LA CHIESA E IL GOVERNO CINESE

Intervista a p. Joseph Shih

Quaderno 4015

pag. 52 - 58

Anno 2017

Volume IV

Incontro p. Joseph Shih nella portineria della residenza dei gesuiti «San Pietro Canisio», a due passi dal Vaticano. La Civiltà Cattolica ha già pubblicato due suoi articoli[1], ma io non l’avevo mai incontrato. È un uomo di 90 anni, che mi accoglie amabilmente, sorridente. Il suo volto reca i segni di tante storie vissute. Ma le tracce che rimangono comunicano un’esperienza di serenità, di pace profonda.

Gli chiedo di sé, voglio che mi parli di sé. «I miei genitori avevano cinque figli e cinque figlie. Sono tutti nati e cresciuti a Shanghai», mi dice. E prosegue: «Io sono nato a Ningbo e ho passato la mia infanzia con la mia nonna materna, in campagna. Non mi ricordo quando sono arrivato a Shanghai. Mi ricordo che ho studiato nella scuola “San Luigi” e al collegio “Sant’Ignazio”, a Zikawei. Andavo a Messa ogni giorno nella chiesa parrocchiale. Dopo “l’attacco di Pearl Harbor”, il 7 dicembre 1941, i gesuiti canadesi che lavoravano a Xuzhou si concentrarono nella residenza di Zikawei. Alcuni di loro venivano regolarmente a Messa nella mia parrocchia. Quando nel 1944 finii gli studi nel collegio “Sant’Ignazio”, avevo ormai maturato il desiderio di farmi gesuita. Sono entrato nella Compagnia di Gesù il 30 agosto 1944. Sono stato ordinato sacerdote il 16 marzo 1957 nelle Filippine».

Gli chiedo quale è stata la sua formazione, quali tappe ha avuto, e se ha viaggiato nel mondo. Lui mi risponde di essere stato a Roma e poi in Germania e in Austria. In seguito fu chiamato di nuovo a Roma per studiare e poi insegnare alla Pontificia Università Gregoriana. Per prepararsi all’insegnamento fece un anno e mezzo di studi a Harvard, e poi trascorse più di sei mesi viaggiando in Africa per osservare gli effetti dell’indipendenza nazionale sulla Chiesa cattolica in quel continente. Successivamente, il Preposito generale dei gesuiti, p. Pedro Arrupe, gli consigliò di andare anche in America Latina per lo stesso tipo di studi. E così ha conosciuto il Brasile e l’Argentina. A Roma ha insegnato presso l’Università Gregoriana per 35 anni e ha lavorato alla Radio Vaticana, nella sezione cinese, per 25 anni. «C’era il p. Michael Chu – prosegue –, che veniva a celebrare la Messa domenicale che trasmettevamo per la Cina. Il p. Berchmans Chang mandava regolarmente i suoi articoli di teologia e di spiritualità. Il p. Matteo Chu aveva una cassetta postale che ci serviva per discutere con i nostri ascoltatori sui problemi della Chiesa in Cina».

Dal 2007, cioè da quando il gesuita p. Emmanuel Lim Hwan fu incaricato di dirigere la sezione cinese della Radio Vaticana, p. Shih ha lasciato Roma. «Da allora – racconta – passo il mio tempo per lo più a Shanghai. So che il mio compito è quello di essere un testimone per la Chiesa cattolica, che è una, ovunque sia: a Shanghai o a Roma, è la medesima Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica».

Papa Francesco ha particolarmente a cuore la vita della Chiesa in Cina e il futuro dei cattolici cinesi. Li accompagna nella preghiera e li segue con amore di padre. Come è percepita in Cina questa particolare attenzione del Pontefice?

Dei tre recenti Pontefici, quello che conosco meglio è san Giovanni Paolo II: amava la sua patria, simpatizzava per il Terzo mondo e comprendeva la storia della Chiesa in Cina. Durante il suo pontificato si è impegnato molto a promuovere la riconciliazione tra la Chiesa e il governo cinese. Purtroppo, a causa del suo ruolo nel crollo del comunismo in Europa, il governo cinese non si fidava molto di lui. Papa Benedetto XVI ha scritto una lettera alla Chiesa cattolica in Cina[2] per indicarle la strada da seguire per uscire dalle sue attuali difficoltà. Ha anche composto una preghiera dedicata alla Madonna di Sheshan, per invitare i cattolici di tutto il mondo a pregare per la Chiesa in Cina. Noi cattolici cinesi gliene siamo grati e lo rispettiamo. Papa Francesco è molto amato: tutti apprezzano il suo stile e percepiscono il suo amore paterno.

