foto: Antonio Spadaro

«ESSERE NEI CROCEVIA DELLA STORIA»

Conversazioni con i gesuiti del Myanmar e del Bangladesh

Quaderno 4020

pag. 519 - 532

Anno 2017

Volume IV

16 dicembre 2017

Dal 26 novembre al 2 dicembre papa Francesco ha compiuto il suo ventunesimo viaggio apostolico fuori Italia, recandosi in Myanmar e Bangladesh. Il mercoledì 29 novembre, subito dopo l’incontro con i vescovi del Myanmar, Francesco è uscito dalla piccola sala che ha ospitato l’incontro. Ha trovato ad attenderlo 300 seminaristi per una foto. Ha salutato anche un piccolo gruppo di cinesi, che mostravano con orgoglio la bandiera della Repubblica popolare, e che gli chiedevano: «Venga presto nel nostro Paese!».

Dopo un tratto a piedi tra festa e saluti, il Papa è entrato nella cappella del piano terra dell’arcivescovado, dove ha trovato ad attenderlo 31 gesuiti che svolgono la loro missione nel Paese. Di questi, 13 erano del Myanmar (3 preti, 5 novizi e 5 scolastici). Gli altri erano originari di Thailandia, Malaysia, Vietnam, India, Indonesia, Australia e Cina. Altri 21 gesuiti originari del Myanmar non erano presenti, perché impegnati negli studi in Indonesia, Sri Lanka e Filippine.

I gesuiti provenivano da tutte le istituzioni della Compagnia di Gesù nel Paese: le opere educative, che sono aperte a tutti, indipendentemente dal «background» etnico o religioso; una parrocchia in una diocesi di frontiera che serve il popolo kachin e shan; una scuola in una baraccopoli di Yangon, dove i gesuiti aiutano anche i poveri a ricostruire le loro case e hanno un piccolo servizio di microcredito; il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, che lavora per lo più con le centinaia di migliaia di persone sfollate all’interno degli Stati Kachin e Kaya e al confine con la Thailandia e la Cina.

Francesco, entrando, è stato accolto da un applauso. Ha salutato tutti, uno per uno. Sebbene la stanza fosse, com’è tipico di una cappella, stretta e lunga, il clima era quello di un abbraccio spontaneo al di là delle file. I volti dei gesuiti facevano intuire la loro grande diversità di provenienza. Uno studente gli ha fatto indossare uno scialle tipico dell’etnia chin.

Francesco si è seduto e ha detto di aver bisogno di un traduttore per l’inglese, presentando mons. Mark Miles. E ha scherzato dicendo: «Lui è un brav’uomo e non racconterà niente dei segreti gesuitici di cui parleremo qui». E subito ha sentito il dovere di ringraziare i presenti.

Di seguito riporto la trascrizione delle due conversazioni alle quali ho assistito, e la cui pubblicazione è stata approvata dal Santo Padre, aggiungendo qualche nota di contesto e una considerazione finale.

Antonio Spadaro S.I.

********

Grazie per essere venuti. Vedo molte facce giovani, e mi fa piacere. È una cosa buona, perché è una promessa. I giovani hanno futuro, se hanno radici. Se non hanno radici, vanno dove tira il vento. Per cominciare, a me piacerebbe porre una domanda. Ognuno se la rivolga nel suo esame di coscienza: dove sono le mie radici? Ho radici? Le mie radici sono tenaci o sono deboli? È una domanda che ci farà bene. Sant’Ignazio cominciava gli Esercizi Spirituali parlando di una radice: «L’uomo è creato per lodare…». E concludeva con un’altra radice: quella dell’amore. E proponeva una contemplazione per crescere nell’amore. Non c’è vero amore, se non mette radici. Ecco: questa è la mia predica iniziale! Ma adesso vorrei che foste voi a fare qualche domanda.

