LA GLOBALIZZAZIONE DEL CRIMINE ORGANIZZATO

Quaderno 3925

pag. 58

Anno 2014

Volume I

La fine della Guerra Fredda e la globalizzazione hanno fatto emergere e rafforzare poteri locali e internazionali sempre più autonomi dalla politica. Non ci sono soltanto l’alta finanza o le grandi corporations, e attori non statali come alcuni media groups, ong, fondazioni filantropiche e comunità religiose globali. La caduta del Muro di Berlino ha permesso alle organizzazioni criminali presenti nel blocco sovietico di espandersi nell’Occidente capitalista. E la fine del confronto bipolare ha reso più facili i flussi umani (anche di criminali) dall’Africa, dall’Asia, in particolare dalla Cina, e dall’America Latina in Europa. Anche le attività criminali, non soltanto terroristiche o in associazione mafiosa, si sono estese in network internazionali a caccia di profitti e potere. Ed erodono la democrazia, o non la fanno fiorire[1].

I cartelli colombiani sono stati smembrati, ma altre organizzazioni li hanno sostituiti nella produzione e nella distribuzione della cocaina. La ’Ndrangheta calabrese, il cartello messicano Sinaloa, le Triadi cinesi e tanti altri gruppi criminali, diversamente organizzati, sono ormai attori geopolitici rilevanti. E tra loro sono spesso in alleanza o in collaborazione temporanea, anche per crimini apparentemente di bassa pericolosità come la contraffazione e il traffico di beni culturali. Inoltre il contrasto allo jihadismo violento non può essere disgiunto da quello contro gli illeciti che lo finanziano o contro i gruppi criminali autonomi con cui guerriglieri e terroristi fanno affari per acquistare armi, riciclare denaro, corrompere le autorità[2].

Purtroppo la governance politica globale, che non può attentare alle prerogative della sovranità statale, non è ancora in grado di contenere al meglio questo fenomeno transnazionale che inquina la società, l’economia e l’ambiente; ma erode pure l’indipendenza di numerosi Stati e la loro possibilità di percorrere un sentiero di sviluppo. Per questo nella formulazione degli obiettivi globali dell’Onu per lo sviluppo sostenibile a valere dal 2016, dopo la scadenza di quelli del Millennio, sarà necessario inserire la riduzione del crimine organizzato.

Inoltre, uno Stato sotto il controllo della criminalità organizzata può inficiare i processi decisionali e l’azione degli organismi internazionali. Così come crea problemi alla comunità degli Stati anche un Paese indulgente nella produzione o nel consumo di stupefacenti, o nel deregolamentare gli investimenti finanziari e immobiliari stranieri (perché favorisce il riciclaggio internazionale), o nello sfruttamento della manodopera (perché incentiva la tratta umana da altri Stati).

Il crimine organizzato transnazionale è una minaccia alla pace. E il Consiglio di Sicurezza ne sta tenendo conto nelle sue Risoluzioni. Lo United Nations Office on Drugs and Crime (Unodc), oltre ai suoi rapporti su specifici settori e aree geografiche e all’annuale World Drug Report, nel 2010 ha pubblicato un’ampia e attualissima «analisi valutativa»: The Globalization of Crime. A Transnational Organized Crime Threat Assessment. Nello stesso anno, l’Unione europea ha approvato la sua Strategia di Sicurezza Interna (Iss). Tra le principali minacce erano inserite le reti criminali internazionali. Nel rapporto 2013 sulla Iss, elaborato con il contributo di Europol, Eurojust e Frontex, il crimine organizzato è ancora considerato una delle maggiori minacce (threats) alla sicurezza interna dell’Ue. Il riciclaggio di denaro, la corruzione, i traffici illeciti, i gruppi criminali mobili, il cybercrime sono preoccupazioni forti. E tra i numerosi rapporti dell’Europol, oltre a quello di sintesi annuale, segnaliamo il Threat Assessment 2013 Environment Crime in the EU, dello scorso novembre sui reati ambientali. Da parte sua, nel luglio del 2011, la Casa Bianca presentò la US Strategy to Combat Transnational Organized Crime: Addressing Converging Threats to National Security e non soltanto per il contrasto del crime-terror nexus.

