L’AMORE BUIO

Quaderno 3853

pag. 105

Anno 2011

Volume I

FILM

a cura di V. FANTUZZIL’amore buio (Italia, 2010). Regista ANTONIO CAPUANO. Interpreti principali: I. De Angelis, G. Agrio, L. Ranieri, C. Salani, V. Golino, A. Ammirati, F. Gifuni.Colori sgargianti, contrasti violenti: rosso carminio e blu cobalto. Ragazzi napoletani tra i 15 e i 16 anni, che eseguono tuffi acrobatici dai ruderi di una villa romana a strapiombo sul mare, non lontano da capo Posillipo. La macchina da presa blocca a mezzaria il loro volo e le loro immersioni tra schizzi iridescenti, accompagna le esplorazioni subacquee tra grotte naturali e cunicoli scavati nel tufo in epoche remote. Poi via, in scooter, verso una delle tante pizzerie frequentate dai turisti, dove abbuffarsi al suono di una vecchia canzone strimpellata alla malandrina, pronti a tagliare la corda prima che arrivi il conto. Una ragazzina di buona famiglia rincasa nel buio della notte. Il fidanzato, che l’ha salutata in automobile, non ha avuto l’accortezza di accompagnarla fino alla porta di casa e assicurarsi che fosse entrata prima di partire. Il gruppo dei minorenni si trasforma in branco e accade quello che non dovrebbe accadere. Il giorno dopo, Ciro (Gabriele Agrio), uno dei giovani delinquenti, va al commissariato di polizia e denuncia se stesso e altri tre coetanei per la violenza compiuta. Inizia così L’amore buio, il film che Antonio Capuano ha presentato al festival di Venezia 2010.Il film descrive con dettagli precisi la vita di Ciro e degli altri giovani rinchiusi con lui nel carcere minorile di Nisida. La violenza sempre pronta a scatenarsi nel campo da gioco, con gli educatori all’erta per disinnescare sul nascere ogni tentativo di scontro. Ciro, tra l’altro, deve vedersela con i compagni che ha denunciato. La solidarietà che si stabilisce tra compagni di camerata. Le notti insonni passate a tamburellare con le dita sulle sponde del letto. L’intervento di uno psicologo… Irene nel frattempo (è questo il nome della liceale che ha subìto l’aggressione, interpretata da Irene De Angelis) è alle prese con il trauma che ha sconvolto la sua vita non meno di quanto sia stata sconvolta quella di Ciro. Strano film, quello di Capuano, che mette in parallelo due casi di possibile recupero a partire da uno stesso evento traumatico, nel quale sono stati coinvolti adolescenti: lui nel ruolo di aggressore, lei in quello di vittima.Il film ha l’andamento di un pendolo. Si passa dal carcere, dove Ciro sconta la sua pena, alla casa di Irene (un appartamento di lusso con vista su Castel dell’Ovo e sulle altre meraviglie del golfo), dove anche lei vive in qualche modo segregata dalla realtà. Una ventina di brevi scene qua, una ventina di brevi scene là, reciprocamente intercalate. Si parte dall’insonnia, che è condizione comune tanto a lui quanto a lei. Entrambi soli, sono alla ricerca di se stessi. La solitudine è per ambedue un fatto più interno che esterno. La loro vita concreta è affollata da molte presenze. Ma una cosa è vivere tra gli altri, altra cosa è comunicare con gli altri. Il carcere, si sa, è un ambiente nel quale, potendolo fare, nessuno sceglierebbe di vivere. La famiglia di Irene, ambiente agiato, gode di una situazione che, per diversi aspetti, potrebbe essere ritenuta invidiabile. Ma anche qui i problemi non mancano. Il padre (Corso Salani, deceduto dopo le riprese del film) è un affermato professionista, per lo più assente. La madre (Luisa Ranieri) è circondata da amici intellettuali che, come lei, pensano di poter risolvere con le chiacchiere ogni genere di problema. Irene ha una sorella più grande, a sua volta fidanzata. Una coppia che è l’immagine della normalità.Lo psicologo suggerisce a Ciro di scrivere su un quaderno tutto quello che gli passa per la mente.?Tra le possibilità educative offerte ai ragazzi del carcere c’è anche un laboratorio di ceramica. Ciro lo frequenta. Una psicologa (Valeria Golino) si occupa personalmente di lui. Ciro riesce a procurarsi l’indirizzo di Irene e la tempesta di lettere nelle quali si rammarica dell’accaduto e descrive la vita del carcere. Irene non riceve le lettere perché la mamma le nasconde. Anche Irene ricorre all’aiuto di una psicologa (Anna Ammirati) e, per di più, frequenta un laboratorio teatrale (guidato da Fabrizio Gifuni) che ha come scopo il recupero della memoria. I rapporti con il suo ragazzo attraversano un periodo difficile. Invece di presentarsi a un appuntamento con lui, Irene si immerge, sotto la pioggia battente, nel dedalo dei vicoli che costituiscono il centro storico della città (a lei ignoto) tra San Gregorio Armeno e via dei Tribunali. Scopre Le sette opere di misericordia che Caravaggio ha dipinto per la chiesa del Pio Monte. Il disgelo comincia quando Irene trova le lettere di Ciro nascoste tra i libri di casa. La sua prima reazione è di ripulsa. Le strappa senza leggerle e le getta tra i rifiuti. In un secondo momento, però, recupera i frammenti delle lettere e li ricompone sul pavimento della sua cameretta. Le legge. Si commuove, ed è l’inizio della sua guarigione, come se la ferita interiore di cui soffre potesse essere curata soltanto dall’arma che l’ha provocata. Scrive a sua volta una lettera a Ciro, che la riceverà nel carcere con altrettanta emozione. Due anni fanno presto a passare. Irene supera l’esame di maturità. Ciro sta per uscire dal carcere. Il papà lo avverte: «Il vero carcere è quello che troverai fuori». Ciro e Irene si incontrano, senza parlarsi, nell’ultima scena del film. I loro sguardi si incrociano da lontano. La macchina da presa inquadra alternativamente il volto di lei e quello di lui a distanza sempre più ravvicinata, dal primo piano al dettaglio dell’occhio. In questo scambio di sguardi c’è un interrogativo che riguarda non soltanto i due giovani e il loro avvenire, ma la società dalla quale provengono, lacerata da contraddizioni e conflitti, nell’attesa di una riconciliazione difficile da vedere, ma che non è impossibile sognare.

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