Grazie, Santo Padre, per essere con noi. Noi tutti viviamo in Myanmar, e lei sta comprendendo la situazione del nostro Paese. Tutti abbiamo la stessa spiritualità, quella degli «Esercizi Spirituali». Questa spiritualità ci fa contemplare l’Incarnazione. Ed è questa contemplazione che ci spinge avanti, che ci muove alla missione. Contemplando la reale situazione del Myanmar, che cosa si aspetta da noi?
Credo che non si possa pensare una missione – lo dico non soltanto da gesuita, ma da cristiano – senza il mistero dell’Incarnazione. È il mistero dell’Incarnazione che illumina tutto il nostro avvicinarci alla realtà e al mondo, tutta la nostra vicinanza alla gente, alla cultura. La vicinanza cristiana è sempre incarnata. È una vicinanza come quella del Verbo: condiscendente. Vi ricordo la synkatabasis, la condiscendenza… Il gesuita è colui che deve sempre approssimarsi, come si è avvicinato il Verbo fatto carne. Guardare, ascoltare senza pregiudizi, ma con mistica. Guardare senza paura e guardare misticamente: questo è fondamentale per il nostro modo di guardare la realtà.
E da questo sguardo nasce l’inculturazione. L’inculturazione non è una moda, no. È l’essenza stessa del Verbo venuto nella carne, che ha assunto la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra carne, la nostra vita, ed è morto. L’inculturazione è farmi carico della cultura del popolo al quale sono inviato.
E per questo la preghiera del gesuita – intendo principalmente in relazione all’inculturazione – è la preghiera di intercessione. È necessario pregare il Signore proprio per quelle realtà nelle quali sono immerso.
Nella Compagnia ci sono stati molti insuccessi nella vita di preghiera. All’inizio, alcuni gesuiti hanno fatto venire il mal di testa a sant’Ignazio, perché volevano che il gesuita stesse chiuso e dedicasse due o tre ore all’orazione… E sant’Ignazio diceva: «No: contemplate nell’azione!». Ed è toccato anche a me viverlo, nel 1974. C’è stato – come saprete – un movimento dei cosiddetti «gesuiti scalzi», che volevano un’osservanza rigida, quasi claustrale, delle regole. Una riforma al contrario, dunque, e contro lo spirito di sant’Ignazio. La vera preghiera e la vera osservanza gesuitica non vanno per quella strada. Non è un’osservanza restaurazionista. La nostra osservanza è guardare sempre avanti con l’ispirazione del passato, ma guardare sempre avanti. Le sfide non sono dietro, sono avanti.
In questo il beato papa Paolo VI ha aiutato molto la Compagnia, e il 3 dicembre 1974 ci ha rivolto un discorso che resta pienamente attuale. Vi raccomando di leggerlo. È un documento attuale. Dice, per esempio, questa frase: «Ovunque, nei crocevia della storia vi sono i gesuiti». Lo ha detto Paolo VI! Non dice: «State chiusi in un convento», ma dice ai gesuiti: «Andate nei crocevia». E per andare ai crocevia della storia, miei cari, bisogna pregare! Bisogna essere uomini di preghiera nell’abitare i crocevia della storia!