La lotta alla criminalità transnazionale richiede innumerevoli competenze, in particolare quelle di educatori, ma pure di esperti di salute pubblica, ad esempio riguardo alla diffusione di farmaci contraffatti inefficaci, alle patologie diffuse con la tratta e l’emigrazione clandestina, agli effetti cancerogeni degli smaltimenti irregolari dei rifiuti tossici. Anche negli Usa è sempre più evidente che occorre non soltanto criminalizzare, ma anche «educare» la domanda di beni e servizi criminali, ad esempio prevenendo le narco-dipendenze, curandole e dimostrando come la liberalizzazione della produzione e/o del consumo degli stupefacenti, anche soltanto della marijuana, aumenti la domanda di massa e i problemi socio-sanitari, con i relativi costi.

Il martirio del beato don Pino Puglisi ricorda quanto l’educazione delle giovani generazioni sia lo strumento, nel lungo termine, più minaccioso contro le mafie. Ormai la pastorale contro il crimine organizzato e la connessa corruzione è una missione ordinaria di quasi ogni Chiesa locale, con i rischi non indifferenti per chi testimonia questo vangelo della carità. Ma la manovalanza criminale, spesso minorile, che, senza arricchirsi, svolge attività illegali nelle periferie urbane e negli slums o nelle zone di frontiera abbandonate rappresenta di fatto una contestazione radicale al sistema economico neo-liberista — il turbo capitalismo che però è in auge anche in Cina, Russia, India, Messico ecc. Esso attenta alla sostenibilità ambientale, alla possibilità del welfare universale (in particolare a un’istruzione  adeguata per essere inclusi nel mercato del lavoro legale) e alla promozione di un’occupazione dignitosa per tutti. Il lavoro criminale rischia spesso di rappresentare l’unica alternativa all’emigrazione clandestina.

La mera lotta locale o nazionale ai produttori e ai distributori di droga o di altri crimini crea il balloon effect. In Italia, la focalizzazione  del contrasto nei confronti di Cosa Nostra ha involontariamente permesso alle ’ndrine calabresi di espandersi. E così, quando la repressione ha colpito la produzione di coca in Colombia, la coltivazione si è dislocata maggiormente in Perù e Bolivia; i cartelli messicani, che si occupavano del trasporto negli Usa, si sono rafforzati, investendo i proventi in nuove attività, come la produzione di droghe sintetiche, e in «capacità di fuoco». E questo è possibile anche per la facilità di acquistare armi dagli Stati Uniti.

È però anche chiaro che l’effetto maggiore nel contrasto viene dalla collaborazione giudiziaria internazionale e dalla confisca dei patrimoni (denaro, titoli, immobili, imprese, terreni agricoli ecc.), che riducono la capacità di mantenere o accrescere le attività criminali. E le confische, più della detenzione carceraria, umiliano i boss e intaccano il loro ascendente «culturale». Ma senza il simultaneo contrasto alla corruzione non si indeboliscono i network criminali[3].

La «globalizzazione deviante»

I gruppi criminali, vecchi e nuovi, si sono avvantaggiati (anche diversificando e specializzandosi negli illeciti) a motivo del capitale che hanno accumulato tramite la facilità di riciclarlo in mercati finanziari e immobiliari globali poco regolamentati; ma pure per le opportunità offerte dalle innovative tecnologie informatiche e delle comunicazioni (in particolare, cellulari e internet) anche per criptare messaggi, occultare i traffici e accedere a mercati di massa e globali, anche per effettuare truffe telematiche. Ulteriori «fattori facilitanti» (enablers) del crimine transnazionale sono stati le modalità globali di trasporto per mare, terra e aria, in particolare sfruttando i vantaggi dei container e la nascita di innumerevoli zone franche sia legali, per favorire gli investimenti riducendo il carico fiscale e burocratico (ovvero i controlli), sia illegali (come isole, territori secessionistici o di confine)[4].

