GIOVANNI SALVIUCCI, SERENATA; ALCESTI; INTRODUZIONE, PASSACAGLIA E FINALE; SINFONIA DA CAMERA

Quaderno 3884

pag. 209

Anno 2012

Volume II

MUSICA 

a cura di G. ARLEDLER GIOVANNI SALVIUCCI, SERENATA; ALCESTI; INTRODUZIONE, PASSACAGLIA E FINALE; SINFONIA DA CAMERA. Coro e Orchestre della Rai, interpreti e direttori vari. Block nota BN 570 CD.Abbiamo incontrato la figura e le composizioni di Giovanni Salviucci (1907-37) con una certa periodicità e, in particolare, in occasione del ricordo per la morte di Goffredo Petrassi (cfr Civ. Catt. 2003 III 44) e per quella di Carlo Maria Giulini (cfr ivi, 2005 IV 470). Questo che presentiamo è il primo cd (www.nota.it) interamente a lui dedicato, fortemente voluto, curato e prodotto dalla figlia, Giovanna Salviucci Marini, musicista anch’essa: assieme a scritti storici e critici puntuali e pertinenti, presenta le quattro partiture più importanti e famose realizzate da questo compositore romano, morto alla soglia dei 30 anni per un male allora incurabile. Petrassi (1904-2003), a quanti conoscevano Salviucci, continuava a ripetere: «Era il migliore di tutti noi», e il maestro Giulini, che nulla concedeva a motivi di facile opportunità, eseguì in più di un’occasione Introduzione, Passacaglia e Finale (1933-34), inserendola nel programma dei suoi concerti per il biennio 1970-71 che, passando anche a Parigi e a Salisburgo, sollevò un discreto interesse.Nel breve saggio in memoria di Goffredo Petrassi si scrisse che, attorno alla metà degli anni Trenta del secolo scorso, la musica in Italia vedeva l’affermarsi di giovani compositori dalle personalità così spiccate da riuscire a richiamare l’attenzione di Pirandello o di Bontempelli; pur facendo tesoro dell’esperienza dei loro maestri, quali Casella e Respighi, questi giovani stavano maturando un linguaggio proprio e interessante, in modo da portare un contributo personale nel panorama culturale del Novecento, molto diversificato e per certi aspetti confuso. Ora, se di Petrassi e di altri, come Luigi Dallapiccola (1904-75), ci rimane un cospicuo numero di lavori, di Giovanni Salviucci ci restano quasi soltanto quelli contenuti nel cd. Il documento è ancora più prezioso perché possiamo definire storiche (1962-88) le interpretazioni in esso contenute — sicuramente quella di Gianandrea Gavazzeni che riguarda l’Alcesti — grazie alle bacchette di Pietro Argento (Introduzione…) e di Franco Caracciolo (Sinfonia da camera) e all’interpretazione del complesso «Arturo Toscanini» (Serenata).Salviucci aveva studiato com-posizione privatamente con Ernesto Boezi, che aveva un metodo didattico molto personale, basato in gran parte sulla grande polifonia; nei primi mesi del 1931, in vista dell’esame presso il conservatorio di Santa Cecilia, prende alcune lezioni da Alfredo Casella. Grazie al diploma, può frequentare la classe di perfezionamento in composizione di Ottorino Respighi, dove conosce Iditta Parpagliolo, poi sua moglie, benemerita per aver insegnato armonia a generazioni di musicisti, sempre nel conservatorio romano. Se in alcuni lavori giovanili e nell’Introduzione, Passacaglia e Finale, si può riscontrare qualche influsso di Respighi, in altri lavori di apprendistato e poi nella Serenata per nove strumenti (1937) appare più rilevante l’influsso di Casella. Il carattere distintivo della musica di Salviucci è la ricerca di una via personale, perfino a partire da un’insolita esposizione del contrappunto più rigoroso, come è evidente all’inizio dell’Ouverture in do diesis minore (1932) e nello svolgersi della più volte citata Introduzione, Passacaglia e Finale.Altra caratteristica importante, che riscontriamo spesso nella carriera dei grandi compositori, riguarda l’immettersi rapidamente nel solco più congeniale della grande cultura, con una sicurezza degna di una personalità matura e andando contro quelle propensioni naturali di riserbo e di modestia, per le quali ci si fa apprezzare da tutti. Fu Gian Francesco Malipiero, che nel biennio 1935-36 — anni di pausa, di studio, di impegno nella didattica — lo incoraggiò a venire allo scoperto, cosa che, in effetti, Salviucci fece con le sue due ultime partiture, che non ebbe modo di ascoltare. La cantata Alcesti (1936-37), su testo proprio, celebra il sacrificio della sposa perfetta, ignorando il finale lieto di Euripide. È una sorta di grande madrigale drammatico per coro e orchestra e insieme una pagina di teatro, che si imparenta con le cose migliori dell’ultimo Verdi. Ancora più interessante e innovativa è la Serenata per nove strumenti (1937), che, affine ad alcune cose analoghe di Stravinski e di Hindemith, cerca un linguaggio personale con ardite linee armoniche e strumentali e con un’accattivante cantabilità nel movimento centrale.

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