CINEMA E FEDE: UNA TESTIMONIANZA DI ERMANNO OLMI

Quaderno 3889

pag. 60 - 65

Anno 2012

Volume III

7 luglio 2012

Lo scorso 7 maggio si è svolto a Roma, nella basilica di Santa Maria in Montesanto (detta «chiesa degli artisti») a piazza del Popolo, un incontro sul tema «Fede e cinema», che ha avuto come fulcro la presenza del regista cinematografico Ermanno Olmi (1). Trascriviamo le sue parole, pronunciate ex abundantia cordis in quella circostanza. Si tratta di una testimonianza di fede da parte di un uomo le cui opere, viste e ammirate in tutto il mondo, han- no suscitato talvolta discussioni circa la corretta interpretazione del loro contenuto religioso.

Il trascendente risplende nell’immanente

Olmi ha esordito con alcune precisazioni sul concetto di fede.

«Dal punto di vista lessicale — egli dice — la parola fede è indicata come termine astratto. L’esperienza però ci dice che la fede non è una cosa astratta, ma è direttamente collegata con le cause che quotidianamente muovono i nostri passi. Se la fede fosse una cosa astratta, potremmo parlarne all’infinito collocandola tra quelle cose che sconfinano in un’impalpabile vaghezza. La fede è fede soltanto se diventa una cosa concreta. C’è chi ritiene che la fede sia legata più alla trascendenza che all’immanenza. Io vi assicuro che ho fede nell’immanenza. Ho più fede nell’immanente che nel trascendente. Credo che nell’immanente ci sia la causa in base alla quale Qualcuno dal trascendente ha voluto manifestarsi in questa realtà che ogni giorno è sotto i nostri occhi. Realtà che a volte è sublime per questa creatura, l’uomo, capace di raggiungere mete altissime di eroismo o di spiritualità, che mi piacerebbe chiamare poesia. L’alta spiritualità è poesia. E la poesia che altro è se non l’evocazione di ciò che l’immanente contiene del trascendente? Sì. Il trascendente risplende nell’immanente. Questa è poesia. Tante volte, invece, mi sono sentito tirare per le orecchie da chi mi diceva: “Occupati del trascendente!”, come se il trascendente, per noi uomini, potesse essere separato dall’immanente…

«Se il Padre Eterno un giorno ha deciso: “Beh, adesso voglio proprio rivelare il mio volto…”. Ha rivelato il suo volto ed eccoci qui: i nostri volti, i volti di tutto il creato, con i suoi colori, i suoni, i sapori… Di fronte a questa straordinaria realtà dell’immanente provo dei brividi che mi fanno pensare che il trascendente non sia lontano. Ma senza questo immanente, il trascendente non saprei nemmeno dirvi dove sta di casa. Vorrei che noi in questo momento, guardandoci reciprocamente negli occhi, offrissimo gli uni agli altri il sentimento di questa felicità di esistere…

«Ho 81 anni. Sono felice di aver vissuto, di essere arrivato a questa età… E mi pare di avere davanti ancora tanto tempo che mi consentirà di contemplare ogni volta tutto quello che mi rinnova e ci rinnova. Uso un’immagine forse un po’ logora: dopo gli inverni che abbiamo trascorso chiusi nelle nostre case accanto al fuoco, appena spunta la primavera, assieme alla natura che si rinnova, ci rinnoviamo anche noi. La primavera si rivela proprio come esempio di rinnovamento. Del resto, Cristo ce lo ha comandato: “Ogni giorno ricominciate!”. Che ogni giorno sia una primavera nuova. Altrimenti la vita sarebbe una grande noia. E noi, se crediamo nel trascendente e non ci rinnoviamo ogni giorno nell’immanente, profaniamo il trascendente.

«Qualcuno mi chiede, a proposito dei film che ho fatto: “Quale relazione c’è tra L’albero degli zoccoli e Il villaggio di cartone?”. Rispondo che non lo so. Non è un quesito che mi invoglia ad andare alla ricerca di una risposta che soddisfi me o chi mi interroga. Io so soltanto che sono felice di vivere in questa realtà, con tutto quello che la realtà comporta… anche le sofferenze… Ma sono vivo… Ogni primavera mi rinnovo… Ogni mattina voglio rinnovarmi. Quando mi allaccio le scarpe scendendo dal letto, mi dico: “E oggi… Dove mi porteranno questi piedi?… Quali scoperte farò della bellezza della vita?”».

«Amo la vita più del cinema»

Una battuta che si trova nel film Il villaggio di cartone ha dato luogo a interpretazioni divergenti e ha richiamato l’attenzione su un vecchio problema di cui si discute nella Chiesa fin dal tempo degli apostoli: vale di più la fede o valgono di più le opere? Ne parla san Giacomo nella sua Lettera.