In generale, l’espansione dei flussi commerciali rende più facile celare gli illeciti. E la falsificazione di documenti agevola i traffici con parvenza legale, anche di beni alimentari. Dilaga la cibercriminalità, data anche la deregolamentazione di internet; come pure la corruzione, debilitando il sistema di contrasto e prevenzione. Ma il business criminale si avvantaggia della capacità di attrarre manovalanza a basso costo e professionisti di talento (avvocati, banchieri, commercialisti, chimici, mercanti d’arte, chirurghi…).

Le identiche «catene di produzione globali» (global supply chains) offrono e distribuiscono anche pericolosi medicinali, cibi, indumenti, cosmetici, padellame e utensili elettrici contraffatti. La stessa ideologia del «libero mercato assoluto» favorisce il principio raccapricciante che tutto possa essere legittimato, privatizzato, offerto e venduto (anche la «carne umana», non solo di killer professionisti). E rende sempre più seduttivo l’arricchimento personale fine a se stesso, in particolare per i «colletti bianchi», che giungono a volte a barattare i loro servizi professionali con droga e prestazioni di prostitute. 

Questa «globalizzazione deviante» è parte integrante del fenomeno della globalizzazione e la consolida, perché le reti criminali si innestano (e non soltanto interferiscono) sulle attività legali, oltre a creare una rete di «mercati neri» globali che alimentano il sistema bancario «ombra», le banche off shore e i paradisi fiscali. Ormai l’agire di singoli esponenti o fiancheggiatori della criminalità transnazionale va compreso nella sua natura sistemica e globale lungo i due flussi: «reale» (offerta di beni servizi o «predazione») e «finanziario» (riciclaggio e reinvestimento dei proventi illeciti). Per cui l’azione di contrasto deve essere sistemica e globale, oltre che senza dilazioni, considerando la creatività e flessibilità dell’imprenditoria criminale.

Il XXI secolo potrebbe essere segnato dall’erosione delle prerogative statali e come un tempo di illegalità, di violenza e di disordine per una serie di «sinergie negative». Non c’è soltanto la globalizzazione economica e l’abbattimento di molte barriere doganali a rendere più veloci, facili ed economici i traffici illeciti in volumi crescenti; lo stesso boom dei commerci rende impossibili le ispezioni a tappeto dei carichi; inoltre i gruppi criminali legati in networks usano i servigi di altre organizzazioni in loco, spesso forti per aver corrotto, minacciato o infiltrato le autorità di controllo. Ci sono anche altri trends globali o megatrends che favoriscono il dilagare dell’insicurezza e dell’illegalità[5].

Gli attuali andamenti demografici, cioè la popolazione mondiale in aumento (9,1 miliardi di persone nel 2050, e forse 10 nel 2100) e la crescita dell’urbanizzazione selvaggia e feroce in periferie senza servizi pubblici (spesso non controllabili dalla polizia), favoriranno la crescita della criminalità organizzata, quindi la violenza. Ciò renderà ancora più attraente l’emigrazione e, sul fronte dell’illegalità, l’offerta di servizi di trasporti clandestini e la possibilità di ridurre in schiavitù le persone e venderle. Inoltre la domanda di manodopera irregolare o forzata aumenterà nei Paesi più benestanti, dove sarà più forte l’invecchiamento e quindi il calo degli occupati nazionali. Da questi Stati, aumenterà pure la domanda di organi per il trapianto, e quindi l’offerta estera di «parti di ricambio» espiantate con la violenza o vendute dal «donatore» per fame.