Sul piano sociale ed economico la Cina è cambiata molto negli ultimi anni e ha visto uno sviluppo rapido e impressionante. È cambiata anche la vita della Chiesa, insieme alla società? Qual è la sua personale esperienza?

Sì, la vita della Chiesa è cambiata insieme alla società. Infatti, i cattolici cinesi vivevano per lo più nelle aree rurali, mentre ora i giovani dei villaggi vanno a cercare lavoro nelle città. Spesso i loro genitori li seguono per prendersi cura dei loro bambini. Così i villaggi si svuotano. Le chiese perdono i loro parrocchiani. I vecchi cattolici sono dispersi. D’altronde, sebbene negli ultimi anni i cinesi siano diventati più ricchi, non si sentono per questo più felici. Anzi, sono più inquieti. Ora devono preoccuparsi di trovare lavoro, comprare una casa, fornire una buona istruzione ai loro figli e assicurarsi una vecchiaia dignitosa. Tra tante preoccupazioni emerge spontaneamente il senso religioso. Non bisogna meravigliarsi del fatto che, negli ultimi anni, i fedeli delle varie religioni in Cina siano significativamente aumentati. La Chiesa cattolica non fa eccezione.

Io abito adesso a Zikawei, che una volta era un villaggio cristiano. Intorno alla chiesa di Sant’Ignazio, che è la chiesa parrocchiale, vivevano allora le famiglie cristiane. Ora Zikawei è diventata un centro commerciale della città di Shanghai. Le vecchie case sono state tutte demolite. Gli abitanti di una volta si sono trasferiti altrove. Attualmente, la sera del sabato e la domenica si celebrano sette Messe nella chiesa di Sant’Ignazio, che è sempre piena. Nella prima Messa della domenica si ritrovano ancora alcuni vecchi parrocchiani di Zikawei, mentre in tutte le altre ci sono quasi tutti i nuovi fedeli venuti dalle varie parti del Paese. Tra questi, molti giovani e intellettuali.

L’ attuale contesto socioculturale in Cina si distingue per un variegato ventaglio di esperienze. Un approccio semplicistico risulterebbe fuorviante e incapace di rendere ragione delle sfumature e della complessità cinese. Occorre andare oltre i pregiudizi e le apparenze. In sintesi, dobbiamo essere pessimisti o ottimisti? La comunità cattolica in Cina come vive questo momento storico?

Sono ottimista. Innanzitutto, perché credo in Dio. Dio è il Signore della storia umana. In qualunque modo la storia proceda, essa non si stacca mai dal piano salvifico di Dio, finalizzato alla gloria di Dio e alla salvezza degli uomini. Poi, come lei ha detto, occorre andare oltre i pregiudizi e le apparenze. Se non ci ostiniamo nei nostri pregiudizi e sappiamo guardare oltre le apparenze, scopriamo che i valori fondamentali del socialismo sognati dal governo cinese non sono incompatibili con il Vangelo in cui crediamo. E se la Chiesa nel nostro Paese riesce a stabilire una reciproca tolleranza con il governo, noi possiamo vivere e agire nel nostro Paese. Perciò non sono pessimista, ma ottimista.

Sia nella Chiesa sia nell’opinione pubblica internazionale si parla molto del dialogo in corso tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese. Un osservatore intelligente si rende conto che la finalità dei colloqui è di natura essenzialmente pastorale, prima che politica, sociale e diplomatica. Naturalmente ogni incontro richiede, da un lato, la purificazione della memoria e, dall’altro, la volontà di scrivere una pagina nuova della storia. Come si stanno impegnando i cattolici cinesi a vivere, in primo luogo, la riconciliazione, e a promuovere la comunione nella Chiesa?