Voglio fare una riflessione sulla nostra gente. Alcuni, per vederla, hanno camminato tre giorni, altri hanno messo da parte denaro da sei mesi. Io posso testimoniare che sono stati felici di vederla. Grazie! La mia domanda è questa: molti media hanno detto che la sua visita in Myanmar è una delle più difficili e piene di sfide. È davvero così?
Hai detto due cose. Prima hai parlato del Popolo di Dio. Quando ho saputo che queste persone avevano viaggiato e camminato molto, che per venire avevano risparmiato denaro, vi confesso che ho provato una grande vergogna. Il Popolo di Dio ci insegna virtù eroiche. E ho provato vergogna di essere pastore di un popolo che mi supera per virtù, per sete di Dio, per senso di appartenenza alla Chiesa, perché venivano a vedere Pietro. L’ho provata, e ringrazio Dio per avermela fatta provare. E per inciso vi dico che, se c’è una grazia che il gesuita deve chiedere, è quella di una grande vergogna. Sant’Ignazio ce la fa chiedere nella Prima settimana degli Esercizi Spirituali davanti a Cristo crocifisso. Chiedete la grazia della vergogna, per voi e per me. È una grazia!
Veniamo alla tua seconda domanda. Questo è un viaggio molto difficile, sì. Forse ha rischiato pure di essere cancellato a un certo punto. Dunque, è un viaggio difficile. Ma proprio perché difficile, dovevo farlo! Infatti abbiamo letto nell’Ufficio delle letture, poco tempo fa, che cosa dice il profeta Ezechiele dei pastori che si approfittano del loro popolo, che vivono alle spalle del loro popolo. Vivono per succhiargli il latte, sono pastori che si prendono il latte delle pecore e ne tosano la lana. Sono due simboli. Il cibo sta per la ricchezza, e la lana per la vanità. Un pastore che si abitua alle ricchezze e alla vanità finisce, come dice sant’Ignazio, in una grande superbia. Perciò sant’Agostino riprende questo tema del profeta Ezechiele in un famoso trattato – De pastoribus – facendo vedere che, se il cattivo pastore si aggrappa alla ricchezza, si aggrappa alla vanità, finisce per diventare superbo. Dunque, quello che fa star bene il buon pastore è la povertà. Sant’Ignazio chiamava così la povertà: la madre e il muro della vita religiosa. Il Popolo di Dio è popolo povero, popolo umile, un popolo che ha sete di Dio. Noi pastori dobbiamo imparare dal popolo. Perciò, se questo viaggio appariva difficile, sono venuto perché noi dobbiamo stare nei crocevia della storia.

Quando abbiamo saputo della sua visita, abbiamo cominciato a sentire e pensare che noi siamo nei crocevia, come lei ha appena detto. La sua visita per noi è una spinta in avanti in questo senso. La questione è che spesso lei dice che bisogna avere l’odore delle pecore. Noi qui veniamo da luoghi diversi del Paese, dove avvertiamo come preti questo odore. Alcuni di noi sentono l’odore dei rifugiati. Come possiamo sentire e pensare con la Chiesa, come ci chiede sant’Ignazio, percependo questo odore così intenso che viene dal Popolo di Dio? Come sentire la presenza del Papa?
Ai vescovi, poco tempo fa, ho parlato di due odori: odore di pecora e odore di Dio. Noi dobbiamo conoscere l’odore di pecora, per capire, comprendere e accompagnare, e le pecore devono percepire che emaniamo odore di Dio. E questa è la testimonianza. Oggi la missionarietà, grazie a Dio, non passa dal proselitismo. Papa Benedetto XVI l’ha detto chiaramente: la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione, per testimonianza. Come potete sentire la presenza del Papa voi che lavorate là? Come possono sentirla i rifugiati? Rispondere non è facile. Ho visitato finora quattro campi di rifugiati. Tre enormi: Lampedusa, Lesbo e Bologna, che si trova nel Nord Italia. E là il lavoro è di vicinanza. A volte non si distingue bene tra un luogo da cui si attende di uscire e un carcere sotto un altro nome. E a volte i campi sono veri campi di concentramento, carceri.
In Italia si vive molto intensamente questa realtà dei rifugiati che vengono dall’Africa, perché sono là di fronte, e accadono vere e proprie tragedie. Una persona rifugiata con cui ho parlato mi ha detto di aver impiegato tre anni per arrivare da casa sua a Lampedusa. E in quei tre anni è stata venduta cinque volte. Sul traffico delle giovani che vengono ingannate e vendute ai trafficanti di prostitute a Roma, un anziano sacerdote mi diceva ironicamente che non era sicuro se a Roma ci fossero più sacerdoti o più giovani donne schiavizzate nella prostituzione. E sono ragazze rapite, ingannate, portate da un posto all’altro. La Chiesa diocesana di Roma lavora molto su questo. È un lavoro di liberazione.
Poi pensiamo allo sfruttamento dei bambini con il lavoro minorile. Pensiamo ai bambini che hanno dimenticato il gioco e devono lavorare. Ecco la nostra «Terza settimana» degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio: vedere loro è vedere Cristo sofferente e crocifisso.  Come io mi avvicino a tutto questo? Sì, io cerco di visitare, parlo chiaro, soprattutto con i Paesi che chiudono le loro frontiere. Purtroppo in Europa ci sono Paesi che hanno scelto di chiudere le frontiere. La cosa più dolorosa è che per prendere questa decisione hanno dovuto chiudere il cuore. E il nostro lavoro missionario deve raggiungere anche quei cuori che sono chiusi all’accoglienza degli altri.
Non so che altro dire su questo tema, se non che è un tema grave. Questa sera noi ceneremo. Molti di questi rifugiati hanno per cena un pezzetto di pane. Forse noi prenderemo un dolce. Questo mi richiama un’immagine di Lesbo. Ci sono stato col patriarca Bartolomeo e l’arcivescovo ortodosso di Atene, Girolamo. Lì erano tutti seduti per file, molto ordinati – erano molte migliaia –, e io camminavo davanti; dietro di me veniva il patriarca Bartolomeo, e dopo di lui l’arcivescovo Girolamo. Stavo salutando, e a un certo momento mi sono accorto che i bambini mi davano la mano, ma guardavano dietro. Mi sono domandato: «Che succede?». Mi sono voltato e ho visto che il patriarca Bartolomeo aveva le tasche piene di caramelle e le dava ai bambini. Con una mano salutavano me e con l’altra afferravano la caramella. Ho pensato che forse era l’unico dolce che mangiavano da molti giorni.
E c’è un’altra immagine di Lesbo che mi ha aiutato molto a piangere davanti a Dio: un uomo di circa trent’anni con tre figlioletti mi ha detto: «Sono musulmano. Mia moglie era cristiana. Ci amavamo molto. Un giorno sono entrati i terroristi. Hanno visto la sua croce. Le hanno detto di togliersela. Lei ha detto di no ed è stata sgozzata davanti a me. Continuo ad amare mia moglie e i miei figli».
Queste cose vanno viste e vanno raccontate. Queste cose non arrivano ai salotti delle nostre grandi città. Abbiamo l’obbligo di denunciare e di rendere pubbliche queste tragedie umane che si cerca di silenziare.