Un altro trend globale allarmante è la competizione a prezzi crescenti per le risorse naturali. Le organizzazioni criminali troveranno sempre più conveniente entrare in questi mercati, come avviene in Nigeria con 100.000 barili di petrolio giornalieri rubati, o con le riserve floro-faunistiche nella Repubblica Centrafricana, o con quelle minerarie in altri in Paesi in Africa o in America Latina. La maggiore scarsità futura di alimenti e acqua dolce, anche per effetto dei cambiamenti climatici, favorirà l’ingresso dei gruppi criminali, ad esempio nell’acquisto di terreni agricoli o per il pascolo e di pozzi. E si dirotterà il cibo sui mercati esteri che offrono prezzi migliori. La criminalità violenta potrà inoltre offrire il «servizio pubblico» di controllare e reprimere la rabbia sociale per la scarsità idrico-alimentare (o attizzarla) per favorire le proprie logiche di profitto e di potere.

Un ulteriore trend, che porta a sinergie negative in termini di rafforzamento dell’illegalità criminale, è il declino dell’istituzione statale o il suo non consolidamento nei Paesi che escono da una guerra o ne sono immersi. Numerosi Stati, ad esempio per i problemi di bilancio pubblico, non sono più in grado di soddisfare (e forse non lo saranno mai, soprattutto in Africa) i bisogni economici e le aspettative dei cittadini. E così gli Stati non riescono a mantenere la lealtà di una parte consistente della propria popolazione, oltre a quella immigrata, che non integrano in una piena ed effettiva cittadinanza. Quindi ancora di più emergeranno e si rafforzeranno altre forme di lealtà «primordiali»: famiglia, clan, tribù, etnia, gruppo religioso, comune provenienza geografica, organizzazioni informali e criminali che possano garantire un minimo di sicurezza e di welfare. Le crescenti disuguaglianze inique che si diffondono nel mondo erodono la legittimità agli Stati, alle istituzioni pubbliche, alle leadership politiche, ai mercati regolamentati, agli enti sovranazionali (Unione europea inclusa)[6].

Ciò favorirà l’esportazione delle crisi, ad esempio con nuovi flussi migratori clandestini e di profughi, e l’importazione di armi di contrabbando. E gli Stati più ricchi tenderanno a chiudersi come fortezze assediate a gestione autoritaria. Per questo, come proclamato da G8 e G20, la lotta contro evasione, elusione fiscale, fuga dei capitali e corruzione pubblica contrasta il crimine, perché i fondi recuperati finanziano sviluppo, welfare e «Stato di diritto».

Analisi complessa e partnership globale per prevenzione e contrasto

Le mafie transnazionali (messicane, russe, nigeriane, cinesi, italiane, turche, iraniane, pakistane, albanesi, maras centroamericane ecc.) si comportano, tra i loro membri e nel territorio che eventualmente occupano, come autorità statali, garantendo servizi di difesa e sicurezza armata, procedure giudiziarie di arbitraggio, protezione patrimoniale, assistenza sociale, attività «diplomatica» con altri network criminali e terroristici (anche per servizi logistici e finanziari). Ed esercitano influenza nei confronti dei poteri politici, economici, culturali e mediatici (inclusa l’auto-propaganda), tramite infiltrazione dei loro membri, minacce, corruzione e collusione. Questi nessi orizzontali rendono la minaccia criminale ibrida e difficile da comprendere nella sua estensione, organizzazione e pericolosità.

Inoltre i gruppi criminali a fini economici non sono sempre organizzati in termini di associazione mafiosa con vincoli di appartenenza forti (familiari o etnici), impiego di intimidazione, omertà, assoggettamento a una rigida gerarchia dentro e tra i clan, anche nei Paesi stranieri dove operano i propri familiari o connazionali. La collaborazione tra gruppi locali può anche non sussistere, valendo soltanto la divisione del territorio o delle specializzazioni, che è spesso più conveniente della guerra tra boss, e l’anarchia criminale.

Per rendere più complesse le indagini giudiziarie e meno efficace la distruzione di un’organizzazione criminale con l’arresto dei suoi vertici (oltre che per convenienza economica), emergono e si diffondono anche le forme di coordinamento leggere. Esse nascono per svolgere un singolo delitto (criminal venture), anche in collaborazione con organizzazioni criminali stabili pure a stampo mafioso; oppure per strutturare in forma di rete una collaborazione tra soggetti autonomi, spesso organizzati in piccole cellule di pochi soggetti (criminal networks). A loro volta tali networks possono o meno avere un nucleo centrale di coordinamento o configurarsi come una «rete di reti». In parallelo, assumono maggiore rilevanza, anche nella ripartizione dei profitti, quei brokers professionisti che mettono in contatto i vari gruppi e coordinano gli snodi dei networks criminali.