In Cina, il governo non riconosce che cinque grandi religioni, a ciascuna delle quali impone organismi di controllo. La Chiesa cattolica è una di queste cinque grandi religioni, ma non tutti nella Chiesa cattolica accettano questa realtà. Perciò, dal punto di vista del governo, ci sono due parti nella Chiesa cattolica. Il governo riconosce la parte che accetta le sue leggi, e non riconosce l’altra che le respinge. Mi riferisco alle leggi sulle attività religiose. I media occidentali parlano di «Chiesa ufficiale», o patriottica, e di «Chiesa clandestina», che è quella non riconosciuta dal governo. I cattolici che vivono in Cina conoscono queste definizioni, e tuttavia sanno distinguere tra la politica religiosa del governo e la propria fede. Per loro, in Cina non c’è che una sola Chiesa, cioè la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. In questa unica Chiesa si trovano due comunità distinte, ciascuna con i suoi vescovi e i suoi sacerdoti. Tra loro ci sono frequenti dispute, che non sono dovute a differenze nella fede, ma che sono piuttosto espressione di conflitti di carattere religioso. Inoltre, dopo gli insistenti appelli di papa Giovanni Paolo II, le due parti hanno già cominciato a riconciliarsi. L’ordinazione episcopale di mons. Xing Wenzhi, nel 2005, ne è una prova molto eloquente. Ora, poiché la Santa Sede sta dialogando con il governo cinese, quelli che si oppongono accentuano in modo esagerato e strumentale la differenza tra la «Chiesa ufficiale» e la «Chiesa clandestina», e la sfruttano senza scrupolo per impedire il dialogo in corso. Ciò non aiuta affatto la vita e la missione della Chiesa in Cina.

Si dice spesso, in casi analoghi, che bisogna avere un «sano realismo». Come si applica questo principio alla realtà cinese?

Il governo cinese è comunista. Questa è una realtà che non cambierà di certo per molto tempo. Ma la Chiesa in Cina deve pur avere qualche relazione con il governo cinese. Quale relazione? Quella di opposizione? Sarebbe un suicidio. Il compromesso? Nemmeno, perché la Chiesa perderebbe la propria identità. Allora l’unica relazione possibile è quella della reciproca tolleranza. La tolleranza è diversa dal compromesso. Il compromesso cede qualche cosa all’altro, fino alla misura che l’altro trova soddisfacente. La tolleranza non cede né esige dall’altro che ceda. La reciproca tolleranza tra la Chiesa e il governo cinese ha però bisogno di una premessa, cioè che la Santa Sede non si opponga al governo. Infatti, se la Santa Sede si opponesse al governo, la Chiesa in Cina sarebbe costretta a scegliere tra questi due, e sceglierebbe necessariamente la Santa Sede. Così la Chiesa risulterebbe invisa al governo cinese. Ci si può domandare: ma se la Santa Sede non si oppone al governo, quest’ultimo tollererà la Chiesa in Cina? Posso soltanto dire che la Chiesa cattolica in Cina esiste e funziona. Ciò significa che in qualche modo la tolleranza viene già sperimentata.

Alla luce di questo «sano realismo», come si può interpretare la sofferta vicenda umana ed ecclesiale di mons. Taddeo Ma Daqin, vescovo ausiliare di Shanghai?