Molti gesuiti sono qui in formazione, e come formatori cerchiamo di capire meglio quale sia oggi la figura del gesuita. Lei è un buon gesuita, impegnato nella missione che le è stata affidata. Come tale che cosa ci può dire? Quali sono i suoi consigli ai giovani gesuiti del Myanmar per diventare un buon gesuita?
Meglio che non insegniate loro a essere come me! (e qui scoppia a ridere). Dirò due cose. Tra i miei formatori c’era un gesuita anziano, un gesuita che era stato alle frontiere esistenziali. Era un grande gesuita scienziato, e una volta mi ha dato un consiglio: se vuoi perseverare nella Compagnia, pensa chiaro e parla oscuro. Era un grande scienziato, ma era un cattivo formatore. Avete capito? (e qui ride insieme ai gesuiti presenti). La seconda cosa che voglio menzionare riguarda un altro uomo: e voglio menzionarlo qui in Myanmar, perché credo non abbia mai immaginato che il suo nome sarebbe stato pronunciato da queste parti. Si tratta di un gesuita argentino e si chiamava Miguel Angel Fiorito. Ha realizzato un’edizione critica delle Memorie spirituali di san Pietro Favre, ma era un filosofo e aveva fatto la tesi sul desiderio naturale dell’uomo di trovare Dio secondo san Tommaso. Era un professore di filosofia, preside della Facoltà, ma amava la spiritualità. E insegnava a noi studenti la spiritualità di sant’Ignazio. È stato lui a insegnarci la via del discernimento. Tu che sei un formatore, se incontri un gesuita che è in formazione ma non sa discernere, che non ha appreso il discernimento e che offre poche speranze che lo apprenda, anche se è un ragazzo eccellente, digli di cercare un’altra strada. Il gesuita dev’essere maestro di discernimento, per sé e per gli altri. Sant’Ignazio non ci ha chiesto di fare due esami di coscienza al giorno per toglierci i pidocchi o le pulci. No: l’ha fatto perché vedessimo che cosa accade nel nostro cuore. Per me, il criterio vocazionale per la Compagnia è questo: il candidato sa discernere? Imparerà a discernere? Se sa discernere, sa riconoscere che cosa viene da Dio e che cosa viene dal cattivo spirito, allora questo gli basta per andare avanti. Anche se non capisce molto, anche se lo bocciano agli esami…, va bene, purché sappia fare discernimento spirituale. Pensate a san Pedro Claver. Sapeva discernere e sapeva che Dio voleva la sua vita tra gli schiavi neri, circa i quali alcuni stimati teologi discutevano se avessero o non avessero l’anima.