Le polizie nazionali hanno migliorato le loro tecniche investigative e si sono dotate di nuovi strumenti legali e di cooperazione transnazionale. Ma resta difficile riconoscere se una singola attività, anche non delittuosa, appartenga o sia funzionale a un network criminale, soprattutto se non impiega lo strumento forte del sodalizio mafioso (cfr l’art. 416 bis del Codice Penale italiano, mentre l’art. 416 definisce l’associazione per delinquere). Un singolo individuo può coltivare illecitamente marijuana per uso personale o per la vendita diretta ad altri, senza avvalersi di alcuna organizzazione o collaborazione. Oppure un banchiere che ricicla proventi criminali o concede mutui a mafiosi può esserne più o meno consapevole, ma la sua attività si confonde con le attività lecite per altri clienti.

L’attività investigativa e repressiva sembra impari rispetto alle forze di mercato, in quanto l’offerta di beni e servizi illeciti sale perché la domanda cresce ed è immensa, anche per il forte potere di acquisto dei Paesi sviluppati e della nuova classe media in quelli emergenti, che imitano l’Occidente nei vizi. Quando si creano dipendenze di massa da droga, gioco, sesso, prodotti di lusso, allora la domanda (anche degli stessi criminali) si rivolge ad altri fornitori, se i precedenti sono stati arrestati, o ad altri prodotti succedanei illeciti, se per quelli di prima si è interrotto il flusso in seguito a sequestri.

La stessa crisi finanziaria ed economica post-Lehman Brothers — con la crisi antropologica ed etica che la sottende — favorisce il crimine transnazionale. Quando il credito bancario scarseggia, i prestiti usurari hanno un boom (ma pure le banche in perdita hanno interesse ad accogliere depositi «sporchi»). Quando c’è l’urgenza di contenere i costi, lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici (e la produzione di certificati falsi) diventa più attraente; così come usare componentistica contraffatta o materie prime illegali (come legname, e minerali  frutti di saccheggio); oppure vendere prodotti ottenuti con manodopera clandestina privata di diritti. Poi occorrono maggiori quantità di armi, acquistate illegalmente, per difendere le attività e i patrimoni criminali in crescita; e aumenta la domanda di complicità nei settori immobiliare e finanziario per riciclare i maggiori proventi illeciti.

Spesso molti, senza (volerlo) sapere, collaborano alle attività economiche di proprietà di organizzazioni criminali transnazionali, come quelle di ristorazione, svago, distribuzione, edilizie ecc. Quando però la gestione economica impiega strumenti concorrenziali troppo vincenti (non fallimento nonostante le perdite costanti con continue ricapitalizzazioni, chiusura «indotta» dei concorrenti, ottenimento di credito a tassi irrisori o di autorizzazioni burocratiche in tempi troppo brevi, facilità di vincere appalti pubblici, approvvigionamenti di prodotti rubati o contraffatti a prezzi superscontati), è difficile non capire che si coopera in imprese che stanno inquinando i mercati, distruggendo la libera e lecita concorrenza. 

Dal punto di vista logico — rileva Fabio Armao — ci sono gruppi criminali in cui prevale la logica di mercato, mentre altri hanno una strategia «politica» di colonizzazione di un territorio e di diffusione di un proprio modello subculturale e, in una certa misura, ideologico. I primi minacciano direttamente la libertà di mercato e lo sviluppo economico, i secondi i valori democratici. Tuttavia l’azione sanzionatoria fa capo alle autorità politiche e, qualora queste fossero condizionate dai poteri criminali, sarebbe vana[7].

