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Quaderno N°3879 del 04/02/2012 - (Civ. Catt. I 213-318 )
Editoriale
«SILENZIO E PAROLA: CAMMINO DI EVANGELIZZAZIONE». LA 46A GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Poesia dal silenzio è il titolo scelto per la prima antologia di versi del Premio Nobel 2011 per la letteratura, Tomas Tranströmer, tradotti in lingua italiana. Il maggiore poeta svedese contemporaneo scrive versi densissimi di senso e molto concisi formalmente. Le sue parole, fedeli in questo senso alla vocazione classica dell’Ars poetica di Orazio, rispondono alla condizione di chi è Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua e scopre invece il desiderio di una Lingua senza parole (Dal marzo ’79). La grande poesia sa bene, infatti, che silenzio e parola non si oppongono. A questa concezione della parola fa riferimento Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dal titolo «Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione», affermando che silenzio e parola sono «due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi».

Nell’accezione comune questi due momenti sembrano infatti opporsi in una contraddizione insanabile: si pensa che quando non si parla ci sia silenzio e che invece, appena si parla, il silenzio sparisca. Spesso, quando si discute dei media, si afferma, come per automatismo, che essi fanno «rumore», generano un frastuono dal quale occorre ripararsi, ritirandosi. Benedetto XVI, già dal titolo del Messaggio, afferma che silenzio e parola fanno parte di un unico «cammino», capovolgendo la prospettiva e proponendo un modo differente di vedere le cose e di leggere il significato del silenzio e della parola. Questo ci sembra infatti il primo nucleo centrale del Messaggio del Pontefice: il silenzio è parte integrante della comunicazione, parte della capacità dell’uomo di parlare, e non il suo opposto. Gli elogi del silenzio in sé e per sé, al di fuori di un tessuto comunicativo, rischiano di essere un elogio del mutismo, dell’isolamento, dell’autosufficienza. «Il silenzio è parte integrante della comunicazione» perché «senza di esso non esistono parole dense di contenuto», afferma Benedetto XVI. Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso, scrive Ungaretti nella poesia Commiato. La parola che comunica è scavata dal silenzio. Così avviene nella preghiera: il silenzio orante è proprio il luogo nel quale si elabora un linguaggio di comunicazione con Dio; è proprio per esprimere questa parola tutta interiore che l’orante tace esteriormente. Se così non fosse, il suo silenzio sarebbe altro: ricerca di quiete, bisogno di pace e solitudine, ma non ancora preghiera.
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Comunicare non significa semplicemente trasmettere messaggi o riversare contenuti e informazioni. Il Papa ci ricorda che oggi si fa troppa attenzione a chi parla e si dimentica che la comunicazione vera è fatta di ascolto, di dialogo, è ritmata da parola e silenzio: «Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa».
Il silenzio inoltre non è solamente ascolto degli altri, ma anche ascolto di sé. Non è una semplice pausa perché gli altri possano parlare, ma anche pausa perché la mia stessa comunicazione sia comprensibile: senza virgole, punti, punti e virgole (cioè silenzi), nel discorso non c’è vera espressione, non si creano le condizioni per intendersi. Il silenzio è dunque ordinato e orientato alla comunicazione: «Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci». Senza il silenzio la nostra espressività rischia di essere superficiale, inintelligibile, confusa, impropria. Il Pontefice usa con precisione una parola: «ecosistema». Silenzio e parola sono infatti parte di un ambiente comunicativo che ha i suoi equilibri da rispettare per essere virtuoso. In questo senso il silenzio permette alla parola di diventare davvero luogo di esperienza e di incontro, al di là del meccanismo della information overload. E questo ambiente comunicativo prevede anche il bilanciamento virtuoso di immagini e suoni, che sono parte integrante della comunicazione umana. Un discorso che tocca silenzio e parola non può trascurare la presenza dell’immagine e dei suoni, e il silenzio è chiamato a comporsi con la capacità dell’uomo di recepirli.