La mia formazione è durata 14 anni dal noviziato fino all’ordinazione sacerdotale. Lungo questa strada altri compagni di formazione hanno lasciato. Noi sacerdoti gesuiti locali adesso siamo solo tre. Quali sono le sue parole di incoraggiamento per coloro che sono in formazione?
Una delle cose che il Signore rispetta è la libertà. Compresa la libertà di allontanarsi da lui, la libertà di peccare. Lui sta in silenzio e soffre. Sta zitto. Arriva a questo estremo. Da quell’estremo in qua ci sono molte situazioni che non sono peccato, ma sono situazioni storiche che fanno venire meno la persona o le fanno capire che quella non era la sua strada… L’abbandono di un religioso, l’abbandono di un sacerdote è un mistero. E dobbiamo rispettarlo, aiutarlo se chiede aiuto, restare disponibili e pregare per lui. Il Signore infatti lo attende nel momento più opportuno. E non bisogna disperare mai, perché il Signore è buono e perfino, direi, perdonatemi la parola, «furbo».
Circa la furbizia di Dio, desidero aggiungere una cosa: vi voglio parlare di un un’opera d’arte che mi colpisce. Si tratta di un capitello che è nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Vézelay, nel centro della Francia, dove comincia il Cammino di Santiago. Da una parte del capitello c’è Giuda impiccato, con la lingua di fuori, gli occhi aperti, morto. E accanto a lui il diavolo pronto a portarselo via. Dall’altra parte del capitello c’è la figura del Buon Pastore, che lo ha afferrato, se l’è messo sulle spalle e se l’è portato via. Quello scultore del XIII secolo era un artista, ma nel suo cuore era anche un teologo. Era un mistico. Ed era audace. Si è permesso di dire qualcosa che nessuno di noi, nessun teologo, si azzarderebbe a dire dalla cattedra: Dio è furbo. Dio è furbo. Ed è singolare. Se guardiamo bene le labbra del Buon Pastore, vediamo che ha un’espressione di sorriso burlone, come se dicesse al diavolo: «Te l’ho fatta!».
A me questo insegna molto. Sperare sempre… è la stessa frase che il Curato d’Ars disse alla vedova di quel suicida, angosciata perché il marito era andato all’inferno: «Signora, tra il ponte da cui si è gettato suo marito e il fiume c’è la misericordia di Dio». Non dimenticarti mai della parola «misericordia».

Io sono un gesuita in formazione come «maestro» e lavoro in uno «slum». La gente è molto povera, ma lì le persone si vogliono aiutare gli uni con gli altri. Una ragazza mi ha chiesto: come posso aiutare coloro che hanno bisogno, se io stessa sono bisognosa di aiuto? Ho provato a darle una risposta intellettuale, ma non mi ha convinto. Allora qualcuno mi ha consigliato di porre la questione al Santo Padre.
Le risposte intellettuali non servono. Io non sono un anti-intellettuale, sia chiaro! Bisogna studiare molto, ma la risposta intellettuale e astratta in questo caso non serve. Davanti a una madre che ha perduto il figlio, a un uomo che ha perduto la moglie, a un bambino, a un malato… non puoi parlare. Soltanto lo sguardo…, il sorriso, stringere la mano, il braccio, fare una carezza…, e forse a quel punto il Signore ti ispirerà una parola. Ma non metterti a dare spiegazioni. E la domanda che ti ha fatto quella ragazza era una domanda esistenziale: come posso fare io, che non ho niente, ad aiutare gli altri? Avvicinati! E pensa in che cosa quella persona può aiutare te. Avvicinati. Accompagna. Stai vicino. E lo Spirito Santo – non dimentichiamo che l’abbiamo dentro – ti ispirerà che cosa puoi fare, che cosa puoi dire. Perché dire è l’ultima cosa. Prima fare. Stare in silenzio, accompagnare, stare vicini. Prossimità, vicinanza. È il mistero del Verbo che si è fatto carne. Vicinanza. La parola che forse puoi dire alla ragazza è: «Avvicinati». Lei ha bisogno di vicinanza. E anche tu hai bisogno di vicinanza. E di lasciare che Dio faccia il resto.

