CATTOLICI SENZA PARTITO?

Recensioni - Francesco Occhetta

7 maggio 2018

GIORGIO MERLO
Cattolici senza partito?
Roma, Edizioni Lavoro, 2017, 109, € 13,00.

Giorgio Merlo, giornalista, scrittore e, per molti anni, amministratore pubblico, fa riemergere nella cultura politica una domanda silente, che giace da anni come il fuoco sotto la cenere: «Cattolici senza partito?». Dopo l’esperienza della Dc, il Partito Popolare prima, l’esperienza della Margherita poi, e il nascere del centrodestra e del centrosinistra hanno gradualmente trasformato la presenza dei cattolici in politica da massa a lievito.

La struttura del volume, pensato come una spirale, in cui il terzo capitolo riprende e approfondisce le tesi dei primi due, si basa su una premessa metodologica: «Non viene prima il partito e poi la rielaborazione del programma; ma sono gli ideali e il programma delle cose da fare che giustificano il decollo del progetto politico» (p. 98). E così, animati da un «perché», diventa chiaro il «dove» e il «come», secondo l’insegnamento dei maestri spirituali.

Per la cultura politica del cattolicesimo democratico, il «perché» si fonda sul riformismo, definito da De Gasperi «laburismo cristiano», e sulla «cultura del progetto», insegnata da Pietro Scoppola. È dalla capacità di riformare le istituzioni e di riformarsi nella storia che emergono i valori del cattolicesimo democratico, mai dal processo contrario.

L’A. ricorda alcune categorie politiche fondamentali che hanno contraddistinto la presenza dei cattolici in politica, come il radicamento territoriale, la rappresentatività sociale, l’elaborazione culturale e la militanza. È noto che gli attuali partiti dei leader, ridotti a comitati elettorali, hanno svuotato il ruolo e la funzione dei partiti del Novecento: Merlo li definisce «la partitocrazia senza partiti». Tuttavia, potrebbero riaprire uno scenario nuovo il ritorno del sistema proporzionale e l’attenzione a «una nuova rappresentanza del mondo cattolico», come ha messo in risalto il card. Bassetti, presidente della Cei.

Da qui le tre domande poste dall’A.: potrà nascere un nuovo partito di ispirazione cristiana? I cattolici si organizzeranno in correnti all’interno dei vari partiti esistenti? Si scommette sulla formazione politica pre-partitica limitandosi alla presenza organizzata dei cattolici all’interno della società civile? A queste domande l’A. non risponde, ma rilancia la sfida di ritrovare le ragioni del popolarismo per «elaborare una vera politica a vantaggio dei ceti popolari». È questa l’origine dell’appartenenza dei cattolici in politica.

Occorre dunque ribadire l’opzione fondamentale che l’A. chiama «questione sociale», ma anche rendere attuale il metodo politico della tradizione del cattolicesimo democratico del Novecento: la moderazione e il gradualismo delle riforme, lo spirito di mediazione e infine l’interclassismo. Lo ricorda nella prefazione Guido Bodrato.

È quindi possibile guardare verso lo stesso orizzonte, se si porteranno a compimento tre grandi eredità: il municipalismo e l’antistatalismo sturziano, la casa comune d’Europa sognata da De Gasperi, la riforma dei corpi intermedi pensata da La Pira, Dossetti e Moro. È questo il punto di partenza per un impegno dei cattolici in politica. L’organizzazione è secondaria; anche in politica vale l’insegnamento evangelico di essere lievito che fa fermentare la massa (cfr Mt 13,33).