«Quando il vecchio prete protagonista del film — dice Olmi — pronuncia quelle parole che hanno suscitato un certo scalpore presso alcuni cristiani che si considerano più cristiani degli altri, bisogna fare attenzione al significato vero della frase, che viene riportata, come accade di solito, fuori dal suo contesto e rischia pertanto di essere fraintesa. Il sacerdote dice: “Il bene è più della fede”. È un’affermazione che non sminuisce affatto l’importanza della fede, ma mette al primo posto la carità. Se uno fa il bene, compie un atto di amore, e questo è l’interrogativo al quale siamo chiamati a rispondere. Se un giorno dovessi essere chiamato in giudizio da un Signore con la barba bianca, che mi domanda: “Rendimi conto degli anni che ti ho dato da vivere… Fatti avanti!… Presentati con il bagaglio del tuo bene e del tuo male…”, cosa potrei rispondere? A questo Signore io dirò il nome dei miei amici… Farò l’elenco di tutte le persone alle quali ho voluto bene, e che mi hanno voluto bene. La mia risposta sarà una lunga dichiarazione d’amore…».

Anche la scena iniziale del Villaggio di cartone, quando la chiesa viene spogliata dei suoi arredi e il grande crocifisso che sormonta l’altare viene afferrato da una gru e rimosso dall’altezza in cui si trova, ha suscitato commenti non sempre benevoli… Olmi ricapitola brevemente la storia a uso di coloro che non hanno vi- sto il film o che, avendolo visto, lo hanno dimenticato: «Si tratta di un vecchio sacerdote che, giunto all’età della pensione, viene messo da parte mentre la sua chiesa è smantellata. Quando vede gli operai al lavoro, si sente morire dentro perché, avendo consacrato tutta la vita a quel luogo, ha l’impressione che la sua vita stessa venga svuotata di senso. Si sente inutile come la chiesa che, d’ora in avanti, sarà adibita a mansioni profane. Quando di notte va a vedere la chiesa spogliata di tutto e parla con le panche vuote, il vecchio sacerdote si confessa. Dice alle panche che quando  la chiesa si riempiva di fedeli e lui presiedeva le funzioni solenni… in quei momenti di gloria apparente aveva un dubbio dentro di sé. Quel dubbio gli viene chiarito adesso che la chiesa è in disarmo. Tolti gli orpelli, la chiesa non diventa in un certo senso più chiesa?».

I presenti, sentendo queste parole, non possono non pensare alle immagini del film con il crocifisso calato a terra dal braccio della gru… Olmi prosegue: «Forse sto dicendo delle cose azzardate, ma vi invito a pensare che Cristo, quando chiede agli apostoli: “Voi chi dite che io sia?”, a Pietro, che gli dà la risposta giusta, dice: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La Chiesa non è stata edificata da Gesù come un edificio incrostato da marmi preziosi, ma è stata fondata sulla pietra viva che è Pietro: un uomo come voi e come me. E noi, se vogliamo essere Chiesa, dobbiamo diventare pietre vive come Pietro.

«Pochi giorni fa mi trovavo in un piccolo paese vicino Milano. C’era un ragazzo down che si intrufolava tra la gente con un entusiasmo che mi è sembrato contagioso. A un certo momento mi guarda e dice: “Come è bello essere tutti insieme!”. Devo dirvi una cosa che forse vi stupirà. Io non ho mai amato il cinema. Non amo il cinema in quanto tale. Mi piace il cinema perché è un modo di stare insieme. Se una platea di spettatori guarda un film e tutti vivono insieme le stesse emozioni, non è forse una comunione questa? Non ho mai amato il cinema più della mia vita. Ho sempre detto a chi me lo domandava: “Il cinema è importante per me, è stato importante… Ma è stato più importante l’amore delle persone che ho incontrato”. E se mi domandate, come mi domandavano poco fa: “Qual è, tra i film che hai fatto, quello che preferisci?”, mentre mi rendo conto che è difficile rispondere facendo una scelta, capisco che la cosa a cui aspiro di più è fare della mia vita un capolavoro».

Un appuntamento con la storia

Quando, sempre a proposito del Villaggio di cartone, si passa a parlare degli immigrati, appartenenti a religioni diverse, che trovano ospitalità per una notte nella chiesa in disuso, Olmi precisa: «Se ricevo del bene da qualcuno, non gli domando: “Tu di che religione sei?”. Il bene che ricevo da un musulmano o da un induista è forse meno bene di quello che ricevo da un cristiano? Posso forse permettermi di non volere il tuo bene, o di rifiutarlo perché appartieni a una religione diversa dalla mia? No! Il bene è bene da qualunque parte provenga. Chi compie un atto d’amore, per me che sono cristiano, compie un atto cristiano, perché per me il punto di riferimento è Gesù Cristo. Per chi appartiene a un’altra religione il punto di riferimento sarà un altro. Ma l’amore è sempre amore. Anche se è difficile immaginare che, come atto d’amore, ci sia un modello più alto di quello che ci offre Gesù, perché lui ha dovuto offrirsi, come testimonianza d’amore, passando attraverso la prova suprema, fino a morire per questo. Lo dico da povero cristiano come cerco di essere, ma mi vengono i brividi quando penso a quel grido terribile: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Come ha potuto permettere il Padre che il suo Figlio (il Figlio per eccellenza) venisse sacrificato sulla croce? Proprio per aiutarci a capire che l’amore supera tutto… il dolore, il sacrificio, perfino la morte. Dalla croce lui grida, urla la sua sofferenza, ma l’accetta.

