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Quaderno N°3930 del 15/03/2014 - (Civ. Catt. I 553-656 )
Editoriale
UN ANNO DI PONTIFICATO: SETTE TRATTI

«Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui… Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie!». Con queste parole, il 13 marzo 2013, alle 20,22, Papa Francesco si è presentato ai fedeli riu­niti a piazza San Pietro e a quelli di tutto il mondo che lo hanno seguito in diretta attraverso la radio, la televisione e i nuovi mezzi di comunicazione. La fumata bianca è giunta al termine della seconda giornata di votazioni dopo il quinto scrutinio. Il Papa è apparso vestito di bianco, solo di bianco, senza la mozzetta, la mantellina papale, e senza neppure la stola, che ha messo sulle spalle soltanto per la benedizione. La sua mano destra esprimeva amorevolmente il saluto, e le sue parole hanno accompagnato una presenza che da subito è apparsa semplice, austera, ma diretta e spontanea.

È passato esattamente un anno da quel momento. Nel presente fascicolo de La Civiltà Cattolica e nel precedente abbiamo voluto fornire alcune chiavi di lettura della figura di Jorge Mario Bergoglio. Continueremo a seguire, come tradizione, gli eventi, i gesti e le parole del Pontefice e della vita della Chiesa così come si svolgeranno. In queste poche pagine introduttive al fascicolo non intendiamo riassumere un’azione di governo né analizzarne le prospettive: lo abbiamo fatto e continueremo a farlo. Qui vorremmo semplicemente porre in evidenza, elencandole, solamente alcune caratteristiche notevoli di questo pontificato così come sono apparse chiare in questi 12 mesi.

Un pontificato «profetico». La proposta di Papa Francesco è «profetica» nel senso in cui Yves Congar l’ha definita (Vera e falsa riforma della Chiesa, Milano, Jaca Book, 1972, 155), cioè realizzata da chi «conferisce al movimento del tempo il suo vero rapporto al disegno di Dio». Papa Francesco è un Papa del Concilio Vaticano II, non nel senso che lo ripete e lo difende, ma nel senso che ne coglie il valore intimo di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi, di rilettura del Vangelo alla luce dell’esperienza contemporanea. In particolare, ricordiamo che Paolo VI, nel suo discorso di chiusura della IV sessione del Concilio, aveva definito la carità come «la religione del nostro Concilio», ricordando «l’antica storia del Samaritano». E per Papa Francesco questa deve essere la Chiesa: una «Chiesa samaritana» così come è emersa nella Conferenza generale dell’Episcopato latino-americano e dei Caraibi, svoltasi ad Aparecida nel 2007; una Chiesa che è «ospedale da campo», come l’ha definita nell’intervista che ci ha concesso lo scorso agosto; una Chiesa che è «casa per tutti», come ha ribadito più volte a Rio de Janeiro ai giovani riuniti per la loro Giornata Mondiale.

 

Un pontificato di incontro. Papa Francesco punta alla qualità della comunicazione stabilita con la Chiesa e la gente. Per questo egli non è un uomo solo al comando, ma è pienamente consapevole di essere un Vescovo con il suo popolo. Il Papa dunque non «comunica», cioè non trasmette messaggi che poi gli altri devono semplicemente ascoltare, ma tende a creare «eventi comunicativi», nei quali, quando e come può, tende a coinvolgere attivamente chi ha con sé o davanti a sé. E questo sin da quando, un anno fa, affacciandosi dalla Loggia delle benedizioni, prima di benedire la gente, ha chiesto ad essa di pregare per lui. La chiave di questo atteggiamento comunicativo è l’umiltà, che è l’atteggiamento di colui che sa avvicinarsi bene agli altri. La «cultura dell’incontro» e della prossimità sviluppa una gestione dell’autorevolezza per cui più si è percepiti distanti meno si è autorevoli. In questo senso il Papa pone una sfida alla percezione comune dell’autorità declinata in termini di separazione.

Questa cultura ha la sua base nella disponibilità a ricevere (e non solamente a donare). Da questa cultura viene, per Bergoglio, sia l’importanza della laicità dello Stato, sia l’urgenza della lotta contro la cultura dello scarto: in una società tutti sono chiamati a collaborare all’interno di un orizzonte condiviso. Ciascuno è portatore di un valore, e insieme, giovani, adulti e anziani, cristiani, non credenti e credenti di altre religioni, sono chiamati a incontrarsi. È impossibile immaginare un futuro per la società senza un forte contributo di energie morali in una democrazia che rimanga chiusa nella pura logica o nel mero equilibrio di rappresentanza di interessi costituiti.

Una Chiesa più attrattiva non è dunque una comunità cedevole, ma una comunità dell’incontro reale. Il Papa in questo senso parla di «utopia», non in maniera ideologica. L’utopia di Bergoglio è apertura al nuovo che si contrappone direttamente al banale e superficiale tatticismo di un puro dialogo di idee. Per Bergoglio, dialogare significa sostanzialmente fare insieme qualcosa, raggiungere insieme un obiettivo. La creatività deve nutrirsi di questa sana utopia per trovare i mezzi più efficaci all’impegno.