Mons. Ma Daqin è stato ordinato vescovo il 7 luglio 2012. In quel momento era un vescovo accettato da entrambe le parti: dalla Santa Sede e dal governo cinese. Tuttavia, a causa della dichiarazione con la quale ha lasciato l’Associazione patriottica, è stato costretto a ritirarsi a Sheshan, e non ha mai potuto esercitare le sue funzioni episcopali. Nel mese di giugno dell’anno scorso egli ha pubblicato, nel suo sito web, un articolo nel quale esprimeva il suo pentimento per aver lasciato l’Associazione patriottica. Più recentemente, il 6 aprile scorso, nel giorno di Pasqua, è andato nella provincia di Fujian e ha celebrato pubblicamente la Messa con il vescovo «illegittimo» Zhan Silu. Per questo i media occidentali hanno cominciato a parlare del suo «voltafaccia» e del suo «tradimento». Io conosco molto bene il vescovo Ma Daqin. Egli non ha fatto un voltafaccia, né si è arreso: credo piuttosto che si sia «risvegliato». Vede, molti dicono di amare la Cina, ma hanno un’idea astratta del Paese. Amano, forse, la Cina di Confucio o quella di Jiang Jieshi (Chiang Kai-shek). Per il vescovo Taddeo Ma Daqin, amare la Cina vuol dire amare la Cina concreta, cioè la Cina attuale, la Cina governata dal partito comunista. Poi, egli non crede più che la Chiesa si debba necessariamente opporre al governo cinese; anzi, ha capito che, per poter esistere e agire nella Cina di oggi, la Chiesa deve necessariamente rendersi almeno tollerabile agli occhi del governo. Insomma, mons. Ma Daqin è un vescovo cinese che ha un sano realismo. Il fatto che sia andato a Mindong e che abbia concelebrato con il vescovo «illegittimo» Zhan Silu ha avuto, infatti, lo scopo di una riconciliazione con il governo cinese. Mons. Ma Daqin è un vescovo cinese che vive in Cina. Sebbene sia attualmente agli arresti domiciliari, sta tentando un approccio con il suo governo. Mi auguro che la Santa Sede lo sostenga e lo lasci provare. La riconciliazione tra la Chiesa in Cina e il governo cinese è un punto su cui san Giovanni Paolo II ha insistito molto durante il suo pontificato. Ora il vescovo Ma Daqin sta cercando di realizzarla. Che san Giovanni Paolo II lo benedica dal cielo!

Sono tanti i vescovi, i sacerdoti e i laici che negli ultimi decenni hanno sofferto per testimoniare la fede e per il loro amore alla Chiesa. Che cosa insegna, alla Chiesa di oggi e alle nuove generazioni, la loro fedeltà?

La sua domanda mi ricorda una predica che ho fatto nella XII domenica del Tempo ordinario. In quella domenica si legge il Vangelo di Matteo[3]. Nella mia omelia ho detto: «Le parole che avete ascoltato sono state dette da Gesù ai suoi discepoli. Sentendole, possiamo avere l’impressione che Gesù sia stato molto, troppo severo. Ha detto infatti che non dobbiamo temere quelli che possono uccidere il nostro corpo, ma non la nostra anima; dobbiamo temere piuttosto colui che manda all’inferno il nostro corpo e la nostra anima insieme. Dobbiamo sapere che Gesù, che vuole salvarci, non può salvare coloro che non hanno il coraggio di confessare la propria fede. D’altra parte, Gesù ci ha assicurato che non dobbiamo temere. Dio, che si preoccupa persino per due passeri o per un capello del nostro capo, pensa anche a noi».

I tanti vescovi, sacerdoti e laici che negli ultimi decenni hanno sofferto per testimoniare la fede e per il loro amore alla Chiesa hanno capito e seguìto questo insegnamento di Gesù. Ora con il loro personale esempio lo trasmettono anche a noi e alle nuove generazioni. Inoltre, «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani». Grazie ai loro meriti, oggi, noi cattolici in Cina godiamo di una certa misura di pace, e nelle nostre parrocchie è cresciuto il numero di coloro che partecipano alle Messe. Siamo grati per questo.

Quale augurio sente di voler formulare personalmente per il cammino dei cattolici cinesi?

L’augurio è di non essere come alcuni che vivono fuori della Cina e si preoccupano per la sorte dei cattolici in Cina in maniera non giusta, danneggiando la Chiesa. Mi auguro che i cattolici in Cina non siano costretti ad andare altrove, e a diventare così ospiti o profughi. Mi auguro piuttosto che noi cattolici cinesi possiamo vivere una vita autenticamente cristiana nel nostro Paese. Attualmente è in corso il dialogo tra la Santa Sede e il governo cinese: il mio auspicio è che la Santa Sede non sfidi il governo con un ideale troppo alto e irrealistico, il che ci costringerebbe a scegliere tra la Chiesa e il governo cinese.

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[1].      Cfr J. Shih, «Il metodo missionario di Matteo Ricci», in Civ. Catt. 1983 I 141-150; Id., «La Chiesa cattolica in Cina. Una testimonianza», ivi 2016 II 369-374.

[2].      Benedetto XVI, «Lettera ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese», Roma, 27 maggio 2007. Cfr anche La Civiltà Cattolica, «Nota esplicativa sulla lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi», in Civ. Catt. 2007 III 107.

[3].      Precisamente, Mt 10,26-33.

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