«Io mi auguro che questa grossa crisi della quale tanto si parla, che non è soltanto italiana, ma mondiale, dove saremo messi alla prova in maniera seria e difficile, possa essere superata da tutti noi avendo fede nell’amore. Se avremo fede nell’amore, molte difficoltà potranno essere superate perfino con gioia. Mi viene voglia di dire che sono quasi contento che tutti si venga messi alla prova, che la storia ci chiami a questo appuntamento. Uomo, dammi la tua prova d’amore. E forse le cose potranno ricominciare da qui».

A chi gli parla del cinema in termini di poesia e della necessità di ricorrere alla poesia anche da parte dei sacerdoti per poter dire in maniera adeguata le cose della fede, Olmi suggerisce: «Non si può fare una scuola di poesia. Basta niente per fare poesia. Basta essere semplici. Tutte le volte che noi siamo semplici, siamo autentici. E tutte le volte che siamo autentici, siamo in relazione con gli altri. Questa è poesia. Voglio rendere testimonianza, in spirito di ringraziamento, a quel mistero che mi ha portato qui a vivere in libertà. Assieme al dono della vita abbiamo ricevuto anche il dono della libertà. Il Creatore ci ha dato la vita a questa condizione, che fossimo liberi. Allora, se saremo liberi, avremo raggiunto la spiritualità, e la vita stessa si trasformerà in poesia».

Qualcuno chiede a Olmi di essere più esplicito sull’argomento della crisi e sul «grido di dolore» al quale si riferiva con le sue parole. «Il grido di dolore, che sento risuonare oggi — risponde il regista —, nasce dalla consapevolezza di aver tradito la libertà che il Creatore ci ha dato. Abbiamo venduto la libertà per piccole convenienze, per degli opportunismi. Faccio un esempio: “Caro onorevole, sono molto lieto di stringerle la mano. Lei sì che è un politico di valore…”. Abbiamo rinunciato alla libertà di poter dire: “Caro onorevole, stia bene attento, che lei ha dei doveri molto seri nei confronti della società”. La libertà comporta anche atti di coraggio, fino al punto di dover arrivare a quell’urlo lancinante di cui dicevo. Ma guai se noi tradiamo questo dono che, nell’atto della creazione del mondo e della vita, è stato il dono che ci distingue dalle altre creature e ci fa simili al Creatore. Usciremo da questa crisi se avremo presenti questi punti di riferimento: la semplicità, la libertà, l’eroicità, perché, per assolvere ai primi due doveri, a volte siamo chiamati a compiere atti eroici. Coraggio! Diamoci una mano».

* * *

Non è stato difficile per i presenti collegare le parole di Olmi alle immagini dei suoi film, e non solo al più volte ricordato Villaggio di cartone, ma a tutto l’insieme della sua produzione, a partire dai film di esordio ricchi di indicazioni autobiografiche: Il tempo si è fermato (1959) e Il posto (1961). Storia di un ragazzo (Olmi stesso) che, avendo superato le prove di un concorso per essere assunto in una grande azienda di Milano, vede svanire i sogni di gioventù di fronte alla realtà grigia e monotona che lo aspetta. La sua vita tuttavia non è finita. Dietro la scrivania dell’impiegato ci sono altre realtà che si aprono. Un giorno viene mandato a sostituire un operaio che fa la guardia a una diga in alta montagna. Tra le nevi eterne dell’Adamello la vita riprende e una nuova nascita lo attende proprio là dove tutto pareva segnato da un destino di morte.


(1) Oltre a chi scrive, hanno interloquito con Olmi il padre J.-M. Laurent Mazas e il giornalista Raffaele Luise. L’evento è stato promosso dall’Ufficio Comunicazioni Sociali del Vi- cariato di Roma in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la Cultura, con la parte- cipazione di H2onews, e messo in onda su www.h2onews e www.cortiledeigentili.com

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«IL VILLAGGIO DI CARTONE», UN FILM DI ERMANNO OLMI

Il film di Olmi, Il villaggio di cartone, si svolge interamente all’interno di una chiesa che, non servendo più allo scopo per il quale era stata costruita, viene smantellata sotto gli occhi del vecchio parroco, che si sente inutile. Siamo...