 

Un pontificato «drammatico». Il pontificato di Papa Francesco è intimamente e profondamente drammatico. Il Papa ha una visione agonica e agonistica della realtà, potremmo dire in questo senso «militante». Questa drammaticità gli deriva da sant’Ignazio di Loyola e dai suoi Esercizi Spirituali (Es. Sp.). Nella meditazione «sulle due bandiere» (Es. Sp. 136-148), Ignazio raffigura un campo di battaglia nel quale si confrontano «Cristo, nostro sommo capitano e signore» e «Lucifero, nemico mortale della nostra natura umana». Per Bergoglio c’è una inevitabile dimensione di belligeranza nel modus vivendi cristiano. La vita cristiana è una lotta, insomma.

A volte nei suoi discorsi, sia da Cardinale sia da Papa, appare la parola «lotta». Bergoglio lotta contro la mondanità e contro il demonio, più volte chiaramente evocato. Ma proprio evocare il demonio fa sì che non si possano «demonizzare» le persone. Mai e in nessun caso. E la sua lotta è sempre consolata dalla certezza che il Signore ha l’ultima parola sulla vita del mondo: Lui è sempre presente nella nostra storia, che non è abbandonata a se stessa. Allora ecco, per il Papa il compito della Chiesa non è affatto adattarsi alla società: questo sarebbe «mondanità spirituale». L’esperienza chiave è invece quella della misericordia. La Chiesa è ospedale da campo di battaglia. Il suo primo compito «samaritano» è versare olio sulle ferite: il resto viene dopo.

 

Un pontificato di discernimento. Il pontificato di Papa Francesco ha nel discernimento il cuore della sua proiezione nella storia. Il discernimento di Bergoglio è quello ignaziano: sebbene esso si compia nell’ambito del cuore, dell’interiorità, la sua materia prima è sempre l’eco che la realtà quotidiana riverbera in quell’intimità. È un atteggiamento interiore che spinge a essere aperti a trovare Dio dovunque egli si faccia trovare, e non solamente in perimetri ben definiti. Soprattutto non teme l’ambiguità della vita e l’affronta con coraggio.

Per Bergoglio, il mondo è sempre in movimento: la prospettiva ordinaria, con i suoi metri di giudizio per classificare ciò che è importante e ciò che non lo è, non funziona. La vita dello spirito ha altri criteri. Il suo modo ordinario di prendere decisioni è, come ha detto esplicitamente nell’intervista che ci ha concesso, quello che Ignazio di Loyola chiama il «secondo tempo», cioè «quando si acquista molta chiarezza e conoscenza mediante l’esperienza di consolazioni e desolazioni, e per esperienza del discernimento dei vari spiriti» (Es. Sp. 176). È questo tipo di claridad y conocimiento che ha sempre guidato Jorge Mario Bergoglio nelle sue scelte.

Le azioni e le decisioni vanno radicate nel profondo e devono essere accompagnate da una lettura attenta, meditativa, orante, dei segni dei tempi, i quali sono dovunque: da un grande evento alla lettera di un fedele qualsiasi.

 

Un pontificato dal «pensiero incompleto». Essere uomini di discernimento significa per il Papa essere uomini dal «pensiero incompleto», dal «pensiero aperto», come ha detto nella nostra intervista. Ciò significa che egli non sembra avere un «progetto», cioè un piano teo­rico e astratto da applicare alla storia. Ha invece un «disegno», cioè un’esperienza spirituale vissuta che prende forma per gradi e che si traduce in termini concreti, in azione. Non una visione a priori, che fa riferimento a idee e a concetti, ma un vissuto che fa riferimento a «tempi, luoghi e persone», come richiede Ignazio di Loyola, e dunque non ad astrazioni ideologiche. Per cui quella visione interiore non si impone sulla storia cercando di organizzarla secondo le proprie coordinate, ma dialoga con la realtà, si inserisce nella storia degli uomini, si svolge nel tempo. La strada che intende compiere è per lui davvero aperta, e rifugge le conclusioni facili, non è in una road map scritta a priori: il cammino si apre camminando. Questa visione «aperta» dà sostanza a ciò che egli intende per «riforma», che, ignazianamente, ha nel cuore e non nelle strutture il suo fuoco. A volte il Papa apre discorsi senza però chiuderli subito o trarne conseguenze affrettate, lasciando così lo spazio al dialogo e al dibattito, anche tra coloro che hanno alte responsabilità ecclesiali (cfr Evangelii gaudium [EG], n. 32 sulla conversione del papato, n. 51 sulla disciplina dei sacramenti, n. 104 sul ruolo della donna).

In questo cammino il Papa non crede che si debba attendere dal suo magistero «una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo» (EG 16). Infatti «né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei» (EG 184). Quindi «nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari» (EG 241).

 

Un pontificato di tensione tra spirito e istituzione. Scrive Papa Francesco nella Evangelii gaudium: «La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi» (EG 22). Esiste sempre una tensione dialettica intraecclesiale nel discorso che fa Papa Francesco tra spirito e istituzione: l’uno non nega mai l’altro, ma il primo deve animare la seconda in maniera efficace, incisiva.

