QUALCOSA NELL’ARIA

Quaderno 3906

pag. 631

Anno 2013

Volume I

FILM

a cura di V. FANTUZZI

Qualcosa nell’aria (Francia, 2012). Regista: OLIVIER ASSAYAS. Interpreti principali: C. Métayer, L. Créton, F. Armand, C. Combes, I. Menuez, H. Conzelmann, M. Loizillon, M. Renou, L. Rougeron.

«Tra noi e l’inferno o tra noi e il cielo c’è soltanto la vita, che è la cosa più fragile del mondo…». Queste parole di Blaise Pascal, lette da un’insegnante nell’aula di un liceo dove gli alunni pare che si stiano occupando d’altro, e Gilles (Clément Métayer) che armeggia con la punta del compasso per incidere sul banco la A di anarchia aprono il film Après Mai, uscito in Italia con il titolo Qualcosa nell’aria, di Olivier Assayas. Siamo nella banlieu parigina nel 1971.

Il film descrive la vita di un gruppo di studenti che, pur non avendo partecipato, perché troppo giovani, al maggio ’68, vivono nell’onda di quegli straordinari avvenimenti. Sono tutti politicizzati all’estremo, militano in gruppuscoli libertari, manifestano, partecipano a infuocate assemblee, si scontrano con i poliziotti in tenuta antiguerriglia, muniti a loro volta di caschi e bastoni, imbrattano i muri della scuola con manifesti e scritte che inneggiano alla rivoluzione, non esitano a fare uso di bottiglie molotov come se fossero vere e proprie armi da guerra.

Al centro della vicenda c’è Gilles, che abbiamo già individuato, sul quale il regista proietta le proprie esperienze personali, rivivendo per suo tramite gli anni di passaggio tra l’infanzia e l’età adulta in un’epoca pervasa da fremiti di entusiasmo, ma corrosa allo stesso tempo da dubbi e incertezze. Diviso come il suo amico Alain (Félix Armand) tra impegno politico e attività artistica (sognano entrambi di diventare pittori), Gilles s’imbatte ben presto nel cinema, quello militante in primo luogo, con i problemi, allora dibattuti, sulla difficoltà di far coincidere il contenuto rivoluzionario con una forma che non sia succube delle regole della comunicazione tradizionale, quello commerciale, al quale lo vorrebbe avviare il papà (sceneggiatore di professione all’ORTF), e quello underground, che concede piena libertà alle sue esigenze espressive.

Un grave incidente, del quale è rimasto vittima un poliziotto, costringe il gruppo a disperdersi. Chi può si trasferisce per qualche tempo all’estero. Gilles e Christine (Lola Créton) attraversano l’Italia con mezzi di fortuna. Alain si unisce a loro prima di incontrare la bella Leslie (India Menuez), una ballerina americana attratta dalla spiritualità orientale. Incontriamo Gilles e Alain tra gli scavi di Pompei, mentre studiano i dipinti della Villa dei Misteri o meditano sui calchi in gesso che conservano la forma delle vittime dell’eruzione.

Leslie va in Olanda per abortire. Alain le suggerisce di sostare ad Harlem per ammirare due quadri di Frans Hals con i ritratti collettivi dei Reggenti e delle Reggitrici dell’Ospizio dei vecchi. Opere sulle quali Paul Claudel ha scritto pagine memorabili. La visita al museo di Harlem da parte di Leslie dà luogo a una delle sequenze più intense del film. L’attenzione dedicata alla pittura olandese, come a quella pompeiana, fa parte della ricerca di Assayas sui rapporti che intercorrono tra il cinema e la pittura di ieri e di oggi.

Jean-Pierre (Hugo Conzelmann), compromesso più degli altri compagni nell’incidente del poliziotto colpito (che non è morto, ma è rimasto menomato), trova un lavoro che gli consente di guadagnarsi da vivere, e convince il poliziotto a ritirare la denuncia prima che il processo abbia luogo. Alain, soggiogato dal fascino dell’Oriente, si spinge fino a Kabul. Laure (Carole Combes), ragazza alla quale Gilles è stato legato per qualche tempo, prende la strada della droga e si perde. La vediamo sparire tra le fiamme nel corso di una festa notturna che ha l’aspetto di un sabba infernale.

Gilles, che non si sottrae al suo dovere di rivoluzionario, non perde però il distacco che lo contraddistingue nei confronti della realtà circostante. Ha trovato in libreria un saggio di Simon Leys, Gli abiti nuovi del presidente Mao, che denunciava fin da allora, dai ranghi dell’estrema sinistra, i deliri della Rivoluzione culturale in Cina. Osserva il comportamento dei compagni, ma cerca di ragionare con la propria testa. Il passaggio dalla pittura al cinema gli consente di far rivivere su uno schermo bianco la figura di Laure, immersa in una luce diafana che ricorda quella dei dipinti di Sandro Botticelli.

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