MIRACOLO A LE HAVRE

Quaderno 3880

pag. 423

Anno 2012

Volume I

FILM

a cura di V. FANTUZZI MIRACOLO A LE HAVRE (Finlandia – Francia, 2011). Regista: AKI KAURISMAKI. Interpreti principali: A. Wilms, K. Outinen, J.-P. Darroussin, M. Blondin, E. Salo, E. Didi, Q.-D. Nguyen, R. Piazza, P. Étaix, J.-P- Léaud. Marcel Marx (André Wilms), ex scrittore e noto bohémien, si è ritirato in una sorta di esilio volontario nella città portuale di Le Havre. Ha scelto la professione del lustrascarpe, che esercita con serietà e competenza pur sapendo che, come mestiere, non è particolarmente redditizio. Gli capita di tanto in tanto di essere allontanato senza tanti complimenti dal marciapiede antistante un albergo di lusso, ma i soldi che riesce a racimolare gli consentono di vivere parsimoniosamente con la moglie Arletty (Kati Outinen) e un cane intelligente e fedele.Vita metodica. Le solite soste al bistrot, le passeggiate lungo le banchine del porto, scambi di battute e di scherzi benevoli con i vicini di casa. Un giorno, tra i contenitori scaricati dal ventre di una nave transoceanica, risuona il vagito di un neonato. Tenendosi a rispettosa distanza dalle forze dell’ordine che svolgono scrupolosamente il lavoro di ispezione, Marcel assiste all’apertura di un cassone metallico stipato di africani esausti, ma vivi. Un ragazzino di 12-13 anni, Idrissa (Blondin Miguel), fugge mentre gli altri vengono avviati verso luoghi di detenzione. La fuga del ragazzino, che vuole raggiungere la madre in Inghilterra, costituisce la materia del film.Marcel decide di aiutare Idrissa. Può contare sulla solidarietà della gente del quartiere: la panettiera, il verduraio, la barista, perfino un cantante rock sul viale del tramonto: Roberto Piazza, in arte Little Bob, che recita e canta nel ruolo di se stesso. Nel momento in cui Idrissa è in pericolo, Arletty scopre di avere un tumore e si fa ricoverare all’ospedale. Chiede al medico di tenere nascosta al marito la natura del suo male. Quando Idrissa è fuori pericolo, anche Arletty guarisce inspiegabilmente. Può darsi che si tratti di un miracolo. Il titolo italiano del film (a differenza di quello originale, che suona semplicemente Le Havre) spinge in tal senso l’attenzione dello spettatore.Come negli altri film di Kaurismaki: Nuvole in viaggio (cfr Civ. Catt. 1997 II 529 s), L’uomo senza passato (cfr ivi 2003 II 209 s), Le luci della sera (cfr ivi 2007 I 631), la mano del regista è particolarmente felice nel ricavare il massimo effetto dall’uso di espedienti minimi. Una luce contrastata, una mano che scosta la tenda di una finestra, un giornale appoggiato accanto al telefono… Ecco profilarsi l’ombra del delatore (un irriconoscibile Jean-Pierre Léaud).Nei momenti critici dell’inseguimento interviene, come un angelo benevolo, l’ispettore Monet (Jean-Pierre Darroussin), un poliziotto con la scorza dura ma con il cuore tenero, inflessibile con gli adulti colpevoli, ma che non sopporta di veder soffrire i bambini innocenti.Alla pari de Il ragazzo con la bicicletta dei Dardenne (cfr Civ. Catt. 2011 III 455 s), anche Miracolo a Le Havre può essere considerato come una parabola evangelica trapiantata nel mondo odierno. Ma mentre i fratelli belgi, che si rifanno insistentemente a una tematica alla Bresson, hanno l’abitudine di inseguire con la camera a mano i personaggi come se fossero animali braccati — metodo che avrebbe fatto inorridire l’austero regista de Il diario di un curato di campagna —, Kaurismaki tiene ferma la macchina da presa e, così facendo, immerge i suoi personaggi in un alone di poesia.Un altro film che può essere avvicinato per affinità di argomento a Miracolo a Le Havre è Welcome di Philippe Loiret (cfr Civ. Catt. 2010 III 105 s), ambientato a Calais, non lontano da Le Havre, entrambi luoghi di transito per i profughi clandestini diretti oltremanica. I due film, a pensarci bene, raccontano la stessa storia, anche se in un caso il protagonista è un giovane curdo, nell’altro un ragazzino africano. Gli adulti che sfidano in entrambi i casi la legge inflessibile in materia di immigrazione clandestina, sono animati da quello spirito di fraternità che dovrebbe essere caro a ogni cittadino fedele ai princìpi della rivoluzione francese. Soltanto i due finali divergono diametralmente, per-ché il film di Loiret è una tragedia, mentre quello di Kaurismaki è una favola.«Non accade spesso — dice Kaurismaki — che il cinema europeo affronti il tema della sempre più grave crisi economica, politica e soprattutto morale che ha portato alla questione irrisolta dei profughi: persone che arrivano dopo mille difficoltà nell’Unione europea e subiscono un trattamento irregolare e spesso inadeguato. Non ho soluzioni da proporre, ma ho voluto in qualche modo affrontare la questione, anche se in un film che ha poco di realistico».

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