CONTRO I PAGANI

Recensioni - Enrico Cattaneo

18 maggio 2018

ARNOBIO
Contro i pagani
a cura di CHIARA OMBRETTA TOMMASI
Roma, Città Nuova, 2017, 624, € 82,00

La tradizione apologetica è molto presente nei Padri della Chiesa, partendo da Giustino e Tertulliano fino ad Agostino, passando per Atanasio d’Alessandria. In questa tradizione si inserisce anche Arnobio, un autore laico dell’Africa romana, che ha scritto nei primi anni del IV secolo ed è morto forse verso il 327. Convertito al cristianesimo, egli utilizzò la sua penna in difesa di questa religione, che era ancora molto criticata sia da parte di intellettuali, come Porfirio, sia da parte della gente comune, con una marea di pregiudizi e di calunnie.

L’opera, in sette libri, «si sviluppa nell’attacco delle divinità tradizionali del politeismo, di quelle dei culti di mistero, per concludersi con la polemica nei confronti della venerazione per immagini, dei templi e dei sacrifici» (p. 31). Arnobio parte dall’accusa, spesso ripresa dai pagani, che i cristiani, abbandonando le divinità tradizionali, sarebbero la causa di tutte le sciagure che si abbattono sul mondo, come se fossero degli iettatori. Anche Agostino, nel De civitate Dei, dovrà vedersela con questa sciocca imputazione.

Poi Arnobio affronta specificamente le obiezioni che riguardano l’umanità di Cristo, la sua nascita, i suoi miracoli, giudicati opera di magia, e infine la sua ignominiosa morte di croce. Lo scrittore africano intende portare avanti un discorso certamente polemico, ma sereno, basato su «ragionamenti condotti con logica» (I, 2), rovesciando spesso le accuse in contraccuse.

In un lavoro di tipo apologetico come questo è perciò inutile cercare citazioni bibliche, che non avrebbero detto niente ai pagani, anzi avrebbero potuto creare delle difficoltà. Arnobio è convinto che l’errore vada confutato con la ragione, perché solo lì può essere attaccato. È difficile però non cadere nella «strategia argomentativa propria dell’apologetica, che tende a mettere in luce il forte contrasto tra due mondi opposti», sottolineando «la superiorità intellettuale e culturale del cristianesimo» (p. 24).

Nello scrivere, inoltre, l’africano si lascia spesso prendere la mano dalla retorica, risultando piuttosto prolisso e ripetitivo. Tuttavia, se si riesce a sfrondare il suo discorso, ci si accorge che coglie nel segno.

Da qualche studioso Arnobio è stato criticato per alcune sue presunte carenze teologiche, ma non si può pretendere una teologia a tutto tondo da un autore dell’inizio del IV secolo. A nostro avviso, egli sarebbe da rivalutare. Arnobio dimostra di aver capito l’essenza del cristianesimo, perché noi cristiani, dice, «abbiamo imparato dagli insegnamenti e dalle leggi di Cristo che non si deve ripagare il male con il male, che è meglio subire piuttosto che fare un’offesa, e che al macchiarsi le mani con l’altrui sangue è preferibile versare il proprio» (I, 6).

L’introduzione e le note sono di una raffinata erudizione, che arriva persino a citare una bibliografia in giapponese (cfr p. 480).