In questo modo si contrasta l’«introversione ecclesiale» (EG 27), come l’aveva definita Giovanni Paolo II, che resta sempre una grande tentazione. Scrive ancora il Papa: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (EG 49). Poi, più avanti, afferma che la Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (EG 111).

È interessante notare questa ulteriore tensione fruttuosa: quella tra la Chiesa come «popolo pellegrino» e la Chiesa come «istituzione», che rispecchia le due definizioni di Chiesa predilette da Papa Francesco: «popolo fedele di Dio in cammino» (Lumen gentium) e «santa madre Chiesa gerarchica» (Ignazio di Loyola). Questa tensione anima la riflessione di Francesco in merito a ciò che egli ha chiamato la «conversione del papato» (EG 32).

 

Un pontificato di frontiera e di sfide. Incontrando i padri della nostra rivista, Papa Francesco ha raccomandato di abitare le frontiere:  «si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle». Il nostro compito, dunque, è quello di «accompagnare […] i processi culturali e sociali, e quanti stanno vivendo transizioni difficili, facendovi carico anche dei conflitti». In realtà questo sembra essere caratteristico del modo che Francesco ha di vivere il suo ministero, che ha nella missionarietà e nella pastoralità le sue dimensioni fondamentali. La sua domanda più radicale è: come annunciare il Vangelo oggi a chiunque, qualunque sia la sua condizione esistenziale? Il suo modello è l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus, ed egli chiede ai pastori di accompagnare le persone stando loro accanto anche quando gli uomini entrano nella notte, vagando da soli senza meta, come ha detto ai Vescovi brasiliani il 27 luglio scorso. La Chiesa non è solo «faro», ma anche «fiaccola» che cammina con gli uomini, facendo luce ora davanti, ora in mezzo, ora dietro, per evitare che qualcuno rimanga indietro, come il Papa ha detto parlando ai Nunzi apostolici.

La Chiesa è dunque «per strada», callejera: vive e agisce per strade accidentate. È chiaro dunque che il messaggio che parte dal «centro» e arriva nelle periferie non sempre giungerà puro, limpido, esatto. A volte deve confrontarsi con «situazioni che facciamo persino fatica a comprendere, ma che siamo chiamati ad affrontare, se vogliamo che il Vangelo sia ancora annunciato a ogni creatura», ha detto nel dialogo con i Superiori Generali che abbiamo presentato nella nostra rivista. E tuttavia, più che vedere «problemi», Papa Francesco vede davanti a sé sfide da affrontare. Quelle sfide che lucidamente Benedetto XVI, passandogli idealmente il testimone, aveva indicato al suo successore, parlando di «rapidi mutamenti» e di «questioni di grande rilevanza per la vita della fede».

***

Che cosa bisogna attendersi per il futuro da questo Pontificato? Lo capiremo nel corso del tempo, perché, come si è detto, il cammino si aprirà strada facendo. Tuttavia è possibile rileggere con frutto il discorso tenuto da Papa Francesco alla Riunione della Congregazione dei Vescovi lo scorso 27 febbraio. In questa occasione ha parlato della figura del vescovo. Come non vedere nelle sue espressioni una sorta di discorso di autocomprensione del proprio ruolo di Vescovo di Roma?

Tra l’altro ha affermato che alla Chiesa serve un pastore «che sappia alzarsi all’altezza dello sguardo di Dio su di noi per guidarci verso di Lui. Solo nello sguardo di Dio c’è il futuro per noi. Abbiamo bisogno di chi, conoscendo l’ampiezza del campo di Dio più del proprio stretto giardino, ci garantisca che ciò a cui aspirano i nostri cuori non è una promessa vana».

E ancora: «La Chiesa non ha bisogno di apologeti delle proprie cause né di crociati delle proprie battaglie, ma di seminatori umili e fiduciosi della verità, che sanno che essa è sempre loro di nuovo consegnata e si fidano della sua potenza. Vescovi consapevoli che, anche quando sarà notte e la fatica del giorno li troverà stanchi, nel campo le sementi staranno germinando. Uomini pazienti perché sanno che la zizzania non sarà mai così tanta da riempire il campo».

E infine: «Un uomo che non ha il coraggio di discutere con Dio in favore del suo popolo non può essere Vescovo — questo lo dico dal cuore, sono convinto —, e neppure colui che non è capace di assumere la missione di portare il popolo di Dio fino al luogo che Lui, il Signore, gli indica (cfr Es 32,33-34)».

Possiamo dunque immaginare, al di là di dettagli precisi, un seminatore che sente di avere davanti a sé l’ampio campo di Dio, nel quale lavorare in maniera umile, fiduciosa e paziente; un pastore che vuole portare il gregge dove non lui, ma il Signore vorrà, in un cammino non sempre prevedibile né deducibile dai nostri desideri né dai nostri timori, e nel quale egli non si tratterrà certo dal coraggio di «discutere» con Dio, sull’esempio di Mosè.

 

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01/10/2014
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