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Un altro passaggio chiave del Messaggio del Pontefice consiste nel constatare che l’uomo esprime anche dentro la Rete il suo bisogno di silenzio e di preghiera. In tal modo cade un pregiudizio diffuso che consiste nel credere che in Rete ci sia solo «rumore». Il Papa invece nota che «sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio». L’uomo che vive nell’ambiente digitale non muta nella sua umanità: resta sempre se stesso con le sue tensioni fondamentali. La religiosità umana dunque si esprime anche in Rete, e per questo fioriscono siti, applicazioni e social networks che le danno forma. C’è una condizione chiara: che ciascuno non trascuri «di coltivare la propria interiorità», scrive il Papa. È forte qui l’appello all’educazione e alla responsabilità personale, poi ripreso alla fine del Messaggio, dove il Papa parla di «educarsi alla comunicazione», usando il verbo riflessivo per evitare che l’appello all’educazione si perda nel vuoto, perché delegata a istituzioni o comunque ad «altri». In questo campo ogni uomo è protagonista. In un mondo nel quale l’informazione passa per condivisione e, non solo l’accesso, ma anche la produzione e la condivisione dei contenuti sono alla portata di tutti, non è possibile avere un atteggiamento meramente passivo.
In particolare, senza citare nessuna piattaforma o applicazione particolare, il Papa afferma che «nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi». Occorre ricordare che la sapienza della riflessione religiosa ha accompagnato per secoli l’uomo occidentale in questo suo bisogno di sapienza essenziale ed estremamente concisa. Come non considerare, ad esempio, in questa prospettiva i detti dei Padri del deserto o le antifone come condensati essenziali di contenuti profondi che a volte neanche ampi trattati riescono ad esaurire? E così anche le litanie e le giaculatorie che da sempre accompagnano la preghiera dei credenti. Pensiamo alla «Parola di vita» ideata da Chiara Lubich o alle losungen preparate ogni anno dall’Unità Evangelica dei Fratelli Moravi sin dal 1731, e a tutte le iniziative simili che periodicamente scelgono un versetto evangelico per concentrare l’attenzione del cristiano su tutto il Vangelo, ma a partire da un punto preciso.
«Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente», scriveva sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (n. 2); ed è lo stesso santo ad invitare ad una preghiera capace di «contemplare il significato di ogni parola della preghiera» (n. 249). Il Messaggio del Papa, dunque, aiuta i cristiani a riappropriarsi di una tradizione di sapienza essenziale ma profonda, che caratterizza la loro fede e la loro devozione. E questo al tempo di Twitter, e di quelle che sono state definite le «applicazioni dello spirito» quali Other 6, il social network, che fa condividere ai suoi iscritti il luogo in cui hanno incontrato Dio durante la giornata e il luogo in cui avrebbero bisogno di riconoscerlo. Oppure Prayer Wall, che fa condividere intenzioni di preghiera; o anche 3 Minutes Retreat, che permette di fare una pausa spirituale di pochissimi minuti; o iBreviary. Oppure pensiamo a siti come Sacredspace.ie, o a podcast quali Prayerstation Portable o Pray as you go. L’elenco sarebbe lungo. Il Pontefice riconosce il fenomeno e lo valuta con attenzione, richiamando l’importanza di coltivare la propria vita interiore non sporadicamente, ma con continuità.
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Stabilendo con chiarezza la complementarità di silenzio e parola nell’ambito della comunicazione umana, il Pontefice prosegue cogliendo un passaggio fondamentale della comunicazione contemporanea: «Gran parte della dinamica attuale della comunicazione è orientata da domande alla ricerca di risposte. I motori di ricerca e le reti sociali sono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte. Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte; anzi, spesso l’uomo contemporaneo è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte».
