ENEIDE: LIBRO VI

Recensioni - Alberto Fraccacreta

13 aprile 2019

SEAMUS HEANEY
Eneide: Libro VI
a cura di MARCO SONZOGNI
Rovigo, Il Ponte del Sale, 2018, 120, € 18,00.

La traduzione è sempre un’operazione intellettuale ad alto rischio, anche se ad approntarla è un poeta di chiara fama. Ma se l’autore in questione insegue quel sogno sin da ragazzo e ne lascia una traccia dopo la sua scomparsa, vuol dire che la resa può avere per lui un significato ulteriore. E più che letteraria, è necessario definirla «traduzione metafisica», perché l’oggetto, il bersaglio, è un sistema ultrasensibile in particolare, ossia l’aldilà virgiliano, cantato (in Human Chain) e tradotto come postilla all’opera in versi. Seamus Heaney, il maggiore poeta irlandese del secolo scorso, ha infatti inseguito per anni il sogno dei Campi Elisi.

Era la sua ultima fatica ed è stata pubblicata da Faber & Faber nel 2016, tre anni dopo la morte. Ora la «traduzione di traduzione» è disponibile per il lettore italiano che deve orientarsi nelle paludi dello Stige, negli ombrosi svincoli dell’Acheronte, con un vero e proprio team di specialisti. Tutt’altro che insignificante è la nota del traduttore, firmata dallo stesso A., che spiega le ragioni di questa versione e le difficoltà tecniche: «E anche oggi quel lontano omuncolo del sesto anno deve confrontarsi con un supervisore, per quanto diverso: uno scrittore che ha nella testa e nell’orecchio altre preoccupazioni che quella della fedeltà al testo. Il ritmo, il metro e la scansione dei versi, la voce e la sua cadenza, il bisogno di una dizione sufficientemente decorosa per Virgilio e tuttavia non tanto “antica” da suonare stonata in rapporto a un idioma più contemporaneo» (p. 23).

Il contenuto del canto è noto: Enea sbarca a Cuma, incontra la Sibilla Deifobe al tempio di Apollo, scende con lei nell’Ade contro le iniziali rimostranze di Caronte (il ramo d’oro funge da passepartout). Si imbattono in Palinuro, nella disperata Didone. Alla diramazione con il Tartaro, svoltano per l’Eliseo: lì c’è Anchise, che spiega al figlio la dottrina dei cicli e delle rinascite, e gli indica le ombre dei grandi eroi romani che nasceranno sotto la sua discendenza. Infine, Enea e la Sibilla risalgono al mondo dei vivi, passando per la porta dei sogni.

Quali strategie di traduzione ha utilizzato l’A. in relazione al suo «compito per casa di discipline classiche» (p. 21)? Facciamo un esempio. Il v. 74 del testo originale – il momento in cui il pius chiede alla donna di predirgli il futuro – suona così: Foliis tantum ne carmina manda. La versione di Heaney, ai vv. 107-108, situata in posizione progressiva per l’agilità del metro, è: Not to inscribe / Your visions in verse on the leaves («Non affidare / le tue visioni a versi sulle foglie», pp. 32 s). Perché visions in verse e non songs o poems? La sillaba finale di leaves ondeggia ritmicamente tra visions e verse, fino a riprodurre il suono flebile del vento che disperde gli oracoli nell’aria.

La musicalità è determinante nella poetica heaniana: il metodo mitico di Eliot – l’alternanza cioè di antico e moderno in un unico shock lirico – si nutre, nel poeta irlandese, di fitti accenti consonantici e vocalici, per dare l’idea di una flessuosità melodica, espressa anche dal verso a scalino. Tantum è ricreato nel segmento precedente: Yet one thing I ask of you («Solo una cosa ti chiedo»). E l’espansione numerica del testo coincide, come si è anticipato, con il tentativo di una delicatezza stilistica, capace di sfrondare la potenza calcarea dell’esametro latino. Il proposito di Heaney è di enfatizzare i margini tematici, ovvero di rendere credibile l’ambiente che Virgilio delinea: The other has a luminous, dense / Ivory sheen, but through it, to the sky above, / The spirits of the dead send up false dreams («L’altra ha un candido, intenso / splendore d’avorio, ma da questa al cielo superno / le anime dei morti inviano falsi sogni» pp. 104 s).

Resta affascinante il motivo per cui Enea e la Sibilla escono dalla porta dei sogni fallaci. Mistero borgesiano dei sentieri biforcati, è in questo «bisogno» – etico e metafisico – «di traduzione» che si restringe la possibilità con cui l’A., virgilianamente, al di là del nulla, ritrova la trascendenza, l’oltrevita, guardando di sbieco alla sua origine cattolica, nel ricordo dei santi irlandesi medievali e del triste re Sweeney.

Con un’espressione alla Kierkegaard, si può dire che Heaney, come il Virgilio dantesco, è l’«amante infelice» del cristianesimo, proteso in un’aspettativa futura, una speranza nuova: l’arrivo del fanciullo (puer), nato dalla vergine, che cambierà il mondo. Ma, per colmare il divario c’è bisogno di un salvacondotto, di una giustificazione alla sospirata attesa: Quod si tantus amor menti» («Però, se amore ti assilla a tal punto…», pp. 38 s).