Le mafie dispongono di un apparato militare per il dominio territoriale e «di una delega informale da parte delle componenti antidemocratiche del sistema politico stesso, cui i mafiosi possono assicurare la permanenza al potere finanziandone l’attività attraverso corruzione o alterando i meccanismi elettorali con il controllo delle liste dei candidati e la compravendita dei voti»[8]. Ma le mafie, in quanto associazioni segrete e sfruttando l’invisibilità, si infiltrano anche nelle organizzazioni della società civile e religiosa[9].

Le istituzioni internazionali prestano attenzione sistematica alle «geomafie». Si pensi, ad esempio, alla Convenzione dell’Onu in vigore contro il crimine organizzato transnazionale, siglata a Palermo nel 2000, con i suoi protocolli aggiuntivi, e a quella contro la corruzione adottata nel 2003. E all’Unodc, con sede a Vienna e operativa dal 1971, all’Interpol ecc. Ma ogni cittadino e credente è chiamato alla vigilanza e all’eventuale denuncia.

La criminalità organizzata transnazionale viene studiata come fenomeno sistemico e dinamico su scala micro, macro e globale, sia nel suo impatto complessivo (sociale, politico, economico e ambientale), sia per singola «specializzazione» o mercato. E, dal punto di vista teoretico, continua il dibattito accademico per sviluppare la migliore metodologia di analisi e, quindi, per concepire e mettere in atto un contrasto sistemico, specifico e dinamico.

A tal fine occorrono, in primo luogo, «definizioni operative» fondate su rilevazioni empiriche per comprendere i fenomeni tran­snazionali ed effettuare analisi comparative. In secondo luogo, servono dati quantitativi che rappresentino la realtà in modo oggettivo e neutrale e non si prestino a creare scarsa attenzione o eccessivo e controproducente allarmismo (anche da parte di chi ha bisogno di risorse e attenzione pubblica per contrastare gli illeciti). L’estorsione mafiosa («il pizzo»), ad esempio, «giustifica» l’evasione fiscale da parte di commercianti e imprenditori, quindi minori servizi pubblici per carenza di fondi, come pure scarsi investimenti produttivi per la carenza di sicurezza territoriale. E così minore occupazione, redditi e consumi. Il crimine organizzato ha quindi un effetto non solamente distruttivo, ma di demoltiplicazione e decelerazione del Pil[10].

Occorre stimare in modo indiretto con varie metodologie (osservazioni satellitari, sequestri ecc.) i flussi nascosti della domanda e dell’offerta di beni e servizi illeciti, come pure i proventi finanziari che rientrano nel circuito illegale e in quello legale. Una stima calcola in 1.500 miliardi di dollari il costo economico complessivo diretto e indiretto (ad esempio, per cure sanitarie) di questi cinque mercati illegali: droga; contraffazione; prodotti che evadono le tasse (soprattutto sigarette e tabacco); tratta, schiavizzazione e trasporto clandestino di persone; crimini ambientali (abbattimento di alberi, pesca di frodo, trattamento illegale di rifiuti tossici).

Il sito www.havocscope.com fornisce una serie impressionante di «dati economici criminali» per mercato e per nazione, anche se non sempre è chiara la metodologia e l’affidabilità delle stime. Ad esempio, il cybercrime a livello globale potrebbe costare all’economia dai 114 ai 1.000 miliardi di dollari annui; mentre, secondo Coldiretti, il 15% dell’economia agricola in Italia è in mano alle mafie, anche tramite la distribuzione. Il riciclaggio finanziario è il 2-5% del Pil mondiale (10% in Italia: 118 miliardi di euro).

Ma occorre anche valutare come la criminalità organizzata transnazionale distorca la distribuzione dei redditi e della ricchezza, amplificando le disuguaglianze inique frutto di un neoliberismo sfrenato. Essa può essere contrastata adeguatamente soltanto mediante il concerto delle azioni dei Governi a livello regionale e internazionale, coinvolgendo lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Va  affrontata e conosciuta a livello locale, ma sotto tutti i profili cognitivi e operativi, non soltanto di law enforcement[11].