Il Papa in questo passaggio enuclea il nocciolo duro della comunicazione contemporanea, soprattutto di quella legata alla Rete, considerando ciò che la muove dall’interno e che cosa questo significhi per la fede. La domanda religiosa, infatti, si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle tante risposte che si ricevono. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso, ma essere pronti a riconoscerlo. La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. Il silenzio dunque permette di fare un discernimento tra le tante risposte che noi riceviamo, per riconoscere le domande veramente importanti. In questo senso il Papa opera un capovolgimento di prospettiva. L’uomo così si conferma come radicalmente assetato di senso: «non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito».
Benedetto XVI quindi suggerisce che il cuore pulsante dell’ecosistema comunicativo è la ricerca della Verità. Da qui nasce di nuovo l’importanza del silenzio come il luogo privilegiato dove il soggetto umano si trova davanti a se stesso e davanti a Dio. Il Papa allarga il suo sguardo alle grandi religioni: in tutte il silenzio comunicativo è luogo di incontro con il Mistero. Quindi il Messaggio sviluppa l’importanza del silenzio nella missione comunicativa della Chiesa e dei cristiani, offrendo una meditazione sul silenzio con il quale Dio ha parlato all’uomo: «Come mostra la croce di Cristo, Dio parla anche per mezzo del suo silenzio. Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata». Anzi, «nel silenzio della Croce parla l’eloquenza dell’amore di Dio vissuto sino al dono supremo». Se Dio parla all’uomo anche nel silenzio, è vero pure che l’uomo scopre nel silenzio la possibilità di parlare con Dio. Ma proprio questo silenzio diventa dinamico e non chiude l’uomo in un guscio, ma lo apre agli altri, spingendo «i cristiani a farsi annunciatori di speranza e di salvezza, testimoni di quell’amore che promuove la dignità dell’uomo e che costruisce giustizia e pace». È qui che il Papa mette in evidenza il rapporto solido tra contemplazione ed apostolato.
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C’è una pagina di Romano Guardini che può aiutare a meditare le parole di Benedetto XVI. La proponiamo come ausilio alla riflessione sul tema caldo che il Pontefice ha sottoposto alla riflessione, anche per superare visioni troppo rigide sul significato di silenzio e parola: «è proprio dell’essenza di ogni forma di linguaggio l’essere rapportata al silenzio. Solo dal confluire di queste due componenti risulta il fenomeno nella sua interezza. Esse si determinano reciprocamente, poiché soltanto chi sa tacere, può veramente parlare nello stesso modo che l’autentico silenzio è possibile solamente a chi sa parlare. Il vero silenzio non significa una mera entità negativa, tale da rimanere inespressa, ma un comportamento attivo, una commozione fervida della vita interiore, commozione nella quale tale silenzio diviene padrone di sé stesso. Solo da questa commossa serenità proviene alla parola quella forza silenziosa che la rende compiuta. Il silenzio, inoltre, è un manifestarsi di quell’immagine percepita dai sensi che si rivela allo sguardo interiore. Solo in tale manifestarsi se ne può esperimentare la potenza di significato, e solo da questa esperienza la parola trae tutta la sua energia di espressione.
«Priva di questo rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza questo rapporto con la parola, il silenzio diviene mutismo. Questi due elementi — insieme — formano un tutto, ed è un fatto che induce a riflettere la circostanza che per questo tutto non esista alcun concetto. In esso esiste l’uomo» (da Linguaggio – Poesia – Interpretazione, Brescia, Morcelliana, 2000, 15 s).
Notiamo, in conclusione, che nel testo di Benedetto XVI non è dato alcun riferimento riservato ad «addetti ai lavori»; non presenta dunque la comunicazione come un argomento per esperti o professionisti. Il messaggio implicito è chiaro: la comunicazione è un fatto antropologico, umano, e riguarda tutti.
 
La Civiltà Cattolica

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News


26/09/2014

Venerdì 26 settembre alle ore 18,00

si terrà nella nostra sede

in collaborazione con l’Istituto Paolo VI

una tavola rotonda sul tema:


PAOLO VI NELLA STORIA DEL NOVECENTO

Relatori:

S.E.R. Card. GIOVANNI BATTISTA RE

Prof. ANDREA RICCARDI

Don Angelo Maffeis

Moderatore:

P. GIANPAOLO SALVINI S.I., Direttore emerito de La Civiltà Cattolica

In occasione della Beatificazione di Paolo VI e della pubblicazione della biografia «Paolo VI» curata da Xenio Toscani



20/12/2013
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