C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

Quaderno 3894

pag. 557 - 558

Anno 2012

Volume III

Una quindicina di uomini: un medico legale (Muhammet Uzu-ner), un commissario di polizia (Yilmaz Erdogan), un procuratore (Taner Birsel), agenti, scavatori, due sospetti omicidi ammanettati vagano nella notte tra le colline dell’Anatolia. La carovana, che si compone di due automobili e una jeep, segue le indicazioni di uno dei due detenuti, reo confesso (Firat Tanis), che dovrebbe guidare le autorità verso il luogo dove dice di aver sotterrato un uomo da lui ucciso. Ma al momento del delitto era ubriaco e pertanto non riesce a riconoscere il posto. Un albero, una fontana, un campo arato sono indicazioni piuttosto vaghe. Il complice, fratello minore dell’assassino, soffre di una grave menomazione psichica e non può essere di aiuto. Si parte la sera nelle prime ore del crepuscolo. La faccenda non dovrebbe andare per le lunghe, ma i contrattempi si moltiplicano. Le ore passano. Tra false piste e intoppi di ogni genere i ricercatori ne avranno per tutta la notte.

Il film C’era una volta in Anatolia del regista turco Nuri Bilge Ceylan, vincitore di un premio speciale a Cannes nel 2011, dura due ore e mezzo e si nutre di pause più che di momenti di azione. Da una fontana a un’altra, da un albero a un altro, da un campo arato a un altro, la ricerca prosegue senza variazioni di rilievo e sembra non avere mai fine. A metà della notte la carovana sosta nella casa ospitale del sindaco di un villaggio. Viene a mancare la luce elettrica. La giovane figlia del sindaco si presenta con una lampada a petrolio e serve il tè. Ha l’aspetto di un angelo. La sua immagine potrebbe essere uscita da un quadro di Rembrandt o di Vermeer, mentre invece appartiene alla realtà. Nel vedere la giovane, l’assassino si commuove e narra al commissario e al procuratore i retroscena del delitto, ma di questa confessione giungono allo spettatore soltanto scarsi frammenti.

Prosegue la ricerca del cadavere. Nei momenti di pausa si susseguono discorsi futili che vertono sul sapore dello yogurt o sui disturbi alla prostata. Il medico, che ha nome Cemal, è il personaggio più pensoso e riflessivo. Ai suoi occhi il paesaggio notturno si presenta con squarci di visionarietà. Le rocce, illuminate dai lampi, sembrano sculture. Gli alberi del bosco, scossi dal vento, assomigliano alle onde di un mare agitato. La tensione dell’attesa spinge il commissario, che ha nome Naci, a scoprire il lato debole della sua personalità. Ha un figlio malato e ne soffre fino alla spasimo. Si lascia andare, nei momenti critici, a scatti d’ira nei confronti dell’assassino, ma non è cattivo.

Più complicata è la storia del procuratore Nusret. Ne parla a piccole dosi con il dottor Cemal, il quale, forse a motivo della sua professione che lo rende particolarmente sensibile alla sofferenza, alla malattia, alla morte, risulta dotato di una rara capacità di ascolto. Affiora così, tra un momento e l’altro della ricerca del cadavere (argomento esteriore del film), una ricerca di altro genere, che si svolge negli anfratti della coscienza di un uomo tormentato dai rimorsi. La moglie di Nusret, giovane e bella, si è suicidata per punire il marito di un tradimento del quale diceva di averlo perdonato.

Il cadavere viene trovato al mattino. Ha le mani e i piedi legati dietro la schiena. È incaprettato. Si adempiono con esasperante lentezza le operazioni di rito. Stesura del verbale ecc. L’autopsia avrà luogo nell’ospedale più vicino. L’assassino deve vedersela con la moglie della vittima e con il figlio di 10 anni, che lui dice essere figlio suo, dal quale riceve una sassata sulla fronte. Il gruppo degli uomini, che avevamo visto operare in squadra, si scioglie. Rimane il medico con il personale addetto all’obitorio.

Nel corso dell’autopsia il dottor Cemal occulta di proposito un particolare rilevante che potrebbe aggravare la già compromessa posizione del reo confesso. Perché lo fa? Forse perché durante la notte trascorsa tra i fantasmi della steppa anatolica ha avuto modo di gettare uno sguardo nell’abisso di miseria sul quale volteggia l’anima dell’assassino e ne ha provato orrore insieme a pietà. Forse perché ha capito che tra la verità ufficiale affidata agli incartamenti giudiziari e la realtà dei fatti c’è di mezzo una distanza che non può essere colmata. Forse perché, come uomo dell’apparato, si rende conto del grado maggiore o minore di complicità che lo unisce a tutti coloro che fanno parte di un sistema sostanzialmente ingiusto, e ha deciso di assumere in prima persona la sua parte di responsabilità.

C’era una volta in Anatolia (Turchia, 2011). Regista: NURI BILGE CEYLAN. Interpreti principali: M. Uzuner, Y. Erdogan, T. Birsel, A. Mümtaz Taylan, F. Tanis, E. Kesal.

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