.

Le nuove tecnologie dell’informazione incidono sulla qualità della nostra vita per ragioni molteplici. In primo luogo, gli strumenti comunicativi si emancipano dal controllo umano. Non costituiscono cioè semplici protesi tecniche cui possiamo togliere potere in qualsiasi momento, ma vivono di una relativa autonomia, risolvono problemi prima che l’utente se ne accorga, dialogano fra loro, instaurano un «infoambiente» (detto anche «infosfera»), ossia un mondo laterale rispetto a quello dei tradizionali scambi sociali.

Il funzionamento regolare, efficiente, strutturato di tali macchine, da un lato ci induce a delegare ad esse compiti cognitivi delicati (si pensi alla capacità di memorizzare, processare, sintetizzare, decifrare informazioni e prevedere eventi fattuali); dall’altro, nasconde, dietro un’apparente oggettività, alcune regole e valori (tutt’altro che scontati e innocenti) che l’ingegneria costruttiva ha loro imposto e grazie a cui hardware e software stabiliscono l’importanza – e quindi la priorità – delle operazioni da eseguire.

La tecnologia prescinde dall’uomo, al punto da subordinarlo a se stessa e da obbligarlo ad adattarsi e interagire con apparati in modo così intimo che il confine tra «natura» e «artificio» viene progressivamente a sfumare.

Parte da queste premesse lo studio di Fabris, che insegna Filosofia morale ed Etica della comunicazione presso l’Università di Pisa. Egli distingue un duplice approccio alle dimensioni morali legate all’impiego quotidiano, sempre più massiccio, dei dispositivi più diffusi: internet, smartphone, iPad, computer, robot. L’«etica dell’universo virtuale» può essere infatti qualificata come la riflessione filosofica, compiuta dall’esterno (off-line, si potrebbe dire), in merito ai vantaggi e rischi di tali strumenti, al loro impatto sociale e ai corrispondenti atteggiamenti (di gradimento o di paura, di adeguamento opportunistico o di revisione critica) che si nutrono nei loro confronti. L’«etica nel virtuale» è invece l’insieme dei criteri che guidano la nostra azione una volta che abitiamo dentro (on-line) queste architetture (dette «cyberspazio») e percorriamo questi flussi artificiali di pensiero. Le etiche applicate ispirano poi normative giuridiche e deontologiche, cioè codici che l’operatore professionale deve rispettare se non vuole incorrere in sanzioni.

L’essere umano diviene oggi responsabile non soltanto delle conseguenze relative al funzionamento degli apparati, ma anche «dello stesso contesto relazionale, cioè dell’ambiente all’interno di cui si trova a operare […], anche se tale ambiente non dipende da lui o da lei, anche se su di esso non ha pieno controllo» (p. 120). Questa è una «retroazione» che la macchina non può compiere: decidere di farsi carico, consapevolmente, anche di ciò che, immediatamente e in senso stretto, il singolo utilizzatore non ha causato.

Logica, obiettivi e princìpi che guidano i dispositivi artificiali possono essere messi di nuovo in questione e rimodulati alla luce di un ideale che corrisponde alla struttura relazionale della persona, premiando quelle operazioni e applicazioni che alimentano rapporti più ampi e fruttuosi, evitando strumentalizzazioni, reificazioni e minacce alla maturazione della libertà e dignità del vivere.

L’A. ricostruisce con chiarezza le diverse fasi storiche dello sviluppo di internet, quelle che possiamo chiamare «il primo internet» (l’internet dei netsurfers), l’internet dei social network, e infine l’internet delle cose. Si passa dalla fruizione passiva di siti informatici sulla cui rete si può agilmente scivolare (surfing) alla condivisione, scambio e utilizzo espressivo di notizie che cementano il patrimonio sociale di chi è collegato alla rete. Si giunge quindi a impianti così perfezionati da connettersi fra loro spontaneamente e attivarsi secondo modalità svincolate dalla sfera decisionale, dal consenso, dalle preferenze dei singoli cittadini o delle istituzioni politiche.

Mentre i robot divengono antropomorfi, gli umani si modellano e si rispecchiano attraverso di loro (come in un gigantesco selfie). Masse enormi di dati, elaborazioni e previsioni premono così sull’agire democratico, imponendo a quest’ultimo di scegliere fra scenari morali alternativi.