CATERINA DA SIENA

Una mistica trasgressiva

Recensioni - Tullia Fabiani

1 marzo 2018

ANDRÉ VAUCHEZ
Caterina da Siena. Una mistica trasgressiva
Bari – Roma, Laterza, 2016, 228, € 20,00.

Caterina da Siena: un’asceta, una mistica, dotata di carismi eccezionali. Una donna del tempo e fuori dal tempo. Nel mondo, ma non del mondo. Vocazione contemplativa e azione politica: l’una generatrice dell’altra. Obbedienza e mansuetudine sposate a uno spiccato e naturale talento da leader, che ha fatto di lei una «piccola donna» (come la definì papa Urbano VI), fragile nel corpo quanto empatica e coriacea nello spirito e nel carattere. Ecco Caterina. La mantellata domenicana, laica, che nella metà del XIV secolo, partendo dalla periferia della città toscana, arrivò a incidere con la preghiera e con le azioni sulla vita della Chiesa e sulla storia. Fino ai nostri giorni.

A raccontarla è lo storico André Vauchez, medievalista francese tra i più autorevoli, professore emerito all’Università di Paris X-Nanterre. In un libro accurato e appassionato, ricco di fonti, riferimenti, particolari storici e testuali, egli ripercorre la breve e straordinaria vita di questa giovane senese, che «possedeva il dono di scuotere le anime», tanto da «convertire» personaggi irremovibili nel loro anticlericalismo e nel rifiuto di conciliarsi con gli avversari. E non risparmiava rimproveri a chi, più e prima di altri, avrebbe dovuto essere di esempio, come gli appartenenti al clero, le cui discordie la indignavano.

Critica verso un sistema politico in cui il potere si trova nelle mani di un partito, di un clan familiare o di un’unica persona, Caterina, in una lettera del 1378 indirizzata ai priori e al gonfaloniere di giustizia di Firenze, biasima questa tendenza e i suoi effetti nell’ambito della vita civica; scrive: «Al petto del Comune non si nutricano i sudditi con giustizia né carità fraterna; ma ciascuno con falsità e bugie attende al bene proprio particolare, e non al bene universale».

Convinta che l’essenziale sia incontrare Dio e che questo sia possibile in qualsiasi contesto, la giovane mantellata mostra, con il suo esempio, che l’accesso alla contemplazione e all’ispirazione divina è indipendente da qualsiasi condizione sociale e da qualunque forma di vita religiosa. «È la logica dell’incarnazione, vissuta nella convinzione che la vita vera si collochi nella storia e che lì si giochi il destino soprannaturale degli uomini», ricorda l’A. «Caterina sognava una Chiesa governata da uomini santi e liberata dal peso degli interessi temporali. Per lei, vita spirituale e vita civica sono strettamente legate. E la trasformazione dell’anima prelude a quella della società e la guida».

In questa prospettiva, tutta la sua vita si declina al servizio della Chiesa, con un’azione costante e concreta per favorire una riforma radicale, centrata sul Vangelo, e il ritorno del papato nella «città di Pietro». Per Caterina, la presenza del Papa a Roma era la conditio sine qua non per una pacificazione dell’Italia e per la stessa riforma. Da qui il rapporto epistolare con Urbano VI, le sollecitazioni a non abdicare, e l’invito che ricevette – nel 1378 – dal Papa a raggiungerlo a Roma, per fare un «discorso di esortazione» ai cardinali. «Questa piccola donna ci confonde – avrebbe detto Urbano VI –. Per natura, lei dovrebbe temere anche quando noi ci sentissimo ben sicuri; invece siamo noi che temiamo, e lei no; anzi, ci dà coraggio con le sue convinzioni».

La «missione» di Caterina fu tutt’altro che facile, e andò incontro a ripetute delusioni: il papato tornò a Roma, ma non nelle condizioni da lei auspicate. Delusioni che la portarono a confidare ancora di più nell’intervento divino. Come lei stessa riferì in uno degli ultimi messaggi destinati al Papa, in una delle sue visioni Dio, a proposito della Chiesa, le aveva detto: «Mi dolgo che io non trovo chi ci ministri, anco pare che ognuno l’abbia abbandonata; ma io sarò remediatore».

Caterina muore nel 1380. Verrà riconosciuta santa nel 1461, solo al termine di una lunga crisi conciliare e a riunificazione ecclesiastica avvenuta. Secoli dopo, nel 1970, papa Paolo VI la proclama «dottore della Chiesa» per aver offerto «uno dei più fulgidi modelli di quei carismi di esortazione, di parola di sapienza e di parola di scienza che san Paolo mostrò operanti in alcuni fedeli presso le primitive comunità cristiane». «Una donna di grande modernità – scriveva Paolo VI –, che non aveva esitato a proiettarsi nell’azione politica per cercare di far prevalere la giustizia nel mondo».