Santo Padre, mi chiedo perché trova sempre il tempo di fare visita ai gesuiti durante i suoi viaggi. E un’altra domanda: quali sono le tre cose importanti che un gesuita può fare per le persone di questo Paese, per la Chiesa del Myanmar?
La ragione per cui incontro sempre i gesuiti è quella di non dimenticarmi che sono missionario e che devo convertire i peccatori! (il Papa così provoca una risata generale). Sulla domanda: mi piace che tu abbia usato la parola «Chiesa». Ignazio aveva molto a cuore il sentire con la Chiesa, sentire nella Chiesa. E anche questo richiede discernimento. Ma bisogna essere vicini alla gerarchia. E se non sono d’accordo con quello che dice il vescovo, devo avere la parresia di andare a parlargli con coraggio e dialogare. E alla fine obbedire. Ricordati di sant’Ignazio quando venne eletto papa Gian Pietro Carafa, Paolo IV. Quando gli chiesero che cosa sarebbe successo se il Papa avesse sciolto la Compagnia, credo che sant’Ignazio abbia risposto che con un poco di orazione avrebbe sistemato tutto. E sarebbe rimasto in pace. Ma non si può pensare la Compagnia di Gesù come una Chiesa parallela, o una sub-Chiesa. Tutti apparteniamo alla Chiesa santa e peccatrice. Si appartiene alla Chiesa nella gioia e nella tristezza. Abbiamo esempi di grandi gesuiti che si sono sentiti crocifissi dalla Chiesa del loro tempo e hanno tenuto la bocca chiusa. Pensiamo al cardinale de Lubac, per nominarne uno. E a tanti altri. Direi: essere uomini di Chiesa. Quando la Compagnia si mette nell’orbita dell’autosufficienza, smette di essere la Compagnia di Gesù.

Un grave problema qui è il fondamentalismo. Io vengo da una regione dove ci sono molte tensioni con i musulmani. Mi chiedo come è possibile prendersi cura delle persone che hanno questa tendenza al fondamentalismo. Che cosa lei sente al riguardo, visitando il nostro Paese?
Guarda, di fondamentalismi ce ne sono dappertutto. E noi cattolici abbiamo «l’onore» di avere fondamentalisti tra i battezzati. Credo che sarebbe interessante se qualcuno di voi che si sta preparando alla laurea studiasse le radici del fondamentalismo. È un atteggiamento dell’anima che si erge a giudice degli altri e di chi condivide la sua religione. È un andare all’essenziale – pretendere di andare all’essenziale – della religione, ma a un punto tale da dimenticarsi di ciò che è esistenziale. Dimentica le conseguenze. Gli atteggiamenti fondamentalisti prendono diverse forme, ma hanno il fondo comune di sottolineare molto l’essenziale, negando l’esistenziale. Il fondamentalista nega la storia, nega la persona. E il fondamentalismo cristiano nega l’Incarnazione.

L’ incontro si chiude in un clima di festa con la preghiera «Salve Regina» e poi con saluti personali e fotografie.

* * *

Il 1° dicembre nel pomeriggio il Papa, durante la sua visita in Bangladesh, ha partecipato a un incontro ecumenico e interreligioso per la pace insieme a quattro rappresentanti religiosi (un musulmano, un hindu, un buddista e un cattolico) e un rappresentante della società civile. La preghiera finale è stata recitata da un vescovo anglicano. Quindi sul palco dello stesso incontro è salito un gruppo di rohingya, che il Papa ha accolto, ascoltando le loro storie e chiedendo a uno di loro di pregare. Alla fine si è trasferito nella Nunziatura apostolica di Dacca, dove ad attenderlo in una sala, seduti in cerchio, c’erano 13 gesuiti che svolgono la loro missione nel Paese.

