FILM IN BIBLIOGRAFIA: LA TERRA DELL’ABBONDANZA

Quaderno 3711

pag. 317

Anno 2005

Volume I

a cura di V. FANTUZZI

La terra dell’abbondanza (USA, 2004). Regista: WIM WENDERS. Interpreti principali: J. Diehl, M. Williams, S. Toub, W. Pierce, R. Edson.

Fin dai titoli di testa il film La terra dell’abbondanza (Land of Plenty) di Wim Wenders mette a confronto due sguardi diametralmente contrapposti sulla medesima realtà. Siamo a Los Angeles nel settembre del 2003, due anni dopo il terrificante attentato contro le Torri gemelle di New York. Rintanato nel furgone che gli fa da casa e da punto di osservazione, Paul (John Diehl), reduce dalla guerra del Viet Nam della quale porta conseguenze insanabili nel corpo e nello spirito, punta gli occhi muniti di visori ai raggi infrarossi su tutto ciò che si muove. La paura e il sospetto fanno di lui un cacciatore di possibili nemici. Spia, pedina, indaga, costruisce ipotesi deliranti… Lana (Michelle Williams), luminosa diciottenne intenta a schiudere la mente e il cuore sul mistero della vita, si risveglia su un aereo che sta per atterrare nell’aeroporto della città. Sua madre prima di morire le ha affidato una lettera da consegnare a Paul, suo unico fratello e quindi zio della ragazza, che da molto tempo ha interrotto i contatti con la famiglia.

A insaputa l’uno dell’altra Paul e Lana si aggirano entrambi nella Downtown di Los Angeles (che secondo Wenders meriterebbe di essere definita capitale mondiale della fame). Figlia di una coppia di missionari evangelici, Lana ha trascorso alcuni anni in Africa e ultimamente in Israele, da dove proviene. È accolta da Henry (Wendell Pierce), un pastore afroamericano collega e amico di suo padre, che la ospita in una missione dal nome significativo, «Pane di vita», dove i mendicanti trovano una minestra calda e, se c’è posto, un giaciglio per la notte. È lo stesso ambiente che Paul, mosso da intenti del tutto diversi, tiene sotto osservazione con gli strumenti elettronici che ingombrano il suo furgone e ne fanno il ricettacolo dell’investigatore «fai da te».

Durante una scorribanda notturna nei pressi della missione partono colpi di pistola che colpiscono a morte un mendicante pakistano. Paul e Lana, che non sono ancora entrati in contatto, assistono entrambi all’azione criminale (di cui si ignorano i moventi come pure l’identità tanto degli aggressori quanto della vittima). Per lo zio si tratta di un regolamento di conti tra bande di infiltrati arabi che complottano ai danni degli Stati Uniti. La nipote si dà da fare per identificare il morto e per sapere se ha qualche parente che possa occuparsi della sepoltura. Da questo momento in poi si stabilisce un rapporto effettivo tra zio e nipote, che si vedono indotti dalle circostanze a collaborare, anche se mossi da intenti del tutto diversi. Lana agisce seguendo il suo impulso umanitario che la spinge a occuparsi della sorte dei diseredati. Paul conta di servirsi della ragazza come pretesto per andare alla scoperta di trame oscure e pericolose.

Ha inizio un viaggio a tre (Paul, Lana e il cadavere del pakistano) sul furgone attrezzato come centro di osservazione attraverso l’America «profonda» tra villaggi che sorgono ai margini del deserto, un tempo fiorenti ma ora in rovina, dai quali sono partiti i miserabili che popolano i «ghetti» assiepati attorno alle grandi città. Lana riesce finalmente a fare la conoscenza con lo zio e a raccogliere le sue confidenze. Si rende conto del male che lo attanaglia e non gli lascia un attimo di tregua. Nel corso di una crisi, Paul ha l’impressione di precipitare nel vuoto come gli è accaduto in Viet Nam, dove l’elicottero sul quale viaggiava con altri commilitoni è stato abbattuto e lui solo è riuscito a salvarsi anche se ne è uscito con le ossa rotte e il sangue contaminato dal napalm. Il tempo aveva sanato le sue ferite, confida Paul alla nipote, ma quando ha visto le Torri gemelle afflosciarsi su se stesse e trasformarsi in cumuli di macerie fumanti, ha sentito che qualcosa crollava dentro di lui.

Sepolto il cadavere in un cimitero non lontano dalla casa dove abita l’unico parente che il povero pakistano ha in America, Paul e Lana, che nel frattempo hanno avuto modo di approfondire i reciproci rapporti, attraversano gli Stati Uniti per recarsi a Manhattan dove sostano in silenzio davanti al Ground Zero. Lana ha l’impressione di udire le voci delle vittime della strage, le quali non vogliono che altre uccisioni siano compiute in loro nome. Realizzato con telecamere digitali, il film si avvale di un montaggio stringato nella contrapposizione dei punti di vista dei due coprotagonisti. L’assunto è forse un po’ schematico, ma la metafora che si può leggere in trasparenza (Lana è una sorta di angelo disceso dal cielo, per andare a recuperare un’anima che precipita nel vuoto) fa circolare tra immagine e immagine un soffio di poesia, nel quale è possibile riconoscere il tocco dell’autore de Gli angeli sopra Berlino (1987).

Acquista il Quaderno