Necessarie sono quindi le politiche culturali e di sviluppo e una partnership «con e tra» le religioni per la promozione della legalità, sotto tutti i profili, e del welfare state. Ce lo ricorda Papa Francesco nel suo Messaggio per la Pace 2014: la fraternità solidale e non l’anarchia criminale, tanto meno la pax mafiosa, sono il sogno di Dio Padre per l’umanità.

 

[1].     La Convenzione di Palermo del 2000 sulla criminalità organizzata tran­snazionale offre alcune definizioni importanti, ma di carattere induttivo e giuridico (e politico, perché una certa vaghezza non offende gli Stati, a cui si domanda la ratifica, insinuando la correità delle élites politiche o minando le prerogative della sovranità nazionale). L’art. 2 intende per crimine organizzato «un gruppo strutturato di tre o più persone, che esiste per un periodo di tempo e che agisce in concerto con lo scopo di commettere uno o più gravi reati o illeciti […], al fine di ottenere, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o di altro genere materiale». Per «gruppo strutturato» si deve intendere «un gruppo che non è costituito casualmente al fine immediato di commettere un certo crimine e che non necessita di ruoli formalmente definiti per i propri membri, di continuità di appartenenza o di struttura sviluppata». Il «grave reato» configura «un illecito punibile con un massimo di reclusione di almeno quattro anni o con pene più severe».

[2].     L’art. 3 della Convenzione di Palermo definisce che l’illecito è considerato di natura transnazionale «se a) viene commesso in più di uno Stato; b) viene commesso in un solo Stato, ma una parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo ha luogo in un altro Stato; c) viene commesso in un solo Stato, ma coinvolge un gruppo criminale organizzato che svolge attività criminali in più di uno Stato; o d) viene commesso in un solo Stato, ma produce effetti sostanziali in un altro Stato». Riguardo al regime legale di contrasto, cfr Council on Foreign Relations, «The Global Regime for Transnational Crime (June 25, 2013)», in www.cfr.org/

 

[3].       Cfr United Nations Office on Drugs and Crime, Digesto di casi di criminalità organizzata. Raccolta commentata di casi e lezioni apprese (realizzato in collaborazione con il Governo colombiano, il Governo italiano, Interpol), 2012, in www.unogc.org; R. Saviano, Zero Zero Zero, Milano, Feltrinelli, 2013. Tra le vicende presentate in questo libro «terribile», perché fa vedere il pianeta attraverso la vita quotidiana, l’economia e la politica della cocaina, menzioniamo l’assassinio nel 1990 del parroco colombiano di Trujillo, p. Tiberio de Jesús Fernández Mafla. Egli si era battuto per difendere i campesinos da un narcotrafficante. Nella sua ultima Pasqua aveva pronunciato una frase profetica, adesso scritta sulla sua tomba: «Se il mio sangue può contribuire perché a Trujillo nasca e fiorisca la pace di cui tanto abbiamo bisogno, lo verserò volentieri» (149 s).

[4].     World Economic Forum, «Organized Crime Enablers (2012)», in www.weforum.org/ Gran parte del web non è accessibile con i normali motori di ricerca, occorrono programmi specifici. Nel «web oscuro» è possibile comprare, con consegna a domicilio, armi, esplosivi, droghe, documenti e banconote false, ma pure accedere a pedopornografia, tentare di assoldare un killer, acquistare identità e passwords rubate per accedere a carte di credito, conti correnti o computer altrui. Inoltre, si sviluppano numerose monete, ad esempio Bitcoin (come mezzo di pagamento e/o accumulo di ricchezza) autogestite dagli internauti, che, se non soggette a regolamentazione e supervisione pubblica, si prestano al riciclaggio e alla compravendita in incognito di prodotti illeciti (cfr L. Grossman – J. Newton-Small,  «The Deep Web», in Time, 11 November 2013, 22-29).

