FILM IN BIBLIOGRAFIA: IL RESTO DI NIENTE

Quaderno 3722

pag. 208

Anno 2005

Volume III

a cura di V. FANTUZZI

Il resto di niente (Italia, 2005). Regista: ANTONIETTA DE LILLO. Interpreti principali: M. de Medeiros, I. Villa, E. Moscato, R. Spano, R. Di Florio, R. Zinna, L. Ragni.

La storia di Napoli (la Rivoluzione fallita del 1799), un romanzo (scritto da Enzo Striano e pubblicato per la prima volta nel 1986, riedito da Rizzoli nel 2001), un film girato in ambienti naturali, che fa rivivere quella storia e conferisce concreta evidenza a ciò che le pagine del romanzo evocano nella mente del lettore. Lo spettatore che ha scelto di vedere questo film perché interessato all’argomento che tratta, prima che le luci della sala si abbassino e appaiano sullo schermo le immagini, pensa che assisterà a una rievocazione di avvenimenti che si sono susseguiti con colpi di scena e improvvisi rovesci di fortuna, ma con un ordine cronologico che consente di seguirne lo sviluppo afferrandone gli aspetti essenziali e sorvolando su quelli ritenuti secondari. La regista, Antonietta De Lillo, ha scelto, come vedremo, una strada diversa.

Protagonista del film è donna Eleonora de Fonseca Pimentel (1752-99), interpretata da Maria de Medeiros (attrice portoghese già ammirata in pregevoli pellicole di Manoel de Oliveira). Nata a Roma in una famiglia di piccola nobiltà portoghese, Eleonora si trasferisce a Napoli con la famiglia nel 1760. Riceve una buona educazione scolastica, che fa leva sui suoi non comuni talenti. Legge e scrive correntemente l’italiano, il portoghese, il francese e l’inglese. Studia latino, greco e storia antica. Si interessa di matematica e di scienze. Nata nel «secolo dei lumi», è al corrente delle idee nuove, diffuse in Europa dagli enciclopedisti. Compone versi che le aprono le porte dell’Accademia dei Filaleti prima e dell’Arcadia poi. Come era nelle usanze del tempo, dà alle stampe un epitalamio per le nozze di Ferdinando IV e Maria Carolina d’Austria (Il tempio della gloria, 1768) e una cantata per il neonato principe ereditario (La nascita di Orfeo, 1775).

Nel 1778 sposa Pasquale Tria de Solis. La vita familiare è infelicissima. Il figlio Francesco, nato lo stesso anno, non sopravvive che otto mesi. Due successive gravidanze sono interrotte per i maltrattamenti che subisce da parte del marito, dal quale si separa nel 1784. Grazie a un sussidio concessole dal re, può continuare a sviluppare la sua attività culturale. Mentre in Francia maturano i tempi della Rivoluzione, che avrà ripercussioni in tutta Europa, a Napoli Eleonora entra a far parte di quel ceto intellettuale riformista che aderisce ai princìpi e all’azione rivoluzionaria. Sospetta alle autorità di polizia, perde il sussidio reale e il 5 ottobre 1798 viene rinchiusa nel carcere della Vicaria dove rimarrà fino al gennaio 1799, quando i lazzari, alla vigilia dell’entrata in Napoli delle forze francesi, prendono d’assalto le carceri cittadine liberando, insieme con i detenuti comuni, anche quelli politici.

La breve vita della Repubblica Napoletana offre a Eleonora la possibilità di esercitare le sue doti di scrittrice sulle colonne del giornale bisettimanale (martedì e sabato) Monitore napoletano da lei diretto, dove scrive da sola la maggior parte degli articoli. Conobbe la difficoltà di far pervenire alla plebe analfabeta i princìpi della Rivoluzione. Propugnò la propaganda in dialetto napoletano, una gazzetta in vernacolo che fosse letta nelle piazze, teatri di burattini e cantastorie che trattassero «soggetti democratici», missioni civiche, create sul modello delle missioni religiose, affidate a ecclesiastici progressisti, che avessero pratica di «persuasiva popolare». Con il ristabilimento della monarchia, Eleonora è vittima assieme con altri della feroce repressione che pose fine ai sogni dei rivoluzionari. Il 20 agosto 1799 fu impiccata sulla piazza del mercato.

Questi, in sintesi, i fatti attraverso i quali il film di Antonietta De Lillo accompagna lo spettatore seguendo come itinerario un percorso che non coincide con la loro scansione cronologica, ma consente di mescolare reciprocamente tempi, luoghi e personaggi sull’onda di un flusso emotivo nel quale gli eventi si accostano l’uno all’altro per affinità o per contrasto. Eleonora è colta nel momento in cui, nella cappella del castello del Carmine, aspetta la sua esecuzione, assistita dai confratelli incappucciati (i Bianchi della Giustizia) che hanno il compito di prestarle i conforti religiosi. Una bambina del quartiere, scalza e cenciosa, le porta una tazza di caffé. È l’ultimo desiderio espresso dalla condannata. L’ultimo sapore terreno che le è concesso di sperimentare… La bambina avanza esitante. Quella donna, attorno alla quale aleggia un sentore di morte, le incute paura. Eleonora vorrebbe che la piccola si fermasse per qualche istante accanto a lei, ma quella fugge via. La vita fugge dalla morte che non riesce a trattenerla.

Fin dalla prima sequenza il film sceglie la via dell’intimità. «Ho voluto mettere la macchina da presa dentro Eleonora», dice la regista. Non si tratta soltanto di vedere il mondo attraverso gli occhi della protagonista, ma di esplorare (ser-vendosi di tutti i mezzi espressivi dei quali il cinema dispone) l’anima di una donna che ha vissuto esperienze straordinarie in un mondo attraversato da violenti contrasti. Mentre aspetta di morire, si affacciano alla sua mente i volti di coloro che ha incontrato lungo il suo cammino. Pur conservando un taglio intimista, il film si affolla di tante presenze che non si accumulano in una massa indistinta, ma compongono una somma di individualità dotate ciascuna di caratteristiche personali fortemente marcate, alle quali danno vita più di cento attori napoletani poco conosciuti, capaci di conferire ciascuno al proprio personaggio una nota di autenticità.

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