FILM IN BIBLIOGRAFIA: IL SOLE NERO; GRINDHOUSE

Quaderno 3771-3772

pag. 347

Anno 2007

a cura di V. FANTUZZI

Il sole nero (Italia-Francia, 2007). Regista: KRZYSZTOF ZANUSSI. Interpreti principali: V. Golino, L. Balducci, K. Capparoni, T. Bertorelli.

Grindhouse – A prova di morte (USA, 2007). Regista: QUENTIN TARANTINO. Interpreti principali: K. Russell, R. McGowan, Z. Bell, R. Dawson.

Krzysztof Zanussi non è abbastanza cattivo per riuscire a dare credibilità alla rappresentazione cinematografica del male. Ma anche per rappresentare in maniera convincente il bene bisogna essere un po’ smaliziati. Lui non lo è abbastanza. Il male e il bene che si contrappongono simmetricamente ne Il sole nero, film che il regista polacco ha girato in Italia, corrispondono a stereotipi che non hanno riscontro nella realtà. Il bene è rappresentato da una coppia di giovani sposi (Valeria Golino e Lorenzo Balducci) che si scambiano effusioni pronunciando frasi simili a quelle che si possono leggere nei romanzi rosa di infimo rango. Il male è rappresentato da un dirimpettaio invidioso (Kaspar Capparoni), brutto, malato e infelice così come gli altri due sono belli, sani e pieni di gioia. Il film è tratto da un testo teatrale di Rocco Familiari, scrittore irresistibilmente attratto, a quanto pare, dall’ ovvio, dal risaputo, dal banale.

Non c’è nemmeno bisogno che i personaggi aprano la bocca (magari non lo facessero!) per avvertire la presenza del luogo comune che soggiace all’intera costruzione del film. Stai da una parte della strada e sei nel bene. Passi dalla parte opposta e ti trovi nel male. I passaggi che si avvicendano con movimento pendolare, segnati da una serie di stacchi cinematografici, non sono meno prevedibili di quanto lo siano le parole dette e le azioni compiute da ambedue le parti. Per non parlare dei filosofemi di un commissario di polizia (Toni Bertorelli), chiamato a indagare su un delitto, che invece di darsi da fare per mettere le mani sull’assassino preferisce esibirsi in dissertazioni sui rapporti di causa ed effetto tra il bene e il male, visti come reciproca emanazione l’uno dell’altro.

Tarantino, quando affronta la rappresentazione cinematografica del male, dimostra di essere, a differenza di Zanussi, in possesso di una conoscenza della materia, che deriva, se non dall’esperienza diretta, almeno dallo studio con il quale il regista statunitense sviscera i meccanismi spettacolari elaborati dai film di genere (dalla serie B alla serie Z) nell’abbordare storie criminali. Si veda per esempio cosa accade in Grindhouse – A prova di morte, il film che Tarantino ha presentato al recente festival di Cannes, uscito tempestivamente nelle sale italiane.

Un losco individuo non più giovane, che si fa chiamare Stuntman Mike (Kurt Russell), fisico tarchiato e volto solcato da una lunga cicatrice, adocchia e insegue sulle strade del Texas nella prima parte del film quattro vistose ragazze con le gambe al vento e le lingue taglienti. Ne prenderà di mira altre quattro nella seconda parte, ambientata nel Tennessee. Mike è un pericoloso maniaco la cui perversione consiste nel coinvolgere giovani vittime dalla bellezza precoce in incidenti stradali devastanti. Protagonista del film, oltre a Mike, è la sua automobile «a prova di morte». Nella prima parte del film si assiste a uno scontro frontale, che avviene di notte. Nella seconda c’è un inseguimento mozzafiato che si svolge in pieno giorno. Le rispettive sequenze sono di grande spettacolarità.

Mike non scopre fin da principio le sue carte. Gioca con le vittime, come fa il gatto con il topo, prima di sferrare l’attacco definitivo. Le motivazioni del suo agire non sono dichiarate esplicitamente nel film. Lo spettatore dovrà scoprirle frugando tra i risvolti oscuri della vicenda. La presenza del male non è indicata con parole astratte, ma rappresentata nella sua crudezza. Percepito nelle sue manifestazioni meno gravi, il pericolo appare all’inizio come un ingrediente della vita normale, un rischio che vale la pena di correre per amore del brivido. Poi, quando le intenzioni di Mike si manifestano per quello che sono, il terrore esplode nelle forme più agghiaccianti. L’incidente notturno è ripetuto per quattro volte di seguito con accorgimenti ottenuti in sede di montaggio. Tra uno scontro e l’altro si inseriscono particolari raccapriccianti relativi alla morte delle ragazze. Una gamba, staccata dal busto, vola per aria prima di rimbalzare sull’asfalto.

Non sono angeli le belle figliole insidiate dal cascadero folle. Inclini al turpiloquio, quelle del primo gruppo conservano, al di là della libertà di parola e di comportamento, un fondo di ingenuità, mentre quelle del secondo gruppo nascondono sotto apparenze frivole una insospettata durezza. Una di queste è di professione cascadera (e pertanto collega di Mike), un’altra è un’ex poliziotta che viaggia armata. Impreparato di fronte alla reazione delle donne del secondo gruppo, Mike è sopraffatto e messo fuori combattimento. Non c’è nel film la contrapposizione tra il bene e il male. C’è soltanto una competizione tra forme di male più o meno agguerrite, per sapere chi riuscirà a cavarsela dopo aver sfiorato l’irreparabile. Il pubblico, emotivamente coinvolto, diventa complice ora di Mike, ora delle ragazze vendicatrici. Ciascuno è indotto a fare i conti con la parte di pervesione che si annida dentro di lui.

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