Il superiore della missione ha espresso la gioia dei gesuiti per la presenza del Papa: «Siamo un gruppo di gesuiti che operano nel Bangladesh. Nove siamo originari del Paese, tre vengono dall’India e uno dal Belgio. Dio ci ha benedetti e noi lavoriamo qui in Bangladesh in tre diocesi. La missione conta altri 14 scolastici, tre juniores e tre novizi. Lavoriamo in una casa di Esercizi e di formazione, nei ministeri parrocchiali, nell’apostolato educativo, e nel servizio per i rifugiati. La prima presenza dei gesuiti in questa terra risale alla fine del Cinquecento. Nel 1600 venne costruita una chiesa, ma già l’anno seguente essa fu distrutta. Dopo alterne vicende siamo nuovamente nel Bangladesh dal 1994, quando siamo stati invitati dalla Chiesa locale. Lei oggi ci dà il privilegio di incontrarla. Noi tutti ci sentiamo orgogliosi di essere gesuiti e chiediamo la sua benedizione. Oggi pensavo di fare un discorso, ma poi ho creduto meglio di non farlo: molto meglio è avere una conversazione aperta…».

Il Papa ha risposto al saluto, dicendo:

Le due date che hai menzionato hanno attirato la mia attenzione: 1600 e 1994. Dunque, per secoli i gesuiti hanno vissuto alterne vicende senza una stabilità di presenza. E questo va bene: i gesuiti vivono anche così. Padre Hugo Rahner diceva che il gesuita deve essere un uomo capace di muoversi facendo discernimento, sia nel campo di Dio, sia nel campo del diavolo. Questi vostri anni sono stati un po’ così: un muoversi senza stabilità e un andare avanti alla luce del discernimento.

Santo Padre, grazie per aver parlato del popolo rohingya. Sono nostri fratelli e sorelle, e lei ne ha parlato in questi termini: di fratelli e sorelle. Il Provinciale ha inviato due di noi a svolgere un servizio di aiuto tra loro…
Gesù Cristo oggi si chiama rohingya. Tu parli di loro come fratelli e sorelle: lo sono. Penso a san Pedro Claver, che mi è molto caro. Lui ha lavorato con gli schiavi del suo tempo… e pensare che alcuni teologi di allora – non tanti, grazie a Dio – discutevano se loro avessero un’anima o no! La sua vita è stata una profezia, e ha aiutato i suoi fratelli e le sue sorelle che vivevano in una condizione vergognosa. Ma questa vergogna oggi non è finita. Oggi si discute tanto su come salvare le banche. Il problema è la salvezza delle banche. Ma chi salva la dignità di uomini e donne oggi? La gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi. Se noi avessimo un po’ di senso del reale, questo dovrebbe scandalizzarci. Lo scandalo mediatico oggi riguarda le banche e non le persone. Davanti a tutto questo dobbiamo chiedere una grazia: quella di piangere. Il mondo ha perso il dono delle lacrime. Sant’Ignazio, che faceva questa esperienza, chiedeva il dono delle lacrime. La faceva anche san Pietro Favre. Una volta esisteva il formulario di una Messa proprio per chiedere il dono delle lacrime. E la preghiera era: «Signore, che tu hai fatto scaturire acqua dalla roccia, fai sgorgare lacrime dal mio cuore peccatore». La sfacciataggine del nostro mondo è tale che l’unica soluzione è pregare e chiedere la grazia delle lacrime. Ma io questa sera davanti a quella povera gente che ho incontrato ho sentito vergogna! Ho sentito vergogna per me stesso, per il mondo intero! Scusate, sto solamente cercando di condividere con voi i miei sentimenti…

Come la Compagnia di Gesù può rispondere oggi ai bisogni del Bangladesh?
Sinceramente non conosco bene le attività della Compagnia di Gesù in Bangladesh. Ma il fatto che il Provinciale abbia incaricato due gesuiti di lavorare nei campi profughi mi fa capire che i gesuiti si muovono! E questo è proprio della nostra vocazione, ed è ben detto in una parola della «Formula dell’Istituto» della Compagnia: discurrir, cioè… andare avanti, muoversi… andare in giro… provare gli spiriti… Questo è bello ed è proprio della nostra vocazione.

