DIETRO «DIONIGI L’AREOPAGITA»

La genesi e gli scopi del «Corpus Dionysiacum»

Recensioni - Enrico Cattaneo

4 gennaio 2019

ERNESTO SERGIO MAINOLDI
Dietro «Dionigi l’Areopagita». La genesi e gli scopi del «Corpus Dionysiacum»
Roma, Città Nuova, 2018, 632, € 42,00.

Tra la fine del V e l’inizio del VI secolo apparve improvvisamente una serie di scritti in greco – quattro trattati e dieci lettere – che si presentavano come opera di quel Dionigi che è citato da Luca in At 17,34 come «membro dell’Areopago» e uno dei pochi che aderirono alla predicazione di Paolo ad Atene. La tradizione lo ritenne poi il primo vescovo di quella città, ed è in questa veste che si presenta ai lettori delle «sue» opere.

A parte qualche sporadica voce, nessuno nell’età patristica e medievale mise mai in dubbio l’autenticità di questo insieme di scritti, che ebbero un influsso enorme sia in Oriente sia in Occidente. Basti pensare alla nozione di «teologia negativa», all’angelologia, alla mistagogia e alla dottrina ascetica, il tutto ordinato attorno al concetto di «gerarchia», «di certo il più fortunato tra i numerosi neologismi di conio pseudo-dionisiano» (p. 23). Per gli studiosi moderni, invece, si tratta forse del più clamoroso caso di pseudepigrafia, e tutti i tentativi di dare un nome al vero autore sono rimasti senza successo.

Ernesto Sergio Mainoldi, in questo poderoso studio, intende percorrere un’altra via: quella di ricostituire «la genesi e gli scopi» del Corpus Dionysiacum. Siamo così immersi nel mondo delle controversie origeniste e nel dibattito cristologico post-calcedonese tra monofisiti e difisiti. Molto interessante è il capitolo dedicato all’universo liturgico dionisiano. Secondo l’approccio dello pseudo-Dionigi, «la liturgia […] si configura come lo spazio e il tempo in cui la gerarchia ecclesiastica esplica la sua funzione precipua, ossia quella di essere sinergia della teurgia deificante» (p. 286). In altre parole, la liturgia – in particolare la Sinassi eucaristica – è finalizzata alla deificazione degli uomini.

Nella descrizione e nella spiegazione dei riti fatta dall’A. non è possibile tuttavia risalire a una determinata tradizione liturgica: vi si trovano infatti «elementi liturgici siriaci giustapposti ad elementi specificamente costantinopolitani» (p. 335). Ciò fa pensare che il Corpus Dionysiacum rientri in quel processo che ha portato, all’epoca di Giustiniano, a considerare Costantinopoli come «cuore e voce dell’ortodossia in tutta l’ecumene» (p. 338).

Nella stessa direzione porta l’analisi della teoria del simbolo, che «costituisce un fondamentale aspetto del pensiero pseudo-dionisiano» (p. 361). Infatti, «è in virtù del simbolo che la teologia può arrivare a parlare, sebbene in modo traslato, delle realtà altrimenti indicibili» (p. 363). Ma se le cose create possono servire a fare da simbolo delle realtà divine, ciò non è per una loro proprietà ontologica, «bensì in virtù di una rivelazione dall’alto» (p. 365). È dunque alla Scrittura che bisogna rivolgersi. E qui Dionigi l’Areopagita inaugura quella che, secondo Mainoldi, sarà «l’esegesi bizantina», che «segna il superamento teologico, epistemologico ed ermeneutico» tanto dell’«allegorismo alessandrino», quanto del «tipologismo antiocheno» (pp. 292; 373).

Non era facile, per un autore a cavallo tra V e VI secolo, presentare il frutto della sua maturazione teologica servendosi di una finzione letteraria ‒ quella di Dionigi, discepolo di Paolo – senza cadere in grossolani anacronismi. Di qui la necessità di un linguaggio assolutamente innovativo e l’impossibilità di citare espressamente le proprie fonti cristiane. Ma il rapido successo che ebbe lo pseudo-Dionigi anche in Occidente (basti pensare a san Tommaso, che ha commentato il De divinis nominibus) fa capire che i contemporanei e i posteri non si sono sbagliati nel vedere che in quel Corpus era racchiuso il meglio non solo dello sforzo teologico che aveva portato a Calcedonia, ma anche dell’eredità filosofica ellenica.

In definitiva, «l’operazione pseudo-dionisiana lascia dunque riconoscere dietro le sue ragioni un intento apologetico, sia in senso affermativo sia in senso critico. Questo non può essere compreso se non sullo sfondo di una trasformazione epocale, che fu l’opera di tutta l’età patristica, coinvolgendo a ogni livello le istituzioni guida del mondo tardo-antico, la Chiesa e l’Impero, le scuole esegetiche e i centri monastici, nonché le istituzioni che trasmettevano il sapere antico e la sua visione del mondo» (p. 394).

Noi ci auguriamo che questa affascinante presentazione del Corpus Dionysiacum riscuota un vasto consenso tra gli studiosi dello pseudo-Dionigi.