ALLA RADICE LA LIBERTÀ

I paradossi del cristianesimo

Recensioni - Betty Varghese

22 aprile 2019

TIMOTHY RADCLIFFE
Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo
Bologna, EMI, 2018, 144, € 15,00.

Con stile brillante e umoristico p. Timothy Radcliffe, ex maestro generale dei domenicani, affronta in questo libro una serie di tematiche fondamentali dell’essere cristiani.

Anzitutto l’amore. Un amore eterno, più forte di ogni infedeltà e tradimento. L’A. lo presenta attraverso la vicenda concreta di Gesù, in particolare la sua Ultima Cena, nella quale egli si offre e promette ai suoi discepoli una presenza che li accompagnerà nelle alterne vicende della vita, nei tradimenti e nei fallimenti, offrendo loro sempre una possibilità di riscatto e di rinascita.

Molto bella è, a questo proposito, la lettura della parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32) fatta dall’A.: condizione dell’amore è la libertà, e questa ha i suoi rischi. È la condizione per vivere, che contesta l’odierna cultura del possesso e della sicurezza, che spegne, insieme ai sentimenti, anche la vita stessa. Ma nello stesso tempo la pazienza e la comprensione del padre sono una splendida pedagogia di maturazione, come coscienza delle proprie possibilità e delle conseguenze delle proprie scelte: «Il fratello minore desiderava vivere la vita al massimo. Ha preteso di vivere “da adulto” prima di essere pronto. Il fratello più grande, invece, sembra aver paura della vita. Non ha mai nemmeno provato a organizzare una festa per i suoi amici. Rimane ai margini della festa e si rifiuta di entrare […]. L’invito a vivere è rischioso. Comporta il coraggio di commettere errori, di fallire, di farsi male. Herbert McCabe pronunciava spesso questa massima: “Se ami, sarai ferito e forse morirai. Ma se non ami, sei già morto”» (p. 71).

La seconda parte del libro presenta la Chiesa come casa del credente, con le sue caratteristiche proprie. Essa è composizione unica di unità e varietà. La religione cristiana non s’identifica con un’unica lingua o cultura, e presenta al suo interno una grande varietà di appartenenze: «Molti dimenticano che la chiesa cattolica romana comprende ventitré chiese autonome, ciascuna con i propri riti e canoni […]. La chiesa è la casa dei cattolici di ogni nazione della terra, dalla Mongolia al Sudafrica, che pensano, pregano e si riuniscono in modi diversi» (p. 97). Per questo essa è avversata e temuta dalle dittature di ogni tempo; la sua sfuggente universalità la rende irriducibile al controllo di un potere temporale. La casa che è la Chiesa ha dimora dappertutto, ma non appartiene a nessun luogo. È significativo che l’etimologia greca della parola «parrocchia» significhi «alieno, straniero»: è la casa dei pellegrini che camminano verso la loro dimora eterna (cfr p. 104).

In linea con quanto affermato nelle prima parte, la ragione d’essere della Chiesa sono l’amore e la libertà, il che però comporta una serie di problemi oggi al centro di interrogativi e dibattiti: la protesta verso l’autorità, la possibile composizione di unità e diversità, l’accoglienza dei migranti, la questione dell’omosessualità, la stabilità della verità del magistero e il suo dinamismo storico, la sacralità degli ordini e lo scandalo degli abusi. Radcliffe entra in merito a ciascuna di queste problematiche senza nasconderne la gravità, ma anche senza ridurle al politicamente corretto. La sua lente di lettura è il paradosso cristiano, la tensione tra libertà e amore che, come per la parabola del padre misericordioso, rimanda ciascuno alla responsabilità ultima delle proprie scelte e alla possibilità di ravvedersi. Solo di fronte all’amore liberamente donato è possibile dare spazio al desiderio profondo e ravvedersi.

L’episodio dell’Ultima Cena mostra una polarità strutturale tra fedeltà di Dio e tradimento dell’uomo: un corpo che è consegnato, ma che è anche tradito (traditum) è la speranza concreta che il peccato non ha l’ultima parola, neppure nella tribolata storia della Chiesa. «Ecco la strana, paradossale libertà del cristiano. Se vivessimo anche solo un pochino in questo modo, nessuno penserebbe che il cristianesimo sia costrizione» (p. 122).