FILM IN BIBLIOGRAFIA: ALILA

Quaderno 3683

pag. 519

Anno 2003

Volume IV

a cura di V. FANTUZZI

Alila (Israele, 2003). Regista: AMOS GITAI Interpreti principali: Y. Abecassis, U. Klauzner, H. Laslo, R. Elkabetz, Y. Carmon.

Il regista israeliano A. Gitai presenta con Alila, il più recente dei suoi film, uno spaccato di vita collettiva racchiuso entro spazi ristretti. Siamo in un condominio, situato nella periferia Sud di Tel Aviv, dove si concentra un campionario di umanità variamente assortita. La macchina da presa si trasferisce con carrellate laterali dall’esterno all’interno del caseggiato e viceversa, senza allontanarsi quasi mai dalla zona in cui sorge l’edificio. Facciamo così conoscenza con le persone che, tra corridoi male illuminati, pianerottoli angusti e stanze separate da muri di cartone, si rubano a vicenda il loro privato.

Gabi (Yael Abecassis) si trova «clandestina» tra quelle mura non meno di quanto lo siano i lavoratori cinesi sottopagati, che hanno preso il posto dei palestinesi rimasti al di là del muro di Sharon. Per lei la clandestinità è imposta dal legame, che deve restare segreto, con un uomo sposato. Non le sono consentite effusioni e sussulti che potrebbero attirare l’attenzione indiscreta dei vicini. Una poliziotta (Ronit Elkabetz) ricatta coloro che non hanno le carte in regola, per ricavare vantaggi personali, applicando la legge con criteri tutt’altro che equanimi.

Mali (Hanna Laslo) è amica di Gabi e madre di Eyal, un ragazzo che, chiamato sotto le armi, invece di presentarsi in caserma preferisce darsi alla latitanza. Pur essendo separata dal marito (Uri Klauzner), che ha cacciato di casa, Mali è costretta ad averlo tutti i giorni davanti agli occhi. Ezra (questo è il nome del poveruomo) dorme infatti in un furgone posteggiato sotto le finestre della moglie e, con un gruppo di cinesi che ha ingaggiato illegalmente, sta ristrutturando l’appartamento della poliziotta.

L’anziano Schwartz (Yosef Car-mon) è un polacco, sopravvissuto agli orrori di Auschwitz, con la mente attraversata da incubi ricorrenti. Lo assiste una ragazza filippina che non parla ebraico e non sa distinguere, quando ascolta la radio, le notizie di un attentato dai risultati delle partite di calcio. Le persone che abitano nel caseggiato hanno provenienze diverse, mentalità e lingue diverse… Se dovessimo cogliere in questo agglomerato eterogeneo una immagine dell’attuale società israeliana, è evidente che in nessuna maniera essa potrebbe essere collocata sotto il segno dell’univocità.

Quando dall’interno dell’edificio si passa all’esterno, le insegne dei negozi, l’urlo lontano delle sirene e i rumori del traffico che anima le strade del quartiere parlano di una città che, alle pari di altre che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo, è caratterizzata da una confusione che manifesta, nonostante tutto, la voglia di vivere dei suoi abitanti. Il film rende omaggio alla gente normale, a tutti coloro che alla catena degli attentati e delle rappresaglie contrappongono la volontà di far prevalere la vita in tutte le sue manifestazioni, comprese le contraddizioni e le incongruenze entro le quali ciascuno cerca di destreggiarsi.

La parola ebraica alila significa allo stesso tempo «finzione» e «complotto», ma la realtà descritta dal film potrebbe essere indicata meglio con la parola bagalan che significa «caos, disordine, confusione», nell’accezione positiva di vitalità contrastata ma non soffocata dalle difficoltà che, come accade sovente, invece di eliminare le energie delle quali l’essere umano dispone per provvedere alla propria sopravvivenza, stimolano la mente a escogitare risorse nuove e imprevedibili.

Tratto da un romanzo di Yehoshua Kenaz, che ha per titolo Returning Lost Loves, il film di Gitai mette insieme frammenti di vita vissuta strappati al caotico groviglio della quotidianità. In questi frammenti si riflette ciò che la gente veramente vuole. «I due Governi, israeliano e palestinese — dice il regista —, esasperano ogni giorno il conflitto. Entrambi sono convinti di giungere a conseguire la vittoria quando gli altri saranno costretti a cedere. Ma questo è assurdo. L’unica forma di opposizione diventa allora la vita. Il ragazzo che fugge dall’esercito, ascolta John Lennon e come lui vuole fare l’amore non la guerra…».

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