Ci sentiamo benedetti del fatto che lei è venuto in Bangladesh, cioè in una nazione dove c’è una comunità cristiana così piccola. E lei ha creato cardinale l’arcivescovo della nostra capitale. Come mai questa attenzione per noi?
Devo dire che anche per me il Bangladesh è stata una sorpresa: c’è tanta ricchezza! Nominando i cardinali, ho cercato di guardare alle piccole Chiese, quelle che crescono in periferia. Non per dare consolazione a quelle Chiese, ma per lanciare un chiaro messaggio: le piccole Chiese che crescono in periferia e sono senza antiche tradizioni cattoliche oggi devono parlare alla Chiesa universale, a tutta la Chiesa. Sento chiaramente che hanno qualcosa da insegnarci.

Come si sente lei oggi, dopo aver celebrato la Messa con i cattolici? È riuscito a salutare i bambini, come fa sempre?
Sì. Ne ho salutati alcuni. E questa sera ho salutato le due bambine rohingya. I bambini mi danno tenerezza. La tenerezza fa bene in questo mondo tante volte crudele: ne abbiamo bisogno. Voglio aggiungere una cosa a questo riguardo: sant’Ignazio era mistico. La sua vera figura è stata riscoperta di recente. Si aveva di lui un’immagine rigida. Ma lui era una madre con gli ammalati! Lui era capace di una profonda tenerezza, che ha manifestato in molte occasioni. È stato padre Arrupe che come Generale della Compagnia ci ha ripetuto queste cose e ci ha mostrato la profonda anima di Ignazio. Ha fondato il Centro Ignaziano di Spiritualità e la rivista Christus per approfondire in maniera rinnovata la nostra spiritualità. Per me, è figura profetica. La tua domanda mi fa pensare a quanto sia importante avere un cuore capace di tenerezza e di compassione per chi è debole o povero o piccolo.
E ricordatevi che è stato il padre Arrupe a fondare il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. A Bangkok, prima di prendere l’aereo sul quale avrebbe avuto un ictus, ha detto: «Pregate, pregate, pregate». Questo era il senso del discorso che là ha rivolto ai gesuiti che stanno lavorando con i rifugiati: di non trascurare la preghiera. Questo è stato il suo «canto del cigno». È stata proprio questa l’eredità ultima che egli ha lasciato alla Compagnia. Capite? La sociologia è importante sì, ma conta di più, molto di più, la preghiera.

Il pensiero è andato subito al fatto che poco prima, nel suo incontro con i rohingya, il Papa aveva avuto il bisogno non di concludere con un discorso sociologico, ma di chiedere a uno di loro di elevare una preghiera, e di pregare insieme. Il Papa a questo punto ha chiesto se ci fossero ulteriori domande, ma uno di loro ha risposto: «No. La sua presenza qui tra noi è più di molte risposte!». L’incontro si è concluso con la benedizione di rosari e alcune foto di gruppo.

Nel meditare le parole usate dal Pontefice in queste conversazioni occorre sempre ricordare quel che egli stesso ha scritto nella prefazione a un volume che contiene, tra l’altro, le sue precedenti conversazioni con i gesuiti durante i viaggi: «Devo dire che quei momenti li avverto molto liberi, specie quando avvengono durante i viaggi: si tratta dell’occasione per fare le mie prime riflessioni su quel viaggio. Mi sento in famiglia e parlo il nostro linguaggio di famiglia, e non temo fraintendimenti. Perciò quello che dico a volte può essere un po’ arrischiato». E ha aggiunto: «A volte quello che sento di dover dire lo dico a me stesso, è importante anche per me. Nelle conversazioni mi nascono alcune cose importanti sulle quali poi rifletto»[1].

[1].      Papa Francesco, Adesso fate le vostre domande. Conversazioni sulla Chiesa e sul mondo di domani, Milano, Rizzoli, 2017, 8.

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