 

[5].     Cfr M. Miklaucic – J. Brewer (eds), Convergence. Illicit Networks and National Security in the Age of Globalization, Washington, National Defense University Press, 2013. È un volume, gratis su internet, del Center for Complex Operations Institute for National Strategic Studies. Cfr J. Rollins – L. Sun Wyler, «Terrorism and Transnational Crime: Foreign Policy Issues for Congress», in www.crs.gov; A. Politi, «Geomafiosità: quando le mafie fanno geoeconomia», in Nomos&Khaos. Rapporto Nomisma 2012-2013 sulle prospettive economiche-strategiche, Bologna, Nomisma, 2013, 357-371; Limes, «Il circuito delle Mafie», novembre 2013.

 

[6].     L’idea stessa liberale di centralità dell’identità individuale sarà sempre più soppiantata in gran parte del pianeta da quella di affiliazione collettiva. Tutto ciò, a sua volta, eroderà le basi della sovranità degli Stati e del loro controllo sul territorio e sulle frontiere, perché molte comunità tribali vivono a cavallo di due o più Stati. La crescita di anarchia, anomia e violenza offrirà alla criminalità organizzata, soprattutto di affiliazione etnica, la possibilità di «legittimare» il suo ruolo di arbitro nei conflitti sociali e di essere cooptata dal potere politico ufficiale, finanche a sostituirlo. Ricordiamo il fenomeno delle fabbriche di prodotti contraffatti destinati all’esportazione sfruttando la forza lavoro schiavizzata, che le autorità politiche di alcuni Stati, forse soltanto perché corrotte, tollerano per garantire la pace sociale non potendo/volendo offrire opportunità e condizioni di lavoro decenti. Cfr anche i Top 10 global trends nel World Economic Forum, Outlook on the Global Agenda 2014, in www.weforum.org/

 

[7].     Cfr F. Armao, «Le mafie: una prospettiva cosmo-politica», in  G. J. Ikenberry – V. E. Parsi, Manuale di Relazioni Internazionali, Roma – Bari, Laterza, 2001, 243.

[8].            Ivi, 245.

[9].     Si evidenziano alleanze tra potere criminale, politica e mercato per il perseguimento indiscriminato di profitti. Nel mercato «concepito come un hobbesiano stato di natura, le mafie sono in grado: a) di perpetuare l’accumulazione primaria [partendo, ad esempio, da rapimenti a scopo estorsivo, contrabbando di sigarette e taglieggiamento dei commercianti, per poi finanziare l’ingresso nel mercato dei narcotici, ndr] attuando un’estrazione violenza delle risorse; b) di annullare i meccanismi di libera concorrenza favorendo la costituzione di oligopoli, se non addirittura di veri e propri monopoli; c) di produrre, attraverso la vendita di beni illeciti, immensi capitali liquidi utili anche al rifinanziamento del capitalismo internazionale speculativo» (ivi, 245).

[10].    Cfr J. Picard, «Can we Estimate the Global Scale and Impact of Illicit Trade?», in M. Miklaucic – J. Brewer (eds), Convergence. Illicit Networks and National Security in the Age of Globalization, cit., 37-60. Il riciclaggio nel mercato immobiliare produce vari effetti economici: offre liquidità, e migliore possibilità di vendita da parte di soggetti non criminali; ma favorisce l’aumento dei prezzi, per cui le famiglie e le imprese «normali» devono rivolgersi al mercato immobiliare nelle periferie o stipulare mutui molto onerosi; e favorisce le bolle immobiliari e la loro esplosione, con bilanci bancari carichi di prestiti ipotecari inesigibili. Cfr anche M. Centorrino – G. Signorino (eds), Macroeconomia della mafia, Roma, Carocci, 1999; www.transcrime.it/; www.narcomafie.it/

 

[11].    A tale proposito segnaliamo il lancio, lo scorso 19 settembre alle Nazioni Unite di New York, di The Global Initiative against Transnational Organized Crime, che offre anche il bollettino mensile Analysing Organized Crime (cfr www.globalinitiative.net). A livello Onu, è attivo l’Unicri (United Nations Interregional Crime and Justice Research), con quartier generale a Torino (www.unicri.it).

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