TEMPEST

Redazione - Andrea Monda

Quaderno 3897

pag. 315

Anno 2012

Volume IV

Dopo tre anni dall’ultimo album (Together Trough Life, il titolo è un verso di Walt Whitman) l’11 settembre 2012 è uscito il 35° album di Bob Dylan con il titolo Tempest. Un disco apocalittico, che parla della fine, una fine colore rosso-sangue, come è già evidente dalla copertina del cd, al punto che molti l’hanno collegato all’attentato delle Torri Gemelle, ma in realtà l’anniversario è un altro, il cinquantesimo anniversario dell’uscita del primo long-playing del famoso cantautore del Minnesota.

Le prime otto canzoni di Tempest convergono verso la nona e penultima, la grandiosa title track, una ballata a ritmo di valzer che sembra essere fuoriuscita da un film western di John Ford, lunga 14 minuti e composta da 45 quartine rimate. È interamente dedicata all’affondamento del Titanic, l’apocalisse moderna per eccellenza. Non a caso Dylan inserisce nei suoi versi il capitano che legge proprio The Book of Revelation, riempiendo di lacrime la sua tazza da tè. Questo convergere è chiaro sin dalla prima canzone, The Duquesne Whistle, in cui si parla di un fischio, forse quello di un’acciaieria, ma anche quello della nave, del Titanic: il viaggio comincia e lo fa con i migliori auspici, con un’aria spensierata e toni dolci (quelli delle prime due canzoni), ma l’apparenza inganna.

Già nel terzo brano la musica cambia: Narrow Way è un blues ossessivo che ci avverte che la strada si fa più stretta. Ma è la dolente canzone successiva a contenere il senso dell’intera raccolta: Long and Wasted Years è la più breve, ma forse la più bella delle dieci canzoni. È un brano epico per la forza della musica. Il tema del tempo wasted, guastato, dello «spreco» e della «vanità» è un tema antico nei versi di Dylan.

Dopo il quinto brano, che ha il sangue già nel titolo (Pay in Blood), si apre la visione più apertamente apocalittica della raccolta, Scarlet Town, in cui la rockstar di Duluth canta sopra un tappeto lacerante di violino: «Nella Città Scarlatta la fine è vicina / Le sette meraviglie del mondo sono qui / Il cattivo ed il buono vivono fianco a fianco / Tutte le forme umane sembrano glorificate».
Gli echi biblici sono così evidenti che si intuisce quanto sia rimasto del progetto originale nella versione definitiva dell’album che, come Dylan ha rivelato alla rivista Rolling Stones, doveva essere interamente religioso.

Forse per apprezzarlo si dovrebbe prima vedere il film Tree of Life del regista Terrence Malick. A un certo punto del film c’è un bambino che chiede alla mamma: «Ci racconti delle storie di prima dei ricordi?». Quindici anni fa Bob Dylan ha inciso un album, Time Out of Mind, che ha coinciso con la sua rinascita musicale. Quell’album e tutti i successivi hanno ricevuto una serie di onori mai raggiunti in precedenza dall’artista nordamericano, ma la cosa sorprendente è che dal disco successivo (Love and Theft, uscito proprio l’11 settembre 2001) Dylan ha cominciato a comporre canzoni provenienti proprio da un time out of mind, un tempo immemorabile, risalente a «prima dei ricordi». Tutti i suoi ultimi album, Tempest compreso, compongono una sorta di prequel dell’intera opera di Dylan, contengono la risposta alla domanda: «Da dove è nata tutta l’arte musicale e narrativa dylaniana che dal ’62 al ’97 ha rivoluzionato e incantato il mondo del rock?».

Nei precedenti album Dylan aveva offerto qualche assaggio della musica che girava negli Usa prima della sua nascita, negli anni Venti e Trenta, ora con Tempest va ancora più indietro, giocando, come ha sempre fatto, col tempo Perciò con la ballata che dà il titolo all’intera raccolta si sente l’eco del mondo del far-west, mentre nella lunga, estenuante Tin Angel, la sonorità è di una essenzialità addirittura simile a quella dei drammi elisabettiani.

Quest’ultima opera dylaniana possiede un respiro molto ampio. È un disco che si conclude con una decima struggente ballata dedicata a un celebre amico del cantautore americano: John Lennon, ucciso nel 1980 da un fan che aveva in mente di uccidere anche Dylan. Dalla fine si intuisce il senso dell’opera: Dylan è il sopravvissuto (per questo canta la tradizione che lo ha preceduto passando il testimone alle generazioni future). Come in Moby Dick, si intuisce allora che la tragedia della tempesta che si è abbattuta su tutti i Titanic della storia dell’umanità aveva bisogno di un testimone, di uno che canti quella storia.

L’incredibile voce di Dylan (il vero discrimen posto davanti all’ascoltatore) ne è stata all’altezza, forse perché da 50 anni essa canta in fondo la stessa cosa, il